L'editoriale
sabato 30 Maggio, 2026
La scommessa di Leone XIV
di Claudio Ferlan
Con la sua lettera enciclica il pontefice oppone alla velocità della macchina la lentezza del pensiero umano: sta a noi decidere se accettare la sfida o rassegnarci alla parzialità delle pillole informative.
A pochi giorni dalla sua pubblicazione, la lettera enciclica «Magnifica Humanitas» di papa Leone XIV (firmata nel solco simbolico del 135° anniversario della Rerum Novarum di Leone XIII) si impone già come un testo denso e complesso che richiede un esercizio oggi decisamente raro: il tempo della rilettura. Come ha giustamente rilevato Massimo Leone, direttore del Centro per le Scienze Religiose della Fondazione Bruno Kessler su queste stesse colonne lo scorso 28 maggio, davanti a documenti di tale densità vi è spesso la fretta di estrapolare piccoli passaggi al fine di trovare qualche significato esclusivamente politico. Ecco il rischio che possiamo osservare in molti commenti usciti fin troppo a caldo: quello di smarrire l’obiettivo profondo del pontefice.
Partiamo dall’idea che si tratti di un testo sull’intelligenza artificiale: sarebbe un punto di vista riduttivo, che si ferma alla superficie. Algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche sono sì protagonisti del documento, ma non ne sono i titolari esclusivi. Come emerge chiaramente fin dal sottotitolo («Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale»), la tecnologia viene colta come l’elemento che caratterizza la nostra contemporaneità, ma il vero baricentro risiede altrove.
Il tema centrale, come chiaramente evidenziato dallo stesso Leone XIV, è «custodire l’umano». L’enciclica si configura così come una ambiziosa architettura filosofica sul bene comune, sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sulla sussidiarietà e sulla destinazione universale dei beni. L’intelligenza artificiale è lo specchio in cui l’umanità si riflette, non l’oggetto ultimo dell’analisi. Per di più, le ultime tecnologie – riconosce opportunamente il pontefice – aprono strade che ancora non conosciamo, né possiamo prevedere; analizzarle oggi non significa riuscire a capire dove saremo domani, vista la velocità con la quale l’innovazione si muove. Qui sta uno dei passaggi più affascinanti del documento: Leone XIV non tenta di regolamentare tecnicamente l’algoritmo di oggi – un’operazione che nascerebbe già obsoleta prima ancora di essere stampata – ma fissa dei paletti antropologici validi anche per l’ignoto di domani. Non si parla, insomma, di codici informatici, ma di codici morali.
Questo sguardo sul presente non nasce dal nulla, ma possiede una fortissima densità storica. Il papa rivendica la continuità del magistero di Pietro: i richiami alla dottrina sociale della Chiesa – da Leone XIII fino a Francesco (con il quale è palese la continuità di pensiero e preoccupazioni) – non sono semplici citazioni di cortesia, ma i pilastri di un filo conduttore ininterrotto. Un elemento importante del testo è la sincerità usata nella riflessione su alcuni nodi storici dolorosi. Per esempio, nel denunciare il pericolo delle nuove schiavitù tecnologiche, Leone XIV compie un passo tanto doveroso quanto coraggioso: traccia la cronologia delle responsabilità storiche della Chiesa nelle antiche pratiche schiaviste e chiede espressamente scusa. È un ulteriore passo nel cammino dell’autocomprensione della Chiesa stessa nel mondo contemporaneo, per la quale il Concilio Vaticano II, a detta del papa, ha segnato un momento decisivo. A questa sensibilità si affianca una viva e attualissima preoccupazione per la perdita della memoria storica in merito ai conflitti: dimenticare il dramma delle guerre passate ci rende drammaticamente vulnerabili alle tragedie del presente.
Pur nel riconoscimento della assoluta validità dell’enciclica, in alcuni passaggi illuminante, rimane un dubbio di fondo. A una prima lettura, l’impressione stilistica è quasi quella di trovarsi di fronte a una complessa composizione retorica latina tradotta in italiano: un testo che procede per andirivieni, che abbandona un argomento per poi riprenderlo più avanti, richiedendo al lettore un’attenzione che la nostra epoca digitale, abituata alla frammentazione, fatica a concedere. Lo riconosce anche l’enciclica, che tra i rischi dell’attualità elenca pure quello dell’informazione a buon mercato, fatta di sensazionalismo e mancate verifiche. Il rischio reale è che «Magnifica Humanitas» diventi un’opera celebrata e citata per slogan, ma, purtroppo, non letta nella sua interezza come senza dubbio merita.
Resta, di conseguenza, una domanda aperta che riguarda la ricezione di un documento così ambizioso, in cui l’introduzione storico-teologica occupa quasi la metà dell’intero testo. Chi possiede oggi gli strumenti culturali, ma soprattutto il tempo e il reale interesse per addentrarsi in un simile labirinto concettuale? La complessità di «Magnifica Humanitas» è un atto di fiducia verso i contemporanei o, al contrario, il sintomo di una distanza comunicativa? La scommessa del pontefice è altissima: opporre alla velocità della macchina la lentezza del pensiero umano. Sta a noi, lettori del Terzo Millennio, decidere se accettare la sfida della lettura o rassegnarci alla parzialità delle pillole informative.
Storico del cristianesimo e ricercatore della Fbk
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