L'editoriale
mercoledì 17 Giugno, 2026
Gli invisibili per comodità
di Marika Damaggio
Un'etichetta attribuita ai senza dimora, a lavoratori e lavoratrici irregolari, alle schiave del sesso. A quelle persone che, senza volto e senza biografia, ci paiono meno sofferenti.
C’è un’etichetta che ricorre spesso quando fatichiamo a trovare le parole giuste per dare un volto, un nome, un profilo. Gli invisibili. Questo termine è un po’ un passe-partout, va bene per tutto. Ci pare calzare per i senza dimora costretti ora al freddo d’inverno ora alla ricerca d’ombra nelle città roventi. Ma ci pare calzare anche per lavoratori o lavoratrici irregolari, chi ci sbarazza casa o lavora nei cantieri per fare presto, tanto per alcune faccende bastano mani e poche parole. Ma sono invisibili anche le schiave del sesso reclutate online e rinchiuse a soddisfare clienti attenti più all’amplesso che all’abuso. Ma, alla fine, sono invisibili per chi? E rispetto a cosa? La verità è che l’indefinito ci basta, senza volto e senza biografia queste umanità dannate dalle responsabilità dei racket che campano ai lembi delle nostre vite, con profitto milionario, ci paiono meno sofferenti. Sono entità astratte, che non sentono nemmeno il dolore fisico. Come i pupazzi. Invisibili, per l’appunto. E invece no. Sono corpi, seppur trattati come fantocci.
È il caso dell’operaio 56 enne, di origine indiana, che pochi giorni fa è stato scaricato e abbandonato a Bassano del Grappa vicino all’ospedale. Quel poveretto è caduto da un’altezza di due metri nel maneggio dove lavorava abusivamente. Tant’è che gli imprenditori hanno pensato di caricarlo in auto e scaricarlo come uno straccio in mezzo alla strada. Chi l’ha trovato, confuso e dopo una notte di dolore, gli ha salvato la vita. Perché, fortunatamente, l’invisibile per alcuni è visibile. Sono ossa rotte, sono ferite aperte. I carabinieri hanno denunciato alla Procura di Vicenza i due titolari dell’azienda. A loro carico pesano i reati di omissione di soccorso e lesioni personali colpose.
In Calabria gli invisibili sono stati arsi vivi, carbonizzati perché nemmeno ossa e pelle dovevano permettersi di calcare la terra da arare zitti. Una telecamera ha immortalato il momento in cui ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro lavoratori impiegati nella raccolta delle fragole sono stati brutalmente uccisi dai loro caporali. Le porte del minivan si chiudono, la benzina innacqua il veicolo e loro restano in una trappola di fuoco e vergogna. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo.
Per Marco Omizzolo, sociologo e responsabile scientifico di In Migrazione – tra i massimi esperti dei fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato – la strage di Amendolara ha tratti inediti rispetto a quanto si conosce del fenomeno. «Si tratta – ha detto in un’intervista alla Fondazione Feltrinelli – di un assassinio brutale, che però ha alcune caratteristiche originali rispetto a quello che abbiamo da sempre studiato e compreso del padronato, del caporalato e delle agromafie: si è svolto in un’area pubblica, ripreso da una telecamera, con un’attività assassina evidentemente brutale, con quattro persone bruciate vive sotto gli occhi dei loro aguzzini, caporali assassini».
Il racket criminale dunque non si nasconde, non è uno Stato nello Stato ma lo attraversa spudoratamente. Ma la localizzazione geografica della strage non ci deve alleggerire perché sul nostro quotidiano abbiamo pubblicato il report del Numero verde nazionale che stima la tratta e lo sfruttamento degli esseri umani. Sono 69 i casi monitorati nella nostra regione nel 2025. Non solo: Patrizia Rapposelli ha intervistato il criminologo Gabriele Baratta che ha fotografato la trasformazione digitale dello sfruttamento della prostituzione. A fronte di 40 donne costrette a prostituirsi per strada, sono 400 – in base alle stime – le donne abusate negli appartamenti. Qui non si tratta di sex worker per (legittima) scelta, ma ragazzine adescate online poco più che maggiorenni. Annunci di lavoro civetta, gruppi Telegram e WhatsApp, poi la schiavitù magari in un Paese che non si conosce e con cui non si riesce a dialogare, a chiedere aiuto.
Eppure quelle in cui vengono costrette sono case reali, appartamenti mai isolati. E quelle giovani donne hanno nomi, biografie che noi decidiamo di sommergere, di coprire con un velo di vergogna che ci rassicura. Invisibili. Ma nemmeno troppo. Almeno quando fa comodo per un lavoretto in nero, dimenticando il nome di battesimo della «signora delle pulizie».
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