L'editoriale

venerdì 5 Giugno, 2026

La visione di Panetta

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Il governatore della Banca d’Italia mette l'accento sulla necessità di maggiori investimenti e innovazione da parte del settore privato in un contesto di squilibri globali

Su un punto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini sembrano convergere: la debole crescita delle retribuzioni reali in questi ultimi anni è un problema importante per la crescita economica dell’Italia. Un costo del lavoro contenuto ha sostenuto l’occupazione, ma ha indebolito la domanda interna e l’attrattività del Paese. Di fronte agli elevati costi dell’energia e all’aggressiva concorrenza cinese, l’aumento delle retribuzioni richiede necessariamente un aumento diffuso della produttività del lavoro.

Se Orsini, davanti all’Assemblea di Confindustria, ha invocato l’intervento pubblico su molteplici fronti per invertire la rotta, nelle sue «Considerazioni finali» del 29 maggio Panetta ha invece messo l’accento sulla necessità di maggiori investimenti e innovazione da parte del settore privato. Orsini ha sì annoverato la mancanza di investimenti tra i fattori che «hanno mortificato l’iniziativa imprenditoriale», ma il governatore ha messo in evidenza come il risparmio delle imprese non finanziarie italiane sia molto elevato e non venga adeguatamente incanalato verso investimenti innovativi. Una riflessione che mette gli investimenti e l’innovazione del settore privato al centro di quel processo di rilancio di cui il Paese, così come l’Unione, ha bisogno.

Il ritardo europeo nel campo dei modelli di AI di frontiera è ormai un dato di fatto, una condizione difficilmente risolvibile nel breve-medio termine. Tuttavia, la sfida industriale rimane ancora aperta in molti ambiti dell’AI, per esempio nelle filiere della manifattura e dei servizi che interessano chip, data center, produzione e trasferimento dell’energia, cybersicurezza, strutture di calcolo, eccetera. Inoltre, ricorda il governatore, in Italia sono davvero ampi i vantaggi che potrebbero derivare da un’adozione più capillare e intensa delle soluzioni di AI nella produzione industriale e nella pubblica amministrazione. Oggi solo il 5 per cento delle imprese italiane fa un uso intensivo dell’AI, un valore limitato e al di sotto delle medie internazionali. Soluzioni innovative di AI, sostenute coerentemente nel tempo, potrebbero rivelarsi profondamente trasformative e consentirebbero alle imprese italiane di ripensare i modelli organizzativi e di business a partire dai dati, aumentando così produttività e competitività.

Panetta conferma l’esistenza di un rischio socio-economico derivante da un’eccessiva concentrazione dei benefici dell’AI su chi possiede competenze più elevate. È un tema su cui si discute molto e che va affrontato. Ma il governatore mette l’accento su un problema altrettanto serio di cui si parla meno, ovvero l’insufficiente livello di adozione da parte delle imprese italiane. Secondo il governatore, «perché l’intelligenza artificiale diventi una leva di crescita diffusa, occorre favorirne l’adozione nelle imprese – incluse quelle piccole e medie – e investire nella formazione delle persone». Un duplice sforzo di sistema che «non richiede ingenti risorse pubbliche, ma una strategia coerente e sostenuta nel tempo». Una strategia che include certamente la regolamentazione, ma non si esaurisce in essa. Panetta sembra suggerire uno sforzo collettivo per evitare di cadere in un circolo vizioso: da un lato, un sistema economico poco produttivo che non assorbe il lavoro più qualificato (riducendo gli incentivi all’istruzione e favorendo l’emigrazione delle persone più formate), e dall’altro, una carenza di competenze che rende impossibile l’innovazione anche alle imprese e alle organizzazioni pubbliche desiderose di realizzarla.

La centralità degli investimenti e dell’innovazione nelle riflessioni del governatore si può notare anche nei passaggi relativi al debito pubblico europeo. Sulla necessità indifferibile di avere una massa maggiore di titoli pubblici europei sicuri e liquidi (safe asset) a disposizione degli investitori, Panetta è chiaro: questo rappresenta un passaggio fondamentale per l’unificazione dei mercati finanziari europei, per il rafforzamento dell’euro sul piano internazionale e, quindi, per la ripresa economica. Senza una maggiore integrazione dei mercati finanziari, infatti, sarà impossibile mobilitare l’abbondante risparmio europeo verso investimenti in innovazione e crescita nel continente.

La mia lettura delle parole del governatore è che una maggiore disponibilità di titoli sicuri europei non debba tradursi in una semplice espansione del debito pubblico complessivo del continente, quanto in uno spostamento verso il livello dell’Unione del finanziamento di beni pubblici e investimenti di interesse comune. Una differenza importante, specie per l’Italia, su cui non ci si è soffermati a sufficienza nel dibattito sulle «Considerazioni finali» del governatore. Il debito pubblico italiano è molto elevato e, attraverso il 110% e il Pnrr, si è ulteriormente espanso di recente. Questo ha sicuramente fornito un’utile spinta all’economia, ma il frutto amaro di questo è un costo del servizio del debito davvero elevato, che riduce lo spazio disponibile per i servizi sociali diversi dalle pensioni. Non a caso, Panetta suggerisce di imboccare «un sentiero che consenta di ridurre stabilmente il peso del debito pubblico», perché così «si liberano risorse per la spesa sociale e per lo sviluppo». Non è plausibile pensare di spostare sul settore pubblico l’intero costo degli investimenti pluriennali che saranno necessari per affrontare le transizioni energetica, verde e digitale. Servirà piuttosto mobilitare l’abbondante risparmio privato verso le imprese europee. Servirà, quindi, «riaprire l’annoso cantiere del capitale di rischio», attivare maggiori fondi (anche di private equity e venture capital) e incoraggiare finanziamenti di medio-lungo termine più coraggiosi da parte del mondo bancario.

È chiaro che l’Unione e i singoli Stati dovranno investire nuove risorse per fornire importanti beni pubblici europei (per formazione, ricerca, ambiente e difesa). Ma per ravvivare il tessuto produttivo le misure dovranno principalmente sostenere l’iniziativa privata. Sono molte le politiche pubbliche dell’Unione che, in questa direzione, dovrebbero essere avviate a breve. Ulteriori interventi, ancor più rapidi e incisivi, saranno necessari per completare una strategia di sviluppo coerente e credibile, come ha chiesto con forza anche Orsini. Ma i finanziamenti pubblici a debito non potranno trainare da soli la ripresa della crescita europea. Per innescare un processo virtuoso e sostenibile serve mobilitare il risparmio e gli investimenti del settore privato europeo. In Italia dobbiamo farcene una ragione.

Infine, il governatore ricorda come gli squilibri globali, in ripresa dopo la pandemia, derivino da differenti problematiche nelle diverse aree del mondo che si combinano tra loro. Sinteticamente, vi è un eccesso di risparmio e politiche industriali molto aggressive in Cina, un’insufficiente domanda interna in Europa, un boom di investimenti per l’AI negli Stati Uniti, e una crescente frammentazione commerciale. Se persistenti, questi squilibri rischiano di generare crisi finanziarie globali e di inasprire le tensioni tra blocchi. Per il governatore, quindi, bisogna essere rapidi nell’azione di contrasto. Un’azione che deve essere soprattutto coordinata per evitare che i benefici e i costi dell’aggiustamento siano mal distribuiti. Osserva Panetta: «Riaffermare il valore della cooperazione non significa ignorare le fragilità dell’assetto precedente, né rinunciare alla sicurezza economica e all’autonomia strategica. Significa evitare che la ricerca di protezione si trasformi in isolamento». Un auspicio di cooperazione davvero forte ed efficace, nella cui direzione un’azione comune e incisiva dell’Unione europea potrebbe essere di aiuto.

*Professore ordinario di Politica economica all’Università di Trento