Società

domenica 12 Aprile, 2026

Repair Caffè a Trento: dove si riparano oggetti e legami sociali per combattere la cultura dell’usa e getta

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Il laboratorio all’aperto che ripara apparecchi elettronici, scarpe, borse e vestiti. Folla di giovani che non si arrendono al consumismo

Ha debuttato sabato 11 aprile a Trento il nuovo ciclo di appuntamenti del Caffè Repair, finanziato da fondazione Caritro e in collaborazione con il Muse. Il concetto del Repair Café è molto semplice. Si tratta di condividere le competenze e metterle al servizio della comunità per abbattere gli sprechi, il tutto in un contesto che diventa occasione di incontro e di socialità. Il primo appuntamento del nuovo ciclo si è tenuto in Piazza Garzetti sabato 11 aprile, nel cortile interno di Harpolab. Per l’occasione lo spazio è stato aperto su ambo i lati, collegando la piazzetta con i Giardini Garzetti e via Dietro le Mura. Nella stessa mattinata anche il mercatino dei Gaudenti animava l’area circostante, ma lo scenario cambiava una volta entrati nel cortile. Ad attendere i cittadini c’era una serie di tavoli con artigiani e volontari pronti a riparare oggetti e condividere momenti di comunità.
Durante i Repair cafè, i cittadini e le cittadine portano oggetti rotti e malfunzionanti di ogni tipo e trovano volontari esperti che li aiutano a sistemarli. Che si tratti di un tostapane, di una bicicletta o di un vecchio giocattolo (proprio quando ero li stavano riparando un bersaglio da freccette digitale), il proprietario siede accanto a un esperto volontario per rimetterlo in sesto. È un’esperienza che trasforma l’atto dell’aggiustare in un momento di apprendimento condiviso, in uno spazio dove si ricostruiscono non solo oggetti ma legami sociali e fiducia tra sconosciuti. Il cuore del Repair Cafè sono dunque le persone che lo animano, le loro storie, le loro passioni.
Maria è una volontaria storica, una delle colonne portanti che da oltre sei anni è coinvolta nel progetto. Fa parte della «vecchia guardia» e si occupa di sartoria, di ridare vita agli abiti attraverso orli e toppe, quegli interventi sartoriali rapidi ma essenziali che si possono realizzare nello spazio di una mattinata. Nonostante la precisione dei suoi gesti, Maria ci tiene a sottolineare di non essere una sarta professionista. La sua passione è nata quasi per caso molti anni fa, quando le è stata regalata la prima macchina da cucire. Da quel momento è iniziato un percorso da autodidatta, perfezionato nel tempo con la frequentazione di corsi di cucitura. Oggi, quella passione è diventata una competenza preziosa che mette generosamente a disposizione della comunità. La scelta di Maria di fare la volontaria sta in un delicato equilibrio tra legami umani e impegno civile. «Mi piace l’ambiente che si respira, è come una famiglia e mi sento a casa», racconta. Ma dietro il calore dell’accoglienza c’è una motivazione più profonda: il rifiuto della cultura dell’usa e getta. «Oggigiorno non facciamo altro che produrre immondizia e io credo invece che dobbiamo cercare di recuperare il più possibile senza buttare via nulla». I volti di chi frequenta il Repair Café sono, a sorpresa, soprattutto giovani. «Moltissimi sono studenti universitari che scelgono la riparazione per diversi motivi», continua. C’è sicuramente la volontà di risparmiare, ma pesa soprattutto una nuova consapevolezza ambientale. «Vogliono sprecare meno e non sentono il bisogno di avere l’armadio pieno», osserva Maria, secondo la quale «questa generazione è più attenta a tematiche di questo tipo rispetto alla mia». Maria ricorda con un sorriso un ragazzo spagnolo, arrivato con i pantaloni bucati e tanta voglia di mettersi in gioco. «Abbiamo lavorato insieme, comunicando come potevamo tra lingue diverse. Era pieno di gioia per il solo fatto di partecipare alla riparazione. Poi si sa, gli spagnoli sono molto socievoli», dice sorridendo.
Nella sezione «elettronica», tra circuiti e schede madri, troviamo Thomas, ingegnere elettronico e software. La sua storia è quella di chi ha scelto il Trentino per seguire il cuore. Originario della Danimarca, Thomas ha conosciuto la sua compagna italiana mentre studiava all’estero. Tre anni fa ha deciso di fare il grande passo, seguendola in Italia e stabilendosi a Trento.
Tra le mani di Thomas passano oggetti di ogni tipo: vecchie radio che hanno smesso di cantare, aspirapolvere che non aspirano più e persino robot da cucina che vibrano chiassosamente senza tagliare. Sebbene la sua professionalità sia di alto livello, Thomas vive il Repair Café con una umiltà rara. «Per me è un ottimo modo per integrarmi e migliorare l’italiano. Qui ho trovato una nuova famiglia», racconta con un sorriso. È interessante come per lui questa sia anche un’occasione per imparare. «Sono ancora alle prime armi sotto certi aspetti della riparazione e so che qui posso imparare moltissimo dagli altri volontari. Quello che ci accomuna davvero è la passione. Credo sia questo l’aspetto più importante». Da ingegnere, Thomas offre una riflessione lucida su come sia cambiato il nostro rapporto con la tecnologia. Ricorda come, un tempo, ogni apparecchio elettronico venisse venduto con gli schemi elettrici inclusi nella confezione. Il produttore, in qualche modo, ti autorizzava e ti aiutava a riparare l’oggetto. «Oggi, per diversi motivi, non lo fanno più», spiega Thomas. Questa mancanza di trasparenza tecnica ha creato una barriera. Quando qualcosa si rompe, il nostro primo istinto è pensare che sia diventato inutile e che l’unica soluzione sia sostituirlo. È importante quindi esserne consapevoli e «il Repair Café è fondamentale perché fa capire alla gente che le cose si possono aggiustare. Il valore aggiunto è la consapevolezza: non dobbiamo per forza sprecare e buttare via tutto. Possiamo riparare».