L'editoriale
venerdì 14 Agosto, 2026
La fragilità dei sacerdoti
di Donatello Baldo
Senza un ripensamento radicale della vita e del ruolo del sacerdote, la «terra di fede» trentina rischia di ritrovarsi molto presto con molte cattedrali nel deserto e pochissimi pastori rimasti a presidiarle
Ci sono momenti in cui il linguaggio eccessivamente prudente della diplomazia ecclesiastica non basta più a coprire la realtà dei fatti. Per la Diocesi di Trento, questi ultimi anni si vanno configurando come horribilis, espressione di una crisi profonda, forse la più drammatica della sua storia recente. Un’emergenza che va ben oltre l’inesorabile flessione dei fedeli e che mostra un’istituzione al centro della proverbiale tempesta perfetta: il crollo verticale delle vocazioni da una parte, una scia di lutti e drammi personali dall’altra. Questo preoccupa la comunità dei fedeli, ma preoccupa anche i laici e coloro che riconoscono alla Chiesa un ruolo sociale, culturale e talvolta anche politico. Ora, senza nulla togliere al naturale ricambio generazionale legato all’età di molti sacerdoti, i fatti di cronaca registrati nell’ultimo periodo raccontano una storia che andrebbe narrata con trasparenza per favorire una presa d’atto. Una storia fatta di malattie devastanti, sparizioni improvvise (così è stata rubricata la morte di don Lino Zatelli) e spietati campanelli d’allarme che la Diocesi sembra faccia fatica a gestire.
Il conto delle perdite per il presbiterio trentino nell’ultimo periodo è pesante. In sequenza, sono morti don Renzo Caserotti, 69 anni, deceduto a causa di un tumore dopo una lunga malattia; don Mauro Leonardelli, stroncato anch’egli da un tumore a soli 54 anni; don Carlo Crepaz, 61 anni, crollato per un infarto improvviso mentre reggeva le parrocchie della Val Rendena; e infine la tragica, inaspettata scomparsa di don Lino Zatelli, 75 anni, che ha lasciato l’intera comunità in uno stato di profondo smarrimento dopo un gesto estremo, dirompente per la Chiesa. Quasi un urlo che chiede di essere ascoltato e non taciuto, liquidato velocemente o soffocato quasi che il suicidio fosse ancora quel pubblico scandalo da condannare senza cogliere la sofferenza che lo produce.
Ed è proprio di fronte a quest’ultimo doloroso evento che le domande si fanno più fitte. L’arcivescovo Lauro Tisi ha ricordato il sacerdote sottolineando come «custodiremo il ricordo vivo di un prete con una spiccata dote comunicativa, attraverso la quale ha saputo annunciare il Vangelo con libertà, creatività e concretezza, coltivando sempre relazioni significative nelle comunità in cui è stato chiamato ad operare», affidandolo infine «all’Amore del Padre affinché lo accolga tra le sue braccia». Parole di cordoglio e di profonda stima che tuttavia non riescono a celare quell’imbarazzo che sembra aver colto la Diocesi dopo un epilogo così traumatico. Dietro la figura di un punto di riferimento solido e carismatico, quanta fatica e quanta solitudine interiore possono essersi accumulate senza che nessuno se ne accorgesse? Questo dramma mette a nudo l’ipocrisia del non detto, dell’evitamento di fronte alla realtà, quella della fragilità emotiva e dell’isolamento di uomini chiamati ad ascoltare e farsi carico delle sofferenze altrui, ma che talvolta rimangono privi di una rete capace di sostenere le proprie. L’istituzione ecclesiastica sembra faccia estrema fatica a intercettare le ferite invisibili dei propri sacerdoti in quanto uomini, prima ancora che nella loro funzione pastorale.
Se il lato umano affonda nelle fragilità individuali, quello organizzativo interno alla Chiesa trentina mostra i segni di un progressivo declino. Il modello tradizionale del parroco di paese è definitivamente morto. Oggi la Diocesi si ritrova a coprire buchi continui: ci sono sacerdoti costretti a fare i pendolari della fede, arrivando a gestire molte parrocchie contemporaneamente. E il futuro appare ancora più nero. Il ricambio generazionale è semplicemente inesistente: ad oggi si contano appena due seminaristi trentini in tutto il percorso di formazione. Cifre ridotte se confrontate con la storia di una terra che per secoli è stata un’esportatrice netta di preti e missionari in tutto il mondo.
La Chiesa di Trento si trova oggi di fronte a un bivio storico. Continuare a gestire l’emergenza resistendo di campanile in campanile rischia di essere un’agonia prolungata. Senza un ripensamento radicale della vita e del ruolo del sacerdote, la «terra di fede» trentina rischia di ritrovarsi molto presto con molte cattedrali nel deserto e pochissimi pastori rimasti a presidiarle.
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