L'editoriale
lunedì 20 Aprile, 2026
Il sovranismo dopo Orbàn
di Simone Casalini
Le elezioni in Ungheria danno un segnale arrivato anche in Italia dopo l'esito del referendum: il MidTerm negli Stati Uniti e i prossimi appuntamenti elettorali del 2027 diranno se l'ondata sovranista sarà superata o se resisterà (trasformandosi).
La sconfitta di Orbàn in Ungheria ha fatto risuonare le campane a lutto per il sovranismo. È coincisa, infatti, con la fase più critica di Donald Trump: il pantano iraniano, la crisi economica e politica globale, le accuse a papa Leone XIV e ad un’altra paladina della destra europea, Giorgia Meloni, si sono susseguite quasi a materializzare la battuta d’arresto e le divisioni nei movimenti che dai primi anni Duemila ad oggi si sono impetuosamente affermati in Occidente. La Storia corre veloce. A volte produce cambi di scenario, altre volte è meno estrema e opera sul piano delle trasformazioni.
Su questo crinale si pone il fenomeno dei sovranismi nazionali che fronteggiano oggi questioni spinose. La prima è il superamento del limite democratico, della torsione istituzionale che un sistema è in grado di assorbire senza innescare una reazione. Nell’argomento rientra anche lo schiaffo al diritto internazionale come perimetro, imperfetto e talvolta violato, che regolava la convivenza mondiale e le sue regole d’ingaggio. Così accanto alle politiche di riduzione delle libertà si è saldata la paura delle guerre che è tornata a stimolare lo slancio verso la pace. I giovani e aree di non votanti insieme all’elettorato di destra più liberale si sono interfacciati con le urne elettorali e il segnale – dal referendum italiano al voto ungherese – è stato percepito e rilevato da tutti i sismografi politici. Democrazia, libertà e pace si sono ricomposte come filiera valoriale, almeno provvisoriamente.
Il secondo problema ancora più rilevante per la percezione popolare è la risposta insoddisfacente ai bisogni sociali. I nazionalismi contemporanei si sono alimentati del governo precario della globalizzazione, della crisi finanziaria mondiale del 2008 e del default della Grecia, delle seguenti politiche di austerity nell’eurozona e della pandemia da Covid-19 che ha riacceso le paure precedenti. In mezzo si è verificata la Brexit, lo spostamento sensibile a destra delle opinioni pubbliche occidentali e il crollo della partecipazione democratica. Disuguaglianze e insicurezze sociali sono aumentate, ma le risposte reali – rabbia a parte – sono state esili. Il paradigma difensivo dei migranti non è più sufficiente a sublimare ogni colpa se la crescita è bassa e l’impoverimento della società non si arresta. La politica interna è quella che ha messo più in crisi Orbàn (corruzione e tendenze oligarchiche comprese) e che minaccia di più Trump in vista delle elezioni di MidTerm perché l’inflazione galoppa, la politica dei dazi è in stallo e lo scenario internazionale ha un contraccolpo economico fuori controllo. Quello che registriamo nella quotidianità, oltrepassando la soglia di casa, diventa il metro di giudizio sull’andamento del mondo. E non è buono nonostante le promesse.
Dopo la batosta del referendum, Meloni ha cercato di allontanarsi dall’epicentro della contestazione (Stati Uniti e Israele) e da quei personaggi che prima le garantivano l’onda lunga della protesta, i teorici della «democrazia illiberale» (Trump e Orbàn). Sul presidente ungherese uscente si è eclissata, scegliendo di non esprimersi a suo favore nella campagna elettorale, al presidente americano ha negato la base militare di Sigonella, il sostegno sull’Iran e lo ha censurato nell’attacco al pontefice, con lo Stato di Israele ha sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di difesa. Persino la liaison con il partito di ultradestra spagnolo Vox e lo spiritato discorso che fece («La nostra identità è sotto attacco. Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana») sono momentaneamente archiviati. Nel desiderio di smarcarsi da un vento virato in senso impopolare, Meloni prova a ricostruire la destra su altri piani (la pace, non a caso), ad essere più rassicurante. Tattiche. Le dinamiche interne a Forza Italia con la famiglia Berlusconi che ha diminuito il potere del ministro-segretario Tajani per allontanarsi dalla premier ci dicono di altri scenari in movimento che non sono più quelli populisti.
In Trentino l’ancoraggio territoriale della coalizione pone il centrodestra in un un’altra traiettoria, ma non in salvo. L’impatto di Trump è meno gravoso e il governatore Fugatti non si è mai voluto immischiare con dinamiche europee o internazionali. Però la sua funzione di collante e la dialettica continua con Fratelli d’Italia, cioè con il melonismo locale, sono stati un elemento di differenziazione, la cui possibile assenza può essere la vera incognita nei processi elettorali futuri.
Il voto di MidTerm negli Stati Uniti in autunno, le elezioni politiche in Italia e quelle presidenziali francesi nel 2027 saranno banchi di prova per testare se il sovranismo sarà superato da un giro di pagina oppure se si resisterà, magari trasformandosi in una destra più istituzionale. La defenestrazione di Orbàn in Ungheria, del resto, non è l’esito di un’opposizione politica antitetica ma di una resistenza nata nei gangli del suo stesso potere, e dunque a destra. Il centrosinistra deve ancora maturare una strategia e un vocabolario d’ordine che gli consenta di essere un’alternativa vera e non estemporanea, di intercettare realmente nuove platee di elettorato. Con l’unica, forse, novità di una parte del mondo cattolico a cui è progressivamente rimasto indigesto il menu sovranista e le guerre sanguinarie e i cui leader religiosi (dai preti ai vescovi, come don Lauro Tisi, per arrivare a papa Leone XIV) appaiono come gli ultimi difensori della dignità umana e della pace.
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