L'editoriale
lunedì 10 Agosto, 2026
Gli ultimi e il divario sociale
di Simone Casalini
Se una volta era un tratto da estirpare, oggi assistiamo a un arretramento del concetto di disuguaglianza, diventato un architrave delle società contemporanee
Suzanne ci ha preso per mano, accompagnandoci lungo il fiume. Indossa stracci e piume presi in qualche dormitorio e ci indica dove guardare, tra la spazzatura e i fiori, perché tra le alghe marce si scoprono eroi. Gli amori fuggenti, i ragazzi di vita, le Marinelle e tutto quel caleidoscopio di anime ai margini del Novecento si sono ritagliate uno spazio d’amore nella cultura collettiva e nella narrazione pubblica. Le canzoni, le poesie, i testi letterari, le correnti beat, l’aneddotica popolare hanno trasformato l’insuccesso di una biografia in epos.
Quantomeno per addolcirne un tratto di strada. C’era anche negli occhi di qualche borghese l’ammirazione per chi rimane indietro e il senso di conservare una dialettica tra il capitale e le crepe della società. In fondo è il patto che regge la democrazia occidentale.
Oggi la marginalità non ha nulla di epico, non ha più chansonnier («tardoromantici» avrebbe detto Guccini) che la collocheranno in una dimensione immaginifica e di compensazione perché chi esercita il canto è impegnato in una riflessione intimistica, non ha nemmeno la speranza del conflitto. Tutto sembra virare verso la rabbia, la protesta sommessa che inquina le falde senza modificare la superficie. Oppure verso l’ammissione rassegnata di essere stati semplicemente sconfitti. L’elusione della speranza.
Mentre una volta le disuguaglianze erano un tratto da estirpare – soprattutto con la lotta politica – e si sono costruiti i diritti universali, oggi assistiamo ad un arretramento che è, prima di tutto, concettuale. L’accettazione che la luccicante sfida della vita e la corsa al benessere contemplino vincitori e vinti. L’inesorabilità della competizione. Papa Leone XIV ha affermato di recente che «ogni uomo e donna è chiamato a fissare lo sguardo su chi soffre, sul dolore delle persone sole, su quanti per vari motivi vengono emarginati e considerati come “scarti”, perché senza di loro non potremo costruire società giuste, a misura di persona». Ma gli scarti sono davvero la misura di una società ingiusta o, piuttosto, nella cultura comune sono il trascurabile effetto collaterale di un modello di sviluppo? Ancora il papa americano ai giovani riuniti ad Assisi giovedì ha esclamato: «Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go! Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti».
La disuguaglianza è uno degli architravi delle società contemporanee. La crisi economico-finanziaria del 2008 ha cambiato il mondo e ha affermato un pensiero che circolava come sottofondo. Che l’alto può raggiungere vette tali da rendere impossibile osservare cosa si muove nei fondali. Quella che qualcuno ha cercato subito di fissare come una crisi del sistema americano era in realtà una crisi mondiale. Adam Tooze, storico della Columbia University, nel suo viaggio retrospettivo intitolato «Lo schianto 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo» ha uniti i puntini della trasformazione. Con lo scoppio della bolla immobiliare (2006) e il crack della Lehman Brothers (2008) la prima crisi finanziaria dell’era globale ha esteso il suo colpo di frusta ovunque. In Occidente ha impoverito – e in alcuni casi incenerito – il ceto medio, ha prodotto un ripensamento delle democrazie, ha fibrillato la Grecia e stimolato la Brexit. Trump stesso e le sue presidenze sono l’esito del 2008 così come l’aggressività mondiale, la violenza come sistema di relazione e come cultura.
Infine, ha riportato in scena il nazionalismo e l’illusione di economie sovrane. Tooze invita ad andare oltre John Maynard Keynes e la sua analisi macroeconomica fondata su un’economia internazionale che si organizza intorno a Stati nazione, a sistemi produttivi nazionali e agli squilibri commerciali che ne derivano. «Nelle discussioni sul commercio internazionale è ormai comunemente accettato che non sono più le economie nazionali a contare. Ciò che guida il commercio globale non sono i rappresentanti delle economie nazionali, ma le società multinazionali che coordinano catene del valore più ampie. Lo stesso vale per il business globale del denaro» osserva Tooze. Il sovranismo è un’illusione, tutt’al più un seme retorico.
Da Oxfam a Istat, tutti gli indicatori lampeggiano inesorabilmente a delineare l’accrescimento delle asimmetrie sociali. Nel 2025 in Italia il 10% più ricco delle famiglie deteneva una ricchezza otto volte superiore a quella posseduta dalla metà più povera della popolazione (nel 2010 era sei). A livello planetario le 12 persone più abbienti possiedono 2.635 miliardi di dollari, una somma superiore a quella dei 4,1 miliardi di persone più povere. Ossia la metà del mondo.
Che si discuta ossessivamente di migranti – al di là di come uno la pensi – ci restituisce anche il nonsense del dibattito politico. Oltre ad essere un elemento acquisito in società, anche locali, ormai ibride, la questione che determinerà il futuro – democrazie comprese – è la disuguaglianza crescente tra esseri umani. Colpisce larghe coorti di popolazione nei loro bisogni primari: fare la spesa, accedere alla sanità (pubblica), poter usufruire di un’abitazione, riuscire a garantire ai figli un’istruzione. Sono temi che a spot riecheggiano in agende politiche, come quella del sindaco di New York Mamdani, e che provano ad alimentare una polarizzazione. Ma è davvero difficile parlare di una nuova consapevolezza politica.
Un’ultima osservazione è sul desiderio e su come è cambiato, soprattutto con l’induzione al consumo. Il privilegio è una lusinga e lo status (sociale) necessita di esibizione, di affermazione. La sobrietà come stile di vita e come disponibilità verso gli altri appare persino derisa. Un vero peccato perché ad un’altezza corretta si continuano a scoprire tra le alghe marce quegli eroi che danno un senso anche al ruolo.
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