L'intervista
venerdì 28 Agosto, 2026
La storia di Jacopo Veneziani, dall’arte alla Rai. «A Parigi vivevo in 12 metri quadri, ora racconto le case degli artisti»
di Elisa Salvi
A 31 anni, il divulgatore racconta il percorso che lo ha portato dalla solitudine del dottorato al programma televisivo. E annuncia nuovi progetti, anche sulle Dolomiti
Da un alloggio di 12 metri quadri a Parigi, quando studiava e insegnava arte alla Sorbona, alla ribalta televisiva nazionale. È una parabola che racconta bene la storia di Jacopo Veneziani, che ha saputo trasformare competenza e tenacia in un’originale forma di divulgazione. A soli 31 anni, in un Paese come l’Italia che lascia poco spazio alle nuove generazioni, da alcuni anni Veneziani dimostra sul piccolo schermo e sui social come arte e cultura possano incuriosire e conquistare un pubblico trasversale. Della sua avventura professionale, Veneziani – storico dell’arte, docente, autore e divulgatore – ha parlato qualche giorno fa a Canazei, nell’ambito della rassegna «Canazei Campo Base», dove ha incantato il pubblico che ha affollato Piaz Marconi per il suo intervento su «La Montagna nell’arte». Da Giotto a Caspar D. Friedrich, da Leonardo da Vinci a Giovanni Segantini, ha raccontato dipinti, svelato dettagli e curiosità sulle opere e sulle vite degli artisti con un linguaggio fluido, avvincente e quel proverbiale guizzo ironico che ne fanno uno dei più talentuosi divulgatori del nostro tempo.
Veneziani, quando ha capito che l’arte sarebbe stato il suo mestiere?
«Ci sono state due fasi. Una ha anche un po’ a che fare con le Dolomiti, dove sono ora e che frequento sin da ragazzino con la famiglia. Mio padre è un camminatore e ci ha sempre portato in Trentino Alto Adige a fare escursioni in quota, abituandoci alla salita, a osservare dove mettere i piedi e pure il panorama. Anche queste esperienze hanno contribuito alla mia passione per i programmi di Alberto Angela, che mi stimolava perché lo vedevo tra le piramidi d’Egitto, tra le rovine dei Maya, sulla Tour Eiffel o sull’Empire State Building a New York. Paradossalmente, mi sono appassionato prima alla divulgazione che alla storia dell’arte. Un giorno mentre ero sul divano a guardare Angela ho chiesto a mia madre: “Ma i viaggi se li paga o lo pagano per farli?”. E lei mi ha spiegato che quello è proprio il suo lavoro. A quel punto ho capito che avrei voluto fare anch’io quel mestiere, ma ho tenuto il sogno nel cassetto a lungo perché non sapevo ancora cosa raccontare. Poi, quando la professoressa di storia dell’arte del liceo mi introdotto in un mondo che mi appassionava tantissimo, ho capito che l’arte sarebbe stato il mio racconto».
Così ha cominciato su Twitter con #divulgo?
«È accaduto durante il dottorato a Parigi che mi ha portato a stare ore infinite in biblioteca, avvertendo però un gigantesco senso di solitudine. Così mi sono detto: ma tutta questa conoscenza, dettagli, curiosità sugli artisti li devo tenere solo per me o al massimo per gli studenti delle mie lezioni? Era il 2015 e Twitter era il social network di giornalisti, politici, case editrici, autori televisivi, perciò ho cominciato a raccontare l’arte lì, sperando che qualcuno dell’editoria o della tivù si accorgesse di me. È accaduto, ma dopo cinque anni di martellamento quotidiano, quando la Rizzoli mi ha chiesto di scrivere un libro sull’arte che raccontavo. All’epoca scrivevo su Twitter, non mi ero mai mostrato, ma per promuovere il libro ho cominciato a fare dei video. Era il 2020 e alcuni autori televisivi mi hanno notato e proposto la rubrica nel programma “Le parole della settimana” su Rai 3 di Massimo Gramellini, che poi ho seguito a La7 per “In altre parole”».
Tutto questo accadeva mentre abitava a Parigi dove ha vissuto molti anni (e su cui ha scritto anche un libro), un lusso per molte persone?
«Un lusso apparente. Se avessi dovuto girare una puntata di “Casa d’Artista” nei miei alloggi, ci avrei messo cinque secondi. Il primo alloggio misurava 18 metri quadri, il secondo è stato un downgrade: 12 metri quadrati. Poi è arrivato il picco del lusso: 24 metri quadri. In quel periodo, iniziavo a girare con Gramellini e quando facevo i test tecnici, dalla regia mi dicevano: “C’è il lavandino dietro di te, puoi andare in un’altra stanza?”. “Ma dove?”, rispondevo. Così mi mettevo in angoli strategici per fingere sfondi che, in realtà, non esistevano».
Con «Casa d’Artista», in onda su Rai 3, entra nelle dimore di pittori e scrittori: cosa si trova in un’abitazione che non c’è in un museo?
«Le case sono gli ambienti che meglio descrivono ciascuno di noi, perciò con il team di lavoro cerco dimore che non siano troppo musealizzate e diano l’impressione che il padrone di casa sia andato a fare la spesa e stia per tornare. In questo modo Manzoni, Leopardi, Michelangelo, Canova e altri personaggi famosi diventano più “umani”. Ad esempio, nessuno s’immaginerebbe che chi ha dipinto la Cappella Sistina si occupasse della lista della spesa, che invece abbiamo trovato nella casa fiorentina di Michelangelo che disegnava la lista con simboli, perché il domestico non sapeva leggere. Oppure che Pascoli fosse la Greta Thunberg del suo tempo: non accendeva la stufa del salotto perché aveva scoperto un nido di api nella canna fumaria, preferendo un braciere che però faceva morire di freddo la sorella».
La casa che le è piaciuta di più?
«Finora, quella di Giacomo Balla a Roma. È tutta colorata, ipermoderna, non sembra che abbia più di cent’anni e non c’è un dettaglio che non sia frutto della sua immaginazione. Balla diceva che la pittura doveva uscire dalla cornice e riflettere ogni aspetto della nostra vita quotidiana: lì effettivamente l’ha messo in pratica».
Dice «finora» perché dobbiamo aspettarci una terza serie?
«Sì, stiamo lavorando a nuove puntate che potrebbero portarci anche in contesto dolomitico».
A settembre la rivedremo con Gramellini?
«No, è stato un dispiacere doverlo comunicare a Massimo. Mi è stato proposto un contratto in esclusiva con la Rai per sviluppare progetti interessanti».
Può dare un consiglio ai neofiti dell’arte che si sentono smarriti di fronte alle opere: da dove si comincia per capire qualcosa?
«Consiglio di usare l’istinto, lo stesso che ci guida quando incontriamo per la prima volta una persona. Possiamo soffermarci su dettagli, colori e ciò che ci colpisce. Questo è il modo più naturale per addentrarsi in un’opera d’arte».
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