L'editoriale
sabato 1 Agosto, 2026
La strage di Bologna e la destra
di Paolo Morando
Non bastano le condanne e l'affossamento della cosiddetta «pista palestinese» su quanto accaduto 46 anni fa: agitare l'esistenza di un nemico in politica è sempre utile, soprattutto quando non esiste
«Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli / col seno sul piano padano ed il culo sui colli» cantava Francesco Guccini nel 1981 in «Metropolis», album le cui canzoni erano dedicate ognuna a una città diversa. Questa si intitolava appunto «Bologna», apriva il lato B del vinile. E alla terza strofa recitava così: «Bologna è una donna emiliana di zigomo forte / Bologna capace d’amore, capace di morte / Che sa quel che conta e che vale, che sa dov’è il sugo del sale / Che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi / per quanto colpita». Bologna colpita: appena l’anno prima, dalla strage alla stazione del 2 agosto. E poi Bologna «ricca signora che fu contadina / Benessere, ville, gioielli / e salami in vetrina». Ma anche Bologna «che vuole sentirsi sicura / con quello che ha addosso / perché sa la paura». E ancora, in crescendo, Bologna che spreca l’odor di benessere, «però con lo strano binomio / dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio».
I funerali delle vittime della strage neofascista si tennero il 6 agosto 1980 in Piazza Maggiore, vi parteciparono 100mila persone. Nella basilica di San Petronio c’erano meno di dieci bare, per volere dei familiari: quasi tutti infatti scelsero cerimonie private. Appena sei anni prima, sempre in piazza Maggiore si erano tenuti i funerali delle vittime della precedente strage neofascista: quella sul treno Italicus nella notte fra il 3 e il 4 agosto 1974. E una folla anche allora immensa aveva contestato ferocemente le autorità nazionali, cioè il presidente della Repubblica Giovanni Leone e quello del Consiglio Mariano Rumor.
Un altro cantautore, il bolognese Claudio Lolli, ne fece una canzone epocale, «Piazza, bella piazza». Sei anni dopo il capo dello Stato era Sandro Pertini, che arrivò a Bologna assieme a quello del Consiglio Francesco Cossiga (poi suo successore al Quirinale). Il primo venne applaudito dalla folla, assieme al sindaco Renato Zangheri: «Sandro vieni con noi, non stare con gli impostori», gridò un familiare di una delle vittime. Anna Maria Montani, che alla stazione aveva perso la madre, rifiutò di stringergli la mano: «Mica per lui, che è una bravissima persona, ma semplicemente per quello che rappresenta – spiegò – ai politici, agli uomini dello Stato che non cambiano mai, io la mano la stringerò quando avranno fatto di tutto per trovare gli assassini di mia madre. Se Pertini ha sofferto, e sul serio ha sofferto, queste cose le deve capire».
Domani Bologna celebrerà il 46esimo anniversario della strage più sanguinosa della storia repubblicana: provocò 85 morti e oltre 200 feriti. Dal punto di vista giudiziario, è quella su cui più si è indagato. E gli esiti processuali sono granitici (nel senso di sentenze definitive vidimate dalla Cassazione): condanne all’ergastolo per Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, fin dal 1995, e a trent’anni per Luigi Ciavardini (minorenne all’epoca dei fatti, sentenza del 2007). Erano tutti neofascisti dei Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari. Più recentemente, in due procedimenti disgiunti, altri ergastoli a Gilberto Cavallini, pure lui dei Nar (Cassazione del gennaio 2025), e a Paolo Bellini (pochi mesi dopo), di Avanguardia Nazionale. Quest’ultima sentenza ha visto altre due condanne minori: per depistaggio a un ex carabiniere, Pierluigi Segatel, e per false informazioni al pm a un immobiliarista romano, Domenico Catracchia, deceduto pochi mesi fa. Il processo a Bellini era stato però originato dalla cosiddetta «inchiesta mandanti», che aveva riguardato organizzatori e finanziatori della strage: la Procura, con solidi elementi, li ha identificati nei vertici della loggia massonica P2 (Licio Gelli e Umberto Ortolani), nell’ex prefetto di polizia Federico Umberto D’Amato (dunque un uomo dello Stato) e nel giornalista Mario Tedeschi, già parlamentare del Movimento Sociale prima e di Democrazia Nazionale poi. Tutti però da tempo deceduti. E dunque tecnicamente non processabili.
Anche il governo sarà domani a Bologna, ma non con un ministro: la presidente Giorgia Meloni ha infatti delegato il sottosegretario all’interno Nicola Molteni, leghista comasco che nel 1980 aveva quattro anni. Una scelta in linea con la volontà di non sovraesporre politicamente l’esecutivo in una cerimonia in cui, giocoforza, avrà un suo inevitabile peso quanto avvenuto solo pochi giorni fa proprio a Bologna: la morte di Abderrahim Fakir il 20 luglio durante un intervento di polizia e gli scontri del giorno successivo tra manifestanti e forze dell’ordine. E d’altra parte iniziano a essere lontani i tempi in cui Fratelli d’Italia stava all’opposizione e poteva permettersi, a ogni 2 agosto, di rilanciare anche per via istituzionale le critiche, diciamo così, alle plurime sentenze che per la strage hanno condannato militanti della destra eversiva.
Sono critiche che, anche quest’anno, stanno comunque già risuonando puntuali, espresse su organi di stampa vicini al governo e soprattutto via social da quella composita area di «innocentisti» pro Nar che ancora rilanciano la cosiddetta «pista palestinese». Già archiviata dalla Procura di Bologna fin dal 2015, dopo oltre dieci anni di indagini, quel filone d’indagine è stato definitivamente affossato nel corso del processo Cavallini: è avvenuto soprattutto in appello, attraverso un sistematico esame di quei documenti d’intelligence che per anni la destra, senza conoscerli fino in fondo, aveva agitato come presunta prova inconfutabile di altrui responsabilità (appunto palestinesi) nella strage alla stazione. Una volta desecretati, e prodotti a dibattimento dalla stessa Procura, quegli stessi documenti si sono rivelati per quello che erano. Cioè di valore zero dal punto di vista probatorio.
Ma non basta. Né a occhio basterà mai. Perché agitare l’esistenza di un nemico è sempre politicamente utile. Anche quando, ed è paradossale, a occupare le stanze dei bottoni è quella stessa destra che da decenni, su Bologna, ha preferito ritagliarsi il ruolo dell’eterna vittima. Mentre invece, ed è un altro paradosso, avrebbe oggi il potere di «svelare» quei segreti indicibili continuamente denunciati e i quali, si dice, ancora sarebbero custoditi dai Servizi. Ma appunto: in politica un nemico serve sempre. Soprattutto quando non esiste.
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