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martedì 28 Aprile, 2026

Il ritiro dei ghiacciai porta metalli pesanti nelle sorgenti alpine: uno studio rivela la contaminazione dell’acqua in quota

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Uno studio di Eco Research Bolzano rivela concentrazioni record di nickel, manganese e alluminio nell'80% delle sorgenti analizzate. Il ritiro dei ghiacci accelera il rilascio di sostanze nocive dalle rocce, minacciando le riserve idriche delle vallate

Uno studio ha analizzato le acque di 80 sorgenti delle Alpi Centro-orientali, rivelando che, nelle vallate con alcuni tipi di roccia molto comuni, le sorgenti derivanti da zone di permafrost e ghiacciai sono caratterizzate da alti livelli di metalli pesanti. Il fenomeno è legato alla geologia locale e al ritiro dei ghiacci, e interessa le sorgenti che si originano da ghiacciai, rock glaciers, morene di recente formazione e conoidi di detrito, forme del paesaggio che rappresentano anche importanti serbatoi idrici alpini.

Un gruppo di ricerca guidato dal centro Eco Research di Bolzano ha analizzato le acque di 80 sorgenti d’alta quota, situate in diversi massicci delle Alpi Centro-orientali. Le analisi hanno rivelato che, nelle vallate con alcuni tipi di roccia molto comuni, le sorgenti derivanti da zone di permafrost e ghiacciai sono caratterizzate da alti livelli di metalli pesanti come nickel, manganese e alluminio. In particolare, nel 36% delle sorgenti indagate, le concentrazioni di tali sostanze analizzate superavano i limiti imposti per l’acqua potabile dalle normative dell’Unione Europea e dell’Italia.

Come emerso dallo studio, appena pubblicato dalla rivista Hydrological Processes, il fenomeno riguarda le sorgenti alimentate da diverse forme del paesaggio che rappresentano anche importanti serbatoi idrici alpini, ovvero ghiacciai, rock glaciers (ghiacciai rocciosi), morene recenti e conoidi di detrito. E questa è una novità. Fino a oggi, infatti, la maggior parte delle ricerche si era focalizzata solo sui ghiacciai rocciosi e, in minor misura, sui ghiacciai. I risultati di questo nuovo studio, quindi, dimostrano che la contaminazione da metalli pesanti delle acque di montagna è più diffusa di quanto si pensasse.

“La contaminazione da metalli pesanti delle acque d’alta quota ha a che fare sia con la geologia del territorio sia con la degradazione della criosfera, ovvero la perdita dei ghiacciai e del permafrost”, spiega Stefano Brighenti, ricercatore di Eco Research e primo autore dello studio. “Il ghiaccio funge come una barriera in cui le reazioni chimiche sono inibite. Quando il volume occupato dai ghiacci diminuisce, le acque derivanti dalle piogge e dalla fusione della neve penetrano più in profondità nel terreno o attraversano zone ricche di materiale roccioso recentemente sminuzzato dall’azione dei ghiacciai e del permafrost. L’acqua e l’ossigeno, quindi, interagiscono maggiormente con le superfici minerali, aumentando l’acidità dell’acqua e portando al rilascio dei metalli pesanti da parte della roccia. Di conseguenza, le acque di sorgente avranno un contenuto maggiore di queste sostanze”.

“Questo studio è importante perché dimostra che dove la criosfera si degrada, è molto probabile che le sorgenti d’acqua siano contaminate”, afferma Chiara Crippa, seconda autrice dello studio e ricercatrice dell’Istituto per l’osservazione della Terra di Eurac Research, centro di ricerca di Bolzano. Dallo studio, infatti, è emerso che, nei siti caratterizzati da rocce ricche di solfuri, le uniche sorgenti con acque di buona qualità sono quelle che si originano da strutture non glaciali e non influenzate da permafrost, che comunemente sgorgano da versanti ricchi di suolo e vegetazione.

La crisi climatica in corso potrebbe esacerbare il fenomeno di contaminazione delle acque. L’aumento delle temperature globali, infatti, sta accelerando la degradazione del permafrost e il ritiro dei ghiacciai, facilitando il rilascio su vasta scala di metalli pesanti nelle acque alpine. “Dobbiamo prepararci a un futuro caratterizzato da acque di montagna sempre più scarse e, in vaste zone, sempre più inquinate. Con sempre più evidenti effetti ecologici, sociali ed economici anche nelle zone di fondovalle”, afferma Brighenti.

La ricerca è stata condotta nell’ambito del Tiomi NOI Capacity building II, finanziato dalla Provincia Autonoma di Bolzano. Ha visto la collaborazione di numerosi enti di ricerca: Libera Università di Bolzano, Eco Research, Eurac Research, Fondazione Edmund Mach, Muse – Museo delle Scienze di Trento, Università di Padova, Università di Torino, Accademia Austriaca delle Scienze e Parco Naturale Adamello-Brenta.