L'editoriale
mercoledì 29 Luglio, 2026
L’Italia nel pallone
di Lorenzo Fabiano
Dal fallimento del progetto Maldini-Leonardo al ritorno del ct campione d'Europa: una vicenda che lascia più sconfitti che vincitori
Tanto rumore per nulla, l’Italia nel pallone riparte da Roberto Mancini cittì e Claudio Ranieri direttore tecnico. Vicenda surreale, grottesca, comica, che neanche un film di Mel Brooks. Appena sedici giorni, e pensare che parevano già pochi quelli del Re di Maggio, tanto è durato l’interregno della coppia Maldini-Leonardo, il duumvirato che avrebbe dovuto avviare la rifondazione. In una settimana i tedeschi hanno svoltato su Klopp, i francesi su Zidane, noi siamo stati per mesi in alto mare tra le baruffe. Tutto da rifare direbbe Ginettaccio.
Maldini e Leonardo hanno sbattuto la porta e se ne sono andati via sdegnati, il cerino è rimasto acceso sulla scrivania del presidente federale Giovanni Malagò, che a quel punto non ha fatto altro che puntare dritto sul ritorno di Mancini e l’arrivo di Ranieri. Un pasticciaccio brutto di una storia in cui sono tutti perdenti. Non ne esce bene, ma alla fine ci mette una pezza, Malagò: ha voluto Paolo Maldini ad ogni costo, lo ha coperto di lusinghe e ne ha assecondato ogni richiesta pur di convincerlo ad accettare l’incarico di direttore tecnico. Almeno all’inizio, aveva anche digerito la scelta di Pirlo cittì, che certo non lo entusiasmava. Poi, però, è scoppiata la grana dell’Andrej Pirlov testimonial a libro paga di un’agenzia di scommesse di proprietà di un oligarca russo, al contempo proprietario anche della squadra che lo stesso Andrej allena in serie B a Dubai (con tanto di trasferta promozionale a Mosca mentre Putin bombardava a tappeto l’Ucraina dell’amico/ex amico Shevchenko): del tutto ignaro della faccenda, ma qualcuno avrebbe dovuto dirglielo, solo allora Malagò ha capito che si era andati un po’ oltre, che bene o male il presidente è lui, e si è messo quindi di traverso. A Maldini aveva concesso autonomia, ma anche preteso condivisione. Non c’è stata né l’una né l’altra. Peggio non poteva andare.
Malissimo ne esce Paolo Maldini. Ha voluto con sé Leonardo: da dirigente, al Milan aveva Boban, in Nazionale Leonardo. Domanda: ma da solo, Maldini, non ce la fa? Ha sempre bisogno di un badante al suo fianco? Boh. I due si sono imbarcati in una missione su Marte, culminata coi più scontati dei due di picche. Prima Ancelotti e poi Guardiola hanno infatti cortesemente detto «no grazie». Quindi, non senza una buona dose di quell’amichettismo che in Italia non guasta mai, e di quel fighettismo tutto milanese (questa, sia chiaro, è una nota del tutto personale) hanno abbassato a picco l’asticella per arrivare a Pirlo, l’ultima ruota del carro (fu così anche con Gattuso per una panchina un tempo ambitissima, ma che oggi scotta così tanto da tenere tutti alla larga), profilo con un passato da grande giocatore, ma carriera da allenatore sin qua piuttosto mediocre. Oltre alla grana russa, ne è emersa poi un’altra per nulla secondaria: i figli di Pirlo e Maldini, che studiano da procuratori, sono un problema. Una norma vieta, infatti, a chi ricopre incarichi federali di avere anche un parente procuratore. Chissà come l’avrebbero risolta, con una leggina ad personam sul conflitto di interessi? Forse sì, tanto in Italia siamo parecchio esperti in materia.
Sulla commedia il sipario è poi calato con un divorzio agli atti quale finale della tipica storiella della montagna (Maldini e Leonardo) che partorisce il topolino (Pirlo). Saltato il topolino, è franata la montagna. E quindi? Senza più gli uomini del presidente, decide il presidente: per la nomina del direttore tecnico, aveva preso quota la candidatura di Giorgio Chiellini, attualmente impiegato alla Juve nel ruolo di Chief Club Affairs Officer, roba che non si sa bene cosa sia (un classico dei dizionari di management). Giorgione ha fatto sapere di star bene dov’è, svolta di buonsenso una tantum sul vecchio saggio Claudio Ranieri che ha accettato l’incarico. Per quanto riguarda il cittì, sul tavolo di Malagò erano rimaste due opzioni: Conte e Mancini erano le sue scelte sin dall’inizio del pasticcio, ma erano state accantonate perché bocciate dai duumviri. Sulla bravura di Conte neanche si discute: nel 2016 con una Nazionale di disperati raggiunse i quarti agli Europei in Francia uscendo solo ai rigori (ricordate le Gialappe di Pellè e Zaza?) contro la Germania. Di contro, però, Antonio costa, ha un caratteraccio e più di due anni su una panchina non sa stare. Fumantino, prima o poi sbotta e volano stracci. Rischio troppo grosso, c’è da fare l’Italia perdio! La scelta, scontata, è così ricaduta su Mancini che invece a Coverciano sarebbe tornato anche a piedi. Vero che ha vinto un Campionato d’Europa, altrettanto vero che nessuno ha scordato il modo increscioso in cui ad agosto di tre anni fa abbandonò al suo destino la nave che affondava per andare a ricoprirsi di petrodollari in Arabia. Una brutta storia, anche perché le scuse dal Mancio non sono mai pervenute, se non in maniera assai debole e poco convincente. Mettiamola così, che qui lo abbiamo già scritto e qui lo ribadiamo: la sua nomina a cittì della Nazionale equivale a nominare Schettino a capo della Marina Militare. L’Italia è la culla non solo delle leggine ad personam e dei conflitti di interesse, ma anche delle riabilitazioni. Si perdona tutto, qua. A tarallucci e vino.
Poi, magari, per officiarla la grande riabilitazione, il primo raduno lo andremo a fare in pompa magna e con le sacche piene zeppe di biscotti del Mulino Bianco all’Isola del Giglio. Sembrerà una provocazione, ma non è da escludere che in questo fantasioso e strampalato Paese un giorno possa succedere anche questo. Di sicuro, non ci stupiremmo. Fine della storia, fine della telenovela dell’estate.
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