L'editoriale
mercoledì 27 Maggio, 2026
Dall’odio all’unità: la domanda di Margaret Karram e un tentativo di risposta
di Aldo Civico*
«Come riesci tu ad amare chi oggi alimenta odio e conflitti nel mondo?», chiede la leader dei Focolarini
Con questo editoriale Aldo Civico, antropologo e docente alla Columbia University, comincia la sua collaborazione con «il T Quotidiano».
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«Come riesci tu ad amare chi oggi alimenta odio e conflitti nel mondo?». La domanda arriva quasi a bruciapelo. Me la pone Margaret Karram, la presidente del Movimento dei Focolari, intervistata domenica da «il T Quotidiano». Siamo seduti in un accogliente salottino, al piano terra del centro internazionale del movimento a Rocca di Papa.
È lo stesso luogo in cui, tanti anni fa, più volte ho avuto l’opportunità di presentare a Chiara Lubich personalità americane. Come l’ex candidato alle presidenziali Howard Dean, poche settimane prima della sua nomina a presidente del Partito Democratico. O lo scrittore e filosofo Benjamin Barber, autore del bestseller «Jihad vs. McWorld» e creatore della Giornata dell’Interdipendenza. La domanda di Karram arriva dopo un’ora di conversazione, durante la quale abbiamo scambiato visioni sulle sfide del presente, inclusa quella di trasformare la diversità in un’opportunità di dialogo e comunione, anziché viverla come una scusa per allargare le brecce che oggi ci separano e ci frammentano.
La domanda non è banale. So che il suo interrogativo non ha nulla a che fare con il buonismo. Intuisco piuttosto che contenga la sua esperienza di donna cresciuta ad Haifa e che porta nel suo cuore — come ha detto nell’intervista a «ilT Quotidiano» — il conflitto che dilania la Terra Santa. Un sincero anelito di pace. Forse esprime anche quella ginnastica spirituale necessaria per poter amare chi verrebbe più facile e logico odiare. L’amore, quindi, come scelta consapevole, come volontà e non come sentimentalismo. Quell’interrogativo, perciò, toccava forse la questione più urgente che, come singoli e come popoli, dobbiamo porci oggi, dilaniati come siamo dalla polarizzazione politica e dalle reti sociali. Ovvero: come decidiamo di stare al mondo? Chi decidiamo di essere in un mondo dominato dall’odio e dalla violenza? Domande che interrogano la nostra realtà ontologica.
Ho detto a Margaret Karram che, in quel momento, sarei solo riuscito a balbettare una risposta, e che avrei dovuto rifletterci per poterle dare una risposta più ponderata. Che le avrei fatto sapere. Così, mentre scendevo da Rocca di Papa verso Roma, quell’interrogativo ha cominciato ad abitare la mia mente, così come fanno i koan che i monaci del buddismo zen consegnano ai loro discepoli per trascendere i limiti della logica razionale.
Come facevo ad amare chi promuove la guerra? In realtà, la parola «amare» mi dava fastidio. Sentivo che non rifletteva la mia verità, che non riuscivo a indossarla. «Ecco», mi sono detto a un certo punto, «non posso dire di amarli. Posso solo dire che non li odio». Questa era una risposta che calzava con ciò che sentivo. Ma, raggiunta questa chiarezza, si è presentato un ulteriore interrogativo. Sentivo che riuscire a non odiare era già qualcosa, ma la domanda di Karram richiedeva molto di più. Mi sono dunque dovuto chiedere: «Come passare dal non-odio all’amore? Cosa implica e richiede questo passaggio?». La differenza è sottile e, allo stesso tempo, abissale. «Amate i vostri nemici». Mi stavo rendendo conto di quanto fosse esigente (e per nulla scontata) quella proposta evangelica.
Nei giorni seguenti mi sono ricordato di quanto praticavano i padri e le madri del deserto. Per loro, i nostri comportamenti imperfetti e scorretti sono il frutto di pensieri malevoli. Li chiamavano logismoi. La nostra crescita personale e spirituale dipendeva dal prestare attenzione a quei pensieri per poterli cambiare. Evagrio Pontico, uno psicologo ante litteram, suggeriva in particolare di contrapporre una frase del Vangelo al pensiero malvagio ogni qualvolta si presentasse alla nostra mente. Non si trattava di scacciarlo o reprimerlo, bensì di soppiantarlo. Fino a quando quella pratica diventava automatica e l’espressione di un essere al mondo più autentico.
Dunque, quale frase posso utilizzare ogni volta che mi viene da giudicare qualcuno o da provare astio e disprezzo? Mi è venuta in mente la frase incisa sulla lapide di Chiara Lubich, che si trova a pochi metri dal salottino in cui mi ero riunito con Margaret Karram. È un versetto del Vangelo di Giovanni che ha orientato tutta la vita di Chiara Lubich: «Ut unum sint». Che tutti siano uno. Tutti. Non solo i buoni, i belli, i bravi, gli onesti, quelli che la pensano come me o pregano come me. Tutti. Ricordo che la Lubich amava ripetere: «Tutti sono candidati all’unità». Tutti. Anche chi promuove l’odio, dunque. Anche tutti quelli che non sopporto, che hanno idee diverse, che mi attaccano e mi feriscono.
Ho provato a fare come i Padri del deserto: sostituire il giudizio con quel versetto. Non sono cambiati i potenti della terra. Non è cambiato il mondo. Ma si è aperto uno spazio dentro di me. E forse è da lì, da quello spazio minuscolo e ostinato, che può nascere ogni forma di dialogo e di pace.
*Antropologo, Columbia University
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