L'intervista

giovedì 27 Agosto, 2026

Giulio Regeni, il film dieci anni dopo. Il regista Simone Manetti: «Volevamo sottrarre la sua storia alla spettacolarizzazione»

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Il documentario sarà proiettato il 9 settembre al Mart di Rovereto, nell'ambito di Oriente Occidente. Il regista: «Prima ancora di essere un film, è un atto di cittadinanza»

Dieci anni dopo, tornare nelle «strade buie, in quei mercati, in quella città – Il Cairo – caotica e sfuggente» in cui si muoveva Giulio Regeni, cercando di ricostruire la vicenda del sequestro, le torture e l’omicidio del giovane ricercatore. Interrogandosi su temi universali – la ricerca della verità, il rapporto tra l’individuo e un potere che sa essere senza scrupoli – ma tenendo ostinatamente al centro l’umanità delle persone coinvolte, evitando ogni voyeurismo e spettacolarizzazione del dolore.
È il senso di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, documentario che per la prima volta raccoglie le testimonianze dei genitori Claudio Regeni e Paola Deffendi, e dell’avvocata che li segue, Alessandra Ballerini, che sarà proiettato il 9 settembre (20.30) alla Sala conferenze del Mart, alla presenza del regista Simone Manetti.
Simone Manetti, la vicenda di Giulio Regeni è ancora molto presente nella memoria degli italiani. Cosa significa raccontarla oggi?
«Innanzitutto, se oggi possiamo ancora raccontare questa storia è per il lavoro fatto in questi dieci anni dai genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, dall’avvocata Alessandra Ballerini e da quella rete di giornalisti, attivisti e cittadini che ha tenuto accesa l’attenzione quando sarebbe stato più facile lasciarla spegnere. Noi ci siamo uniti all’”onda gialla” portando il linguaggio che ci appartiene: siamo convinti che perché ci sia giustizia è essenziale che esista la memoria, e perché ci sia memoria è necessario il racconto. Per noi ha significato rimettere ordine in una vicenda fatta di frammenti, titoli e anniversari, restituirle un percorso chiaro e continuo, sottrarla alla dispersione e al sovraccarico emotivo che nel tempo rischiavano di consumarla. Prima ancora di essere un documentario, è un atto di cittadinanza».
Ha spiegato che questo film «non è un’inchiesta né un true crime», ma un viaggio il più possibile vicino alla persona di Giulio Regeni.
«Data la profondità della ferita, la nostra prima regola è stata rifuggire da ogni forma di morbosità e spettacolarizzazione del dolore. Volevamo un film il più possibile rispettoso ed etico, e abbiamo avuto la fortuna di poterlo fare nel modo più libero possibile. Posso dire che gli unici veri editor, in questo lavoro, sono stati i genitori di Giulio e l’avvocata Ballerini».
A raccontare questa storia sono soprattutto i genitori di Giulio. Come si conquista la fiducia di una famiglia che ha vissuto una perdita così dolorosa?
«La fiducia con Paola e Claudio si è costruita nell’arco di anni. Il primo passo lo ha fatto Emanuele Cava, coautore del film con Matteo Billi, che si è avvicinato in punta di piedi, molto prima che ci fosse un progetto vero e proprio, più per vicinanza umana che per un’idea di cinema, costruendo un legame prezioso da cui è nato tutto il resto».
Il film si compone di interviste, immagini private e materiali d’archivio. Tra questi colpisce il video girato di nascosto da Mohammed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti.
«Il video di Abdallah è arrivato come un dono avvelenato, un materiale che porta dentro di sé insieme la voce di Giulio e il tradimento che lo ha travolto. Sono immagini sporche, traballanti, in cui si intravede il volto di un ragazzo che di lì a poco sarebbe stato rapito. Al montaggio, con Enzo Pompeo, ho deciso di farle tornare più volte, un frammento alla volta, così che lo spettatore le rivedesse ogni volta con uno sguardo diverso, capace di leggere qualcosa in più rispetto alla volta precedente. È un materiale che regge da solo buona parte dell’architettura emotiva del film, ne è colonna vertebrale».
Come ha deciso cosa mostrare e cosa invece lasciare fuori?
«Da un lato ho lavorato per sottrazione: credo che il fuori campo colpisca più a fondo dell’immagine esplicita, facendo arrivare l’orrore attraverso le parole di chi c’era. Dall’altro lato, invece, ho lavorato per accumulo, mettendo insieme repertori televisivi, filmati amatoriali del Cairo e le testimonianze dirette dei protagonisti ripresi durante il processo, cercando sempre l’equilibrio tra ciò che il pubblico ha bisogno di sapere e ciò che appartiene al dolore privato. Volevo che il racconto funzionasse come una macchina del tempo, che restituisse agli spettatori gli eventi come se stessero accadendo in quel momento. Che lo spettatore si sentisse dentro quelle strade buie, in quei mercati, in quella città caotica e sfuggente, la stessa in cui si muoveva Giulio, così da trasmettere una sensazione epidermica prima ancora che un’informazione. Una sensazione di annegamento, di asfissia, di perdita costante dei punti di riferimento».
Nel film emergono anche le narrazioni costruite dai media egiziani dopo la scomparsa di Giulio.
«Lavorando al film mi sono confrontato con un ambiente in cui l’informazione viene piegata secondo le necessità del potere, e l’ho visto accadere passo dopo passo, dalla prima versione dell’incidente stradale fino alle piste più assurde, quella sessuale, quella sentimentale. Da regista ho trovato in quelle narrazioni un materiale prezioso proprio sul piano del racconto: ho preferito mostrare la macchina del depistaggio all’opera, invece di spiegarla».
Cosa si prova a raccontare una realtà dove i diritti – anche quelli fondamentali – non sempre sono garantiti?
«Quello che mi ha colpito di più è la distanza tra il nostro modo di vivere il rapporto con lo Stato e quello di chi vive dentro un regime. Nel film l’avvocata Ballerini riporta la frase di un collega egiziano, che secondo me è la chiave di tutto: “Tu non puoi capire, perché sei nativa democratica; questo è un regime, e per il regime conta molto poco la vita delle persone. È un regime paranoico e nel dubbio agisce di conseguenza”. Ecco, noi siamo nativi democratici, e la sfida più delicata è stata proprio provare a far percepire quella distanza».
Che cosa vorrebbe che restasse allo spettatore, oggi, della storia di Regeni?
«Questo intreccio non riguarda solo Giulio o la sua famiglia: è una storia che riguarda tutti noi, perché parla di diritti civili fondamentali, di libertà, del rapporto tra chi cerca la verità e chi la vuole nascondere».

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