L'editoriale
mercoledì 16 Settembre, 2026
Classi miste, hub di servizi, spazi di co-working. Così tornerermo a vivere nei paesi (anche per sfuggire al caldo)
di Maria Prodi*
Polemiche sull'alcolismo a parte, ecco alcune proposte concrete per combattere lo spopolamento
Scrivere provocazioni sui social per creare un’onda di popolarità, anche se irritata e scandalizzata, è diventato un mestiere. Per cui tralascio qualsiasi commento sull’innesco dell’ultima diatriba («A parte l’overtourism per i borghi resta solo alcolismo, maschilismo e razzismo») che ha sollevato un polverone, ricevendo però gratificanti citazioni e interviste.
Mi sottraggo al giochino della polemica a scopo pubblicitario, ma non riesco a non sentirmi sollecitata dal tema. Come si vive nei pesi? Come si potrà vivere nei paesi? Andiamo verso l’abbandono dei piccoli centri, soprattutto in montagna, oppure verso una rinascita?
Veniamo da un’estate torrida, cui seguiranno estati sempre più torride. Le città, concrezioni di cemento e asfalto, sembrano fatte apposta per condensare il calore e continuare a emetterlo lungo le notti estive. Non c’è via di uscita, posto che tutto quello che dovremmo urgentemente fare, passare alle rinnovabili, è bloccato dalla avidità di qualche governante che scommette sul petrolio per proprio tornaconto, e di qualche altro governante che scommette su chi scommette sul petrolio, o peggio, non ha capito il problema.
Cercheremo rifugio nella vecchia casa dei nonni, affitteremo la baita nella valle dimenticata dal turismo, ci ripareremo nel paesino sugli appennini lontano dalle statali?
Ci sono alcuni colli di bottiglia che sembrano ineliminabili nella vita del piccolo comune o della frazione: il lavoro, il commercio, l’educazione dei figli, la socialità.
Con il Covid abbiamo imparato che ci si poteva spostare molto meno, mantenendo online ottime prestazioni di lavoro in staff, magari alternando presenza fisica e remoto. Negli anni successivi le opportunità di telelavoro e lavoro smart per i dipendenti sono state progressivamente ristrette, accampando considerazioni di minor produttività o efficacia. Nelle prassi osservo che in non poche amministrazioni il fatto che due uffici sono contigui non garantisce affatto la comunicazione reciproca e neppure coerenza e fluidità nell’organizzazione. La sinergia dipende dalla capacità di tessitura di chi dirige la struttura, non dal fatto che si lavora nello stesso palazzo.
Certamente lavorare da soli a casa non è ottimale: sia psicologicamente che tecnologicamente. Allora perché non incentivare co-working nelle località decentrate, dotati di servizi tecnologici avanzati, ma anche di comfort e socialità, e magari da micronidi o spazi educativi per l’infanzia? Perché non coordinare servizi di car-pool (utilizzo di macchine private per trasporto di più persone) per spostarsi o recapitare spese e pacchi?
Quanto al commercio si rileva che tanti piccoli esercizi, sostenuti dall’intero sistema della cooperazione, hanno spesso già intercettato altri bisogni (aiuto pratiche, recapito, assistenza a fruizione di servizi o acquisti online) che integrano le funzioni classiche del commercio. La fusione fra servizi usualmente distinti (alimentari e bar/ristoranti, per esempio, ma magari anche circolo, ritrovo, sede associativa ecc…) possono creare aggregazioni e spazi di socialità, se si contengono gli ostacoli burocratici. Chiaramente la competizione con i grandi spazi commerciali è impari, ma l’esperienza di acquisti condivisi (gas: gruppo acquisti solidali) può integrare quello della vendita generalista.
La rigidità del sistema scolastico, e la progressiva perdita di autonomia delle scuole, rende difficile uscire dalla alternativa fra pluriclassi piccole e un po’ asfittiche e pendolarismi faticosi per i bambini. Ci potrebbero essere classi articolate, con un orario misto, che alternino la partecipazione al gruppo-classe intero, raggiungibile in altra sede con trasporto scolastico, e la frequenza locale di un piccolo gruppo di alunni del paese, con supporto a distanza. Perché non collegare la gestione della solitudine degli anziani, nei piccoli centri, con una moderata partecipazione alla custodia dei piccoli? Esperienze che ho già visto fare in località dell’appennino modenese venti anni fa…
Sono tutte soluzioni che si basano su di una buona integrazione delle necessità dei singoli nuclei con le necessità degli altri e che presuppongono un tessuto collaborativo e di reciprocità. Non è facile riconvertire una popolazione anziana e radicata nelle sue abitudini, che per lo più è maggioritaria nei piccoli centri, portandola a modelli di maggiore condivisione. Bisogna attrarre nei piccoli centri famiglie giovani, potenziando le opportunità di creare un tessuto di vicinato attivo, con incentivi agli affitti e favorendo esperienze di reciprocità e di autoaiuto. Oggi la condivisione di un passaggio in macchina, di un aiuto coi bambini, di una spesa per altri può essere semplificata da app e social.
Mantenere le radici è importante, ma per farlo occorrono nuove fronde e foglie: la tecnologia divide spesso le persone vicine, ma può fare ancora molto per avvicinare le persone fisicamente lontane, o per organizzare meglio le relazioni collaborative. Se vogliamo che i paesi non muoiano, prima di tutto di pregiudizi e ostilità, ma anche di stanchezza e abbandono, bisogna uscire da una mentalità assistenzialistica per favorire un approccio di valorizzazione.
*Già dirigente scolastica
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