L'editoriale

venerdì 26 Giugno, 2026

Stati Uniti, Europa e giustizia

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In un mondo governato dai pochi, la speranza continua a nascere dai molti: sono le persone comuni a ricordarci che la politica non coincide con il potere, che il diritto internazionale non può essere invocato solo quando conviene

La relazione tra Stati Uniti ed Europa attraversa una fase di crisi che va oltre le tensioni diplomatiche e la guerra dei dazi. Le parole con cui Donald Trump — e recentemente anche il suo segretario alla Guerra Pete Hegseth — continua a liquidare gli alleati europei della Nato come ingrati, approfittatori e perfino vergognosi per non aver sostenuto gli attacchi statunitensi all’Iran, non sono soltanto l’ennesima provocazione del presidente americano. Segnalano una frattura profonda che appare sempre più difficile da rimarginare: la fine dell’idea che Stati Uniti ed Europa costituiscano una comunità politica unita da interessi e valori condivisi.

Persino Giorgia Meloni, fino a ieri celebrata da Trump come una «donna meravigliosa» e una «leader forte», è diventata bersaglio dei suoi attacchi. Quando il presidente americano racconta che la premier italiana avrebbe «implorato» una foto con lui al G7 di Évian e che gliel’avrebbe concessa «per pena», non sta semplicemente umiliando un’alleata. Sta mostrando quale idea abbia delle relazioni internazionali: non rapporti tra partner, ma rapporti di forza, tra chi detta le condizioni e chi le subisce. La replica di Meloni — «né io né l’Italia imploriamo nessuno» — arriva però quando la contraddizione è ormai evidente. Se la National Security Strategy di Trump considera l’Unione europea un avversario politico ed economico da ridimensionare, favorendo il ritorno a un’Europa di Stati nazionali, nessun leader europeo può davvero pensare di essere un interlocutore privilegiato.

Sarebbe, però, sbagliato attribuire tutto a Trump. Egli rappresenta la forma più esplicita di una tendenza che precede la sua presidenza e probabilmente le sopravviverà. Gli Stati Uniti stanno ridefinendo il proprio rapporto con il mondo, e in particolare con l’Europa, sulla base di convenienze immediate più che di alleanze strategiche. Non c’è da rimpiangere un’età dell’oro che non è mai esistita. Per decenni Washington ha esercitato il ruolo di sceriffo globale con scarso riguardo per quel diritto internazionale che pure chiedeva agli altri di rispettare. L’invasione dell’Iraq nel 2003, giustificata dall’esistenza di armi di distruzione di massa mai trovate, resta l’esempio più evidente. La guerra al terrorismo inaugurata da George W. Bush normalizzò pratiche come Guantanamo, le detenzioni extragiudiziali e la tortura. Con Obama cambiarono il linguaggio e l’immagine, meno la logica di fondo. I droni resero ordinaria l’eliminazione di sospetti terroristi senza processo; l’intervento in Libia contribuì a destabilizzare un intero quadrante mediterraneo. Biden ha cercato di ricucire il rapporto con gli alleati, senza però mettere realmente in discussione la convinzione che gli Stati Uniti possano stabilire le regole del gioco internazionale.

La differenza è che oggi quell’autorità appare molto meno solida. Gli Stati Uniti restano una superpotenza, ma il loro prestigio è logorato dalle guerre, dalle disuguaglianze interne, dalla polarizzazione politica e dall’ascesa di nuovi attori globali. L’Europa, dal canto suo, sembra aver smarrito molte delle certezze che l’hanno definita negli ultimi decenni. Il nuovo Patto su asilo e immigrazione conferma una svolta securitaria: il controllo delle frontiere prevale sulla tutela delle persone. Le destre avanzano quasi ovunque e, soprattutto, riescono a imporre il proprio lessico. Non è solo una questione elettorale. È una trasformazione culturale. Quando parole come «deportazione», evocate con crescente disinvoltura da figure come Roberto Vannacci, entrano nel dibattito pubblico senza suscitare uno scandalo diffuso, significa che il confine del dicibile si è spostato.

In questo quadro, Stati Uniti ed Europa sembrano accomunati da una stessa tentazione: governare, e spesso alimentare, le paure invece che affrontarne le cause. Da una parte un’America che pretende fedeltà dagli alleati mentre si ritrae dagli impegni collettivi; dall’altra un’Europa che continua a proclamarsi patria dei diritti mentre restringe gli spazi della solidarietà. Eppure, la storia non procede soltanto attraverso le decisioni dei governi. Lo vediamo anche in una piccola città come Trento, quando centinaia di persone scendono in piazza per Gaza e per il popolo palestinese, si mobilitano contro la realizzazione del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), difendono territori, ecosistemi e beni comuni.

Perfino i fenicotteri diventano protagonisti di una storia politica. In Albania, da settimane, migliaia di persone protestano contro il progetto di un resort di lusso previsto nell’area protetta di Zvërnec, iniziativa collegata agli interessi immobiliari di Jared Kushner, genero di Donald Trump. Quella che era nata come una mobilitazione ambientalista si è progressivamente trasformata in qualcosa di più ampio. Attorno allo slogan «L’Albania non è in vendita» si raccolgono oggi richieste che riguardano la qualità dei servizi pubblici, l’accesso all’acqua, la sanità, l’istruzione e la gestione del patrimonio comune. La difesa di una laguna e dei suoi fenicotteri è diventata il simbolo di una domanda più generale di giustizia sociale e democrazia.

È qui che emerge il vero paradosso del nostro tempo. Mentre le grandi potenze parlano sempre più il linguaggio della forza e gli Stati europei rincorrono l’agenda delle destre, la domanda di giustizia continua a salire dal basso. Forse l’ordine internazionale costruito dopo il 1945 è arrivato al termine della sua parabola storica. Forse il legame transatlantico non tornerà più quello di una volta. Ma ciò che continua ostinatamente a riapparire sono le persone comuni. Sono loro a ricordarci che la politica non coincide con il potere. Che il diritto internazionale non può essere invocato solo quando conviene. Che i diritti non sono concessioni revocabili. Che la dignità umana non dipende da un passaporto.

In un mondo governato dai pochi, la speranza continua a nascere dai molti: da chi manifesta, si organizza, difende un territorio, una scuola, un ospedale, una laguna, un popolo sotto le bombe. Da ciascuno di noi. Perché, come ci insegna Angela Davis, «non voglio più accettare le cose che non posso cambiare; voglio cambiare ciò che non posso accettare».

*Professoressa associata di Scienza politica all’Università di Trento