l'editoriale

venerdì 25 Settembre, 2026

Classi, stranieri e percentuali

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Ho conosciuto percorsi difficili, abbandoni, ragazzi che non hanno saputo o voluto cogliere le opportunità offerte. Ma fragilità, rifiuto delle regole e insuccesso non hanno passaporto: possono riguardare ragazzi italiani e stranieri

Da oltre vent’anni lavoro nella Formazione Professionale paritaria trentina, a contatto con ragazzi, famiglie e insegnanti. Ho visto cambiare le classi, arrivare nuove culture e lingue. Ho incontrato difficoltà, anche serie, ma pure esperienze importanti di integrazione. È da questa realtà, più complessa degli slogan, che guardo al dibattito sul burqa e sul limite del 30 per cento di studenti stranieri per classe.
Cominciamo dal burqa. In vent’anni non ho mai incontrato una ragazza che si presentasse a scuola indossandolo. Mai.

Ho conosciuto studentesse musulmane, alcune con il velo e altre senza, ma il burqa nella mia esperienza non è mai stato un problema scolastico. Non nego che altrove possano esserci situazioni diverse, né sottovaluto la libertà individuale o la condizione femminile. Mi chiedo però quale sia la reale dimensione del fenomeno e se sia questa una priorità per la scuola. Più complessa è la questione del 30 per cento.

Ma chi consideriamo straniero? Nella Formazione professionale la presenza di studenti con cittadinanza non italiana è significativa. Dentro quella definizione convivono però storie diverse: c’è chi è arrivato da pochi mesi, non conosce la lingua e deve orientarsi in un Paese nuovo; e c’è chi è nato in Trentino, parla italiano e magari dialetto, gioca nella squadra del paese e ha frequentato le scuole con i coetanei italiani. Ragazzi stranieri sulla carta, talvolta soltanto nel cognome. Confondere provenienza familiare e bisogno educativo non aiuta. La scuola multietnica non è il futuro: è già il presente. Questo non significa descrivere una scuola ideale. Ho conosciuto percorsi difficili, abbandoni, ragazzi che non hanno saputo o voluto cogliere le opportunità offerte, situazioni di scarsa integrazione scolastica e sociale. Storie che avremmo voluto finissero diversamente. Negarlo sarebbe ingiusto verso chi lavora ogni giorno nella scuola. Ma fragilità, rifiuto delle regole e insuccesso non hanno passaporto: possono riguardare ragazzi italiani e stranieri. Ho visto anche ragazzi arrivare senza conoscere una parola di italiano e raggiungere la maturità senza perdere un anno, grazie a caparbietà, responsabilità e voglia di riscatto. Altri hanno conquistato, un passo alla volta, la qualifica professionale, il diploma di quarto anno e poi la maturità.

Oggi molti lavorano nelle aziende del territorio, sostengono l’artigianato e le imprese; altri partecipano ad associazioni, volontariato e sport. Non abitano soltanto nei nostri paesi: ne sono parte.
Dietro questi risultati c’è un lavoro spesso invisibile: quello degli insegnanti. Ho visto la quasi totalità dei docenti mettersi in gioco, partire dall’accoglienza, provare a capire chi hanno davanti. Mettersi nei panni di chi, arrivato da lontano, deve imparare insieme lingua, regole, relazioni e un nuovo modo di stare a scuola. Anni fa, in un percorso sull’insegnamento dell’italiano come lingua seconda all’Università Ca’ Foscari di Venezia, il professor Graziano Serragiotto mi fece conoscere un concetto che non ho dimenticato: l’approccio umanistico-affettivo. Davanti a noi non c’è soltanto qualcuno che deve imparare grammatica e vocaboli, ma una persona con emozioni, paure, motivazioni, autostima e una storia. Riconoscerle aiuta a creare la fiducia necessaria per imparare e mettersi in gioco. Non è buonismo. È didattica. Accogliere, però, non significa rinunciare alle regole. La scuola deve offrire strumenti, ma allo studente va chiesto di frequentare, impegnarsi e rispettare gli altri. Integrare significa offrire opportunità e chiedere responsabilità. Una forte concentrazione di studenti appena arrivati, con scarsa conoscenza dell’italiano, può creare difficoltà reali: sarebbe sbagliato negarlo.

Ma il problema non è semplicemente la cittadinanza del ragazzo seduto al banco. Se non conosce l’italiano servono percorsi di L2; se una famiglia fatica a dialogare con la scuola bisogna coinvolgerla e responsabilizzarla; se una classe è complessa occorrono risorse, docenti formati e, quando serve, mediazione culturale. Nella Formazione professionale l’integrazione è concreta: si costruisce in laboratorio, in officina, durante uno stage, quando ragazzi diversi imparano a lavorare insieme, arrivare puntuali, rispettare un collega e assumersi responsabilità.
Quando sento parlare di percentuali penso a chi, arrivato senza una parola di italiano, oggi incontro nelle aziende e nelle associazioni. Ma penso anche a chi abbiamo perso per strada. Conosco entrambe le facce della realtà: per questo credo servano meno semplificazioni e più politiche educative. Una società seria non nasconde i problemi dell’integrazione: li affronta, chiede rispetto delle regole e soprattutto investe perché possa riuscire. Il risultato più importante non è una percentuale sul registro, ma vedere un ragazzo arrivato da lontano diventare un lavoratore, un collega, un volontario, un vicino di casa. In una parola, parte della comunità.

*Direttore Unità Operativa
Centro Formazione Professionale Università Popolare Trentina

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