La storia

domenica 8 Marzo, 2026

Elisabetta Zanetti, la vivaista che cura la rinascita dei boschi di Fiemme. «Il mio lavoro è in simbiosi con la natura»

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Dalla raccolta dei semi al vivaio di Solaiolo: la sfida della Magnifica Comunità per ricostruire il patrimonio forestale dopo Vaia con gesti antichi e sapienza manuale

Pazienza e lentezza. Manualità e tradizione. Il lavoro di Elisabetta «Betta» Zanetti ruota attorno a questi cardini. Elisabetta è la responsabile dei vivai forestali della Magnifica Comunità di Fiemme, quello storico di Solaiolo, con una superficie di circa mezzo ettaro, e quello di Masi di Cavalese, gradualmente riaperto dopo la tempesta Vaia per aumentare la superficie di piantine seminate e ripristinare così le superfici boschive devastate dalle tempeste che hanno colpito il Trentino nell’ottobre del 2018.

Il vivaio forestale è una struttura specializzata nella coltivazione di giovani alberi destinati agli interventi di rimboschimento. Fino alla metà degli anni Cinquanta in Val di Fiemme ne esistevano nove, nei quali lavoravano le «peciölere», le operaie donne addette alle colture forestali. Oggi come allora, gran parte del lavoro viene fatto a mano, attraverso gesti antichi e esperienza tramandata. «Lavoro in simbiosi con la natura da quando avevo 19 anni. Mi piace, trascorro la maggior parte del mio tempo all’aria aperta, il che comporta naturalmente grande spirito di adattamento. Siamo all’aperto, i miei colleghi ed io, anche quando fa freddo o è caldissimo. Non esiste un manuale da studiare, è un lavoro che si impara sul campo osservando e facendo esperienza».

Il lavoro di Elisabetta consiste nel seguire tutto il ciclo di una piantina, dalla raccolta del seme al momento in cui è pronta per il trapianto. Si parte in estate e fino a inizio autunno-inverno con la raccolta delle pigne nei boschi. Una volta seccate, si portano al Centro Nazionale Carabinieri Biodiversità di Peri, in provincia di Verona, dove vengono estratte e sottoposte a specifici trattamenti. Qui il seme viene anche certificato. «Le certificazioni ambientali sono volontarie», spiega Elisabetta, «ma per noi sono importantissime. Garantiscono la massima tracciabilità e la purezza genetica della specie autoctona». Una volta rientrati a valle, i semi vengono seminati a mano, come si faceva una volta. «È un lavoro di fino», racconta Elisabetta, «e ogni seme è prezioso. Non usiamo prodotti chimici, per cui accade che una parte di questi muoia, allora bisogna prontamente intervenire a sostituirli».

Le piantine vengono curate con attenzione fino a raggiungere la robustezza necessaria per essere messe a dimora in natura. I tempi di crescita variano a seconda della specie: per l’abete servono due anni, così come per il larice. Le latifoglie sono pronte in un anno, mentre il cirmolo può richiedere anche sette anni. Nel frattempo i vivaisti diserbano a mano, concimano, annaffiano, sfoltiscono, trasferiscono dal semenzaio ai vasetti. «La Magnifica Comunità si è sempre distinta per una gestione attiva e responsabile del territorio forestale» specifica Elisabetta. «In condizioni naturali il bosco è generalmente in grado di rinnovarsi autonomamente, tuttavia i tempi della natura possono essere molto lunghi e il processo di rinnovazione non sempre avviene nelle condizioni ottimali. Fattori ambientali come la scarsità di luce, o temperature elevate o troppo rigide possono compromettere la sopravvivenza delle nuove piantine. In situazioni estreme come quelle della tempesta Vaia, il venire meno del bosco porta all’aumento di rischi idrogeologici, e in questi casi l’intervento dell’uomo diventa necessario».

A parlare questa volta è Ilario Cavada, tecnico forestale, presenza costante a fianco dei vivaisti nel programmare il lavoro. «Reimpiantare il bosco è prima di tutto un aiuto alla natura. L’obiettivo non è la produttività: il fine principale è permettere all’ecosistema forestale di tornare a funzionare. La produzione di legname, semmai diventa una conseguenza naturale di un bosco sano e ben gestito», prosegue. Operai e tecnici forestali lavorano in stretta collaborazione. Gli operai sono in prima linea nei vivai, i tecnici forestali progettano e pianificano i rimboschimenti mettendo a disposizione le loro competenze scientifiche e tecniche. Finora nel territorio della Valle di Fiemme sono stati rimboschiti 230 ettari di boschi dopo Vaia. Ci vorranno molti anni prima che le tracce di quell’evento spariscano del tutto. Nel frattempo però il bosco continuerà ad offrire i suoi preziosi servizi ecosistemici: la produzione di ossigeno, la conservazione della biodiversità, la protezione del suolo. Non da ultimi, i benefici prodotti dalla percezione della bellezza del paesaggio e la possibilità di immergervisi. «Perché – prosegue Ilario Cavada – il valore di un bosco va ben oltre il legname. E forse ci voleva Vaia per accorgersene».