L'editoriale

venerdì 17 Aprile, 2026

Green, la rivoluzione mancata

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Un cambiamento di cui si parla da decenni, ma che ancora non arriva: un fallimento di natura ideologica, provocato dalla frattura fra chi lo promuove e chi lo pratica

La rivoluzione verde non arriva mai. Da quanto la stiamo aspettando? Sono decenni ormai. Anni durante i quali abbiamo avuto modo di elaborare strumenti, strategie e un’ideologia, quella ambientalista, che se si vuole rivoluzionare qualcosa è indispensabile. Eppure niente, o poco. Tante buone pratiche di sostenibilità, tecnologie utili allo scopo (quelle che catturano le energie rinnovabili) e, aspetto non secondario, incentivi pubblici non indifferenti che finanziano la transizione. Esagerando abbiamo addirittura a disposizione nuove istituzioni come le comunità energetiche rinnovabili (le Cer) pensate proprio in quest’ottica e che peraltro possono consentire di dare nuova linfa a progetti cooperativi e associativi di economia sociale. Ma alla prova dei fatti come quelli che stiamo vivendo in questi giorni, è ancora la quotazione del petrolio a mandare in tilt il sistema, anche a livello di psicologia sociale.

Cosa manca, quindi? Gli esperti in questo caso utilizzano un concetto derivato dalla fisica che è quello di massa critica e che indica la soglia minima necessaria affinché un fenomeno fisico (ma anche sociale) si inneschi e soprattutto diventi auto sostenibile. Evidentemente nel caso della transizione energetica ancora non ci siamo. E questo è un problema non solo in termini di efficacia, ma anche perché finché rimane allo stato di alternativa si espone a forme di estrazione del valore da parte dei sistemi dominanti. Diventa, in altri termini, una specie di laboratorio di ricerca e sviluppo per il capitalismo che così incorpora elementi di valore ambientale e sociale che sono funzionali al suo di sviluppo e non a un «regime change» a cui naturalmente non è interessato.

La, a questo punto presunta, rivoluzione green è peraltro la punta di più avanzata di altre fenomenologie di innovazione sociale che rimangono allo stato di sperimentazione dal basso senza sortire effetti trasformativi e anzi alimentando – in maniera più o meno consapevole – lo status quo. Basti pensare all’agricoltura sostenibile e all’alimentazione biologica, ma gli esempi potrebbero continuare.

Cosa ha fallito quindi rispetto a un cambio di paradigma che continuiamo a evocare ma non avviene? La risposta richiede una dolorosa ma necessaria critica ad alcuni baluardi del cambiamento sociale. Il primo riguarda i comportamenti individuali e collettivi, il cui apporto è stato evidentemente sopravvalutato perché la dimensione della «consapevolezza» rimane confinata a scelte di consumo di beni e servizi finiti che mettono sempre meno al centro il tema delle politiche che li governano limitandosi al massimo alle filiere.

In secondo luogo è necessario riconoscere i limiti delle avanguardie che hanno sostenuto la rivoluzione verde, in particolare di chi ha finanziato le sue realizzazioni sperimentali, come ad esempio la filantropia e la finanza green. Il fatto che questi soggetti siano, salvo eccezioni limitate, legati alle catene del valore dell’economia tradizionale fa sì che il loro apporto, per quanto rilevante, sia anche intrinsecamente limitato.

E infine, ma non da ultimo, ci sono limiti che riguardano anche gli ideologi della rivoluzione green che si sono in buona parte trasformati in attivisti «by design», cioè progettisti più che agitatori, generando nelle «masse» – nel frattempo frammentate dalla trasformazione digitale – comportamenti magari virtuosi ma anche molto adeguati rispetto a norme e standard.

È un fallimento importante perché di natura ideologica. Quella che si è depotenziata non è infatti la capacità operativa, anzi forse quest’ultima non è mai stata così rilevante come nella fase attuale. Si è rotto invece il legame d’intenti tra chi promuove il cambiamento attraverso pratiche visionarie e chi lo pratica nella quotidianità per imitazione. Riconoscere questa frattura è importante non solo per apprendere dal fallimento (pratica sempre utile) ma anche per interrompere il circuito perverso che consente a chi detiene il potere di alimentarsi da pratiche di innovazione sociale riconoscendo solo in minima parte e sotto forma di risarcimento il valore creato. Forse, a questo punto, è meglio riconoscere che «il green» non sarà rivoluzionario ma semplicemente un’evoluzione dei modelli economici esistenti grazie ai quali magari salveremo il pianeta ma non l’equità sociale che dovrebbe caratterizzare il convivio umano.

*Sociologo, Open Innovation Manager del Gruppo cooperativo Cgm