L'editoriale

giovedì 30 Luglio, 2026

Selva, Bolzano e i divari

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Mentre in val Gardena si realizzano centri congressi e circonvallazioni, il capoluogo altoatesino aspetta

C’è un posto dove la parola overtourism viene vissuta con una connotazione senza dubbio positiva: la Val Gardena. Lì, quando la sentono pronunciare, agli amministratori brillano gli occhi, e nelle pupille compare, come a Paperon de’ Paperoni, il simbolo dell’euro. Dlin, dlin, dlin. A Selva di Val Gardena, 2.625 abitanti, secondo comune più affollato d’inverno di tutto l’Alto Adige con 819mila pernottamenti l’anno scorso, hanno deciso che mancava una cosa sola: un centro congressi da mille posti. Mille. Costo: 53,5 milioni di euro.

Sala grande divisibile, palcoscenico, cinque sale seminari, quattro sale per le associazioni, tutto bellissimo sulla carta. Peccato che il piano regolatore attuale consenta un terzo della cubatura prevista (25.000 metri cubi), che il lotto sia in parte classificato a pericolosità idraulica molto elevata, che serva sbancare un versante ripido in zona sismica. L’occasione? Selva ospiterà i mondiali di sci nel 2031, una iattura per cui i vertici della Provincia hanno brindato — letteralmente, come non ci fosse un domani — due anni fa a Reykiavik.

Le Olimpiadi invernali Milano-Cortina sono finite da poche settimane, e il conto è già agli atti: la Südtirol Arena di Anterselva, rifatta e ampliata con 58,4 milioni di euro tra Provincia e Stato poteva anche starci. Ora abbiamo il centro biathlon più all’avanguardia della galassia ma gli impianti sportivi, se non hanno impatti devastanti, credo vadano salutati con favore. Ci stava forse un po’ meno la sostituzione di un impianto di innevamento funzionante che ha comportato la creazione di un bacino da 30.000 metri cubi per cui sono stati abbattuti 2,5 ettari di bosco sanissimo. La versione ufficiale parlava di esigenze legate alle gare; in realtà, per stessa ammissione del sindaco, unicamente serviva agli albergatori per aprire la stagione già a Sant’Ambrogio, due o tre pernottamenti in più a inizio dicembre.

È un meccanismo collaudato, quello tra grande evento e grande opera: prima si annuncia l’evento, poi si costruisce l’infrastruttura in funzione dell’evento, poi si ha il boom di presenze che giustifica il prossimo evento, che giustificherà la prossima infrastruttura. Da qualche parte a Palazzo Widmann, c’è probabilmente già chi sta pensando a quale altro mega evento candidare l’Alto Adige «sempre più sostenibile», per il 2035 o il 2036.

Ma lasciamo per un attimo da parte l’urbanistica, la geologia, l’aritmetica finanziaria di un’opera che pesa 20mila euro a residente come il centro congressi di Selva Gardena. C’è un dettaglio politico che dovrebbe far saltare sulla sedia chiunque viva o lavori a Bolzano, ed è questo: Selva avrà, con ogni probabilità, la sua circonvallazione prima che Bolzano riesca anche solo a vederne l’ombra della propria. Il 20 marzo la giunta provinciale ha approvato il quadro tecnico ed economico della circonvallazione di Selva: 97 milioni di euro, due gallerie, tre ponti, già inserita nella programmazione triennale dei lavori stradali. L’assessore Alfreider ha parlato di un «progetto determinante» e ha aggiunto che si punta a un cofinanziamento legato ai mondiali 2031. Stessa formula, identica, usata per il centro congressi. I mondiali usati come bancomat retorico per giustificare la massima urgenza e contemporaneamente la «crescita economica» tendente a più infinito.

Bolzano, nel frattempo, aspetta. Aspetta da sempre, verrebbe da dire, e non è un modo di dire: è l’unico comune capoluogo d’Europa a non avere una vera circonvallazione, con una densità abitativa tra le più alte. Nel 2018 l’allora sindaco di Bolzano, Renzo Caramaschi, si fece fregare con una incredibile messinscena amministrativa denominata «Agenda Bolzano» che doveva portare con sé una marea di grandi opere. Tra annunci ciclici, tavoli tecnici permanenti, di rinvio in rinvio, otto anni dopo, non c’è nulla. Nemmeno il classico pugno di mosche. Nulla. Fiumi di parole a offuscare il fatto che negli otto anni passati nelle valli altoatesine di circonvallazioni ne sono state costruite almeno una decina investendo fantastiliardi di soldi pubblici. E nessuno dice nulla. Bisogna avere pazienza. Sai la Svp è fatta così, non puoi andare allo scontro, ti dicono. Pazienza bisogna avere.

A Innsbruck nessuno si sognerebbe di discutere se la città debba avere priorità sulla viabilità rispetto ai paesi di montagna circostanti. A Trento negli ultimi 30 anni sono stati investiti miliardi pur di cercare di liberare il centro dal traffico di attraversamento. In Alto Adige, invece, l’ordine delle cose si è capovolto: il capoluogo non è la prima ruota del carro, e nemmeno l’ultima. È il bullone arrugginito a bordo strada saltato via dal cerchione una cinquantina di anni fa. Non esiste.

Se questa è la scala delle priorità, allora tanto vale essere conseguenti fino in fondo, e organizzare i prossimi mondiali di sci direttamente sul Colle, la montagna verde del capoluogo. C’è però un punto su cui va dato atto alla giunta provinciale di aver fatto la cosa giusta, e va detto senza ironia: il divieto, deliberato il 19 giugno, alle manifestazioni motoristiche organizzate sopra i 1.600 metri e nelle aree protette, passi dolomitici compresi. Una misura concreta, finalmente, dentro la Strategia di sostenibilità 2030 e il Piano clima 2040 — due documenti che fino a ieri sembravano scritti per essere citati nei comunicati stampa e dimenticati nei cassetti. Lo stesso Kompatscher ha ammesso che la misura «da sola non risolve le sfide sulle strade dei passi» e che servono interventi ulteriori. Bene, prendiamolo come un impegno, non come una excusatio.

Perché il problema vero, quello che nessuna delibera sui raduni motoristici risolve, è l’overtourism strutturale che la stessa Provincia continua ad alimentare con una mano mentre con l’altra firma divieti simbolici. Il Seceda con il suo tornello a 5 euro e i 74 euro di biglietto andata-ritorno per la montagna dei selfie, è la fotografia perfetta di questa montagna: trasformata in parco a tema, dove un privato si inventa un «casello» per monetizzare «l’invasione», perché nessuno, prima, ha pensato a regolare i flussi. Vietare le gare di auto d’epoca sul Passo Sella è un gesto giusto, ma cosmetico. Speriamo che in futuro torni di moda anche in Alto Adige-Südtirol almeno fingere di parlare di sviluppo sostenibile.

*Giornalista di salto.bz

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