L'intervista

mercoledì 13 Maggio, 2026

Barbara Malcotti, la ciclista-psicologa che punta al Giro. «La Vuelta mi ha caricata. La bici? Da piccola volevo fare la ballerina»

di

La scalatrice trentina, nona in Spagna a sei mesi dalla frattura al bacino, si racconta tra studio della psicologia e "pet therapy": «La testa vale il 70% della prestazione»

Psicologia e sport: due mondi che possono sembrare distanti, ma che in realtà si intrecciano profondamente quando ci si trova ad affrontare un infortunio. Lo sa bene Barbara Malcotti, ciclista originaria di Storo che, appena tre giorni fa, ha concluso la Vuelta di Spagna con uno straordinario nono posto, confermandosi tra le migliori cicliste italiane del panorama internazionale. Un risultato dal peso ancora maggiore se si pensa che, sei mesi fa, una caduta le aveva provocato la frattura del bacino in due punti. Per la scalatrice classe 2000 della Human Powered Health, che parallelamente studia Psicologia clinica dello sviluppo, la componente mentale è stata decisiva per il rapido recupero, grazie anche alla «pet therapy» del suo inseparabile cane Matisse. Eppure il ciclismo, almeno all’inizio, non era affatto il suo sogno: «Da piccola volevo fare la ballerina…» racconta sorridendo.
Malcotti, dopo l’ottavo posto al Giro d’Italia 2025 è arrivato anche il nono alla Vuelta di Spagna. Ormai il suo nome inizia a essere accostato alle migliori cicliste italiane…
«È la prima volta che me lo dicono (sorride, ndr), può anche darsi, però io non mi sento così. Mi sento una ragazza qualsiasi, molto tranquilla. Sicuramente questi risultati fanno piacere, ma io continuo a vivere tutto con semplicità».
E pensare che solo pochi mesi fa era reduce da un infortunio molto serio, con la rottura del bacino. Si aspettava un ritorno a questi livelli?
«Diciamo che questo nono posto era un risultato in cui speravo, però la verità è che sono arrivata alla Vuelta con più dubbi che certezze. Dopo l’infortunio di novembre non sapevo davvero cosa aspettarmi da me stessa. Per questo il valore di questo risultato, per me, è ancora più grande».
Come si è procurata una frattura così grave?
«In realtà è stata una caduta stupidissima dalla bici. Ero praticamente a 250 metri da casa, stavo tornando da un allenamento e chiacchieravo tranquillamente. Sono caduta quasi da ferma, una sciocchezza».
Eppure in appena sei mesi è riuscita a tornare competitiva ai massimi livelli. Come ha fatto?
«Sono stata fortunata perché mi sono fatta curare da subito alla Poliambulanza di Brescia, dove seguono anche la Nazionale italiana. Mi hanno indicato immediatamente la terapia giusta e questo ha fatto la differenza. In una ventina di giorni riuscivo già a muovermi bene e dopo circa un mese ero di nuovo in bici. Non è servita nessuna operazione».
Nel recupero le è stato vicino anche il suo cane Matisse, ormai presenza fissa anche sui suoi social?
«Esatto, lui ha fatto “pet therapy” durante tutto il periodo in cui ero ferma. Ha due anni e mezzo ed è enorme, pesa quasi 40 chili. Scherzando dicevo che volevo montargli una carrozzina o una slitta per farmi portare in giro».
Matisse la accompagna anche durante i ritiri?
«Sì, lo porterò al Sestriere per preparare il Giro e anche a Livigno. Mi aiuta tanto a staccare dalla vita da atleta e da tutti i pensieri che inevitabilmente girano attorno alle gare».
Quindi ora lo sguardo è rivolto al Giro d’Italia? Cosa si aspetta?
«Il Giro è il grande obiettivo dell’anno fin dall’inizio. Poi è uscita la possibilità della Vuelta, con l’Angliru (una delle salite più famose della Spagna, ndr) e ho pensato: perché non provarci? Però il Giro resta la corsa che sento di più. Da italiana ha un significato speciale e, dopo quello che ho fatto l’anno scorso, spero davvero di riuscire a fare bene. Poi staccherò un pochino e successivamente ci sarà anche il Tour de France».
Parlando di testa, molti sportivi raccontano quanto sia difficile gestire psicologicamente un infortunio così pesante. Per lei quanto è stato importante questo aspetto?
«Tantissimo. In squadra abbiamo una psicologa che segue tutte noi e devo dire che parlare con qualcuno aiuta davvero tanto. Soprattutto quando devi ritrovare la fiducia, superare la paura di tornare in corsa e l’incertezza di non sapere come reagirà il corpo».
Un tema che conosce bene anche fuori dal ciclismo, visto che studia psicologia clinica, giusto?
«Sì, studio psicologia clinica dello sviluppo, quindi un percorso molto legato ai bambini e agli adolescenti. Nel mio curriculum c’è anche una parte dedicata allo sport, quindi volendo potrei lavorare anche come psicologa sportiva».
Da atleta e da studentessa, quanto pesa davvero la componente mentale nello sport di alto livello?
«Secondo me tantissimo. Tante volte la testa vale il 60-70% della prestazione e le gambe fanno il resto. A volte, anche quando non sei nella migliore condizione fisica, la mente può portarti oltre i limiti. Ormai quasi tutti lavoriamo con psicologi sportivi e utilizziamo tecniche simili: visualizzazione pre-gara, self-talk e preparazione mentale per arrivare il più pronti possibile alla competizione».
Il ciclismo è sempre stato parte della sua vita?
«Sì, mio papà è super appassionato (Andrea è il presidente della Società ciclistica Storo, ndr), mio fratello corre e anche mio zio è dentro questo mondo. In famiglia siamo tutti ciclisti».
È stato proprio suo padre a trasmetterle questa passione?
«In realtà all’inizio mi ha praticamente obbligata a salire in bici (ride, ndr), io da piccola volevo fare la ballerina, quindi tutt’altro. Poi col tempo mi sono appassionata davvero anch’io, ma all’inizio ero partita decisamente controvoglia»
Abita ancora a Storo con la sua famiglia?
«No, ormai non vivo più a Storo. Mi sono trasferita a San Marino soprattutto per allenarmi meglio. Qui ci sono tantissimi ciclisti e quindi hai sempre qualcuno con cui allenarti. È diventata quasi una piccola capitale del ciclismo».