Politica
mercoledì 8 Luglio, 2026
Verso le Provinciali, la ricetta di Ugo Rossi per il centrosinistra: «Autonomisti dentro e primarie per riconquistare le valli»
di Redazione
L'ex presidente: «Per la leadership ci sono Ianeselli, Demagri e Valduga, ma prima serve un patto»
Da pochi giorni si è aperta una nuova fase della sua vita. È entrato a far parte dell’Agenzia Atlante Unipol di Trento come consulente assicurativo. «In realtà si tratta di un capitolo che avevo già frequentato da giovane. Diciamo che è un tentativo di tornare ragazzi…». Ci scherza su Ugo Rossi, presidente della Provincia dal 2013 al 2018, ultimo governatore del Patt. «Ho sempre detto a me stesso, e non solo, che non avrei fatto politica per tutta la vita — continua — Ho avuto la possibilità di tornare alla mia professione in un ambiente dinamico e serio come quello di Unipol».
E la politica?
«La osservo come uno spettatore interessato, da cittadino e da persona che ci ha passato dentro quasi 25 anni: prima dei 15 anni nelle istituzioni, infatti, ne ho fatti 10 nel partito a girare sul territorio. La politica è una cosa bellissima, ma a un certo punto è giusto lasciare spazio agli altri».
Quel suo partito, il Patt, propone di aggregare forze civiche, territoriali e autonomiste per poter indicare un suo candidato nel 2028. Cosa ne pensa?
«A parole è una proposta interessante. Il Trentino è una terra in cui è necessario avere un forte partito autonomista e io ho cercato di rafforzarlo, fino a farlo arrivare all’apice con la mia presidenza. Oggi, purtroppo, faccio fatica a vedere quel protagonismo. Detto questo, mi auguro che il Patt sappia trovare la sua strada, non dentro i poli di destra o di sinistra. Lo dissi in tempi non sospetti: nel 2018, dopo essere stato eletto (il Patt prese quasi il 13%), ebbi modo di dire che il partito avrebbe dovuto porre condizioni programmatiche importanti per allearsi con Fugatti, tra cui il sistema elettorale proporzionale. Invece non fu fatto, perché c’era il problema di garantire il secondo mandato a Fugatti. Io presentai un disegno di legge sul proporzionale nella passata legislatura, ma il Patt non lo portò avanti».
E ora è proprio il Patt a proporre il proporzionale.
«I miracoli in politica succedono sempre, ma questa mossa mi sembra un po’ tardiva. Non ci credono davvero. Si parla tanto di questo “polo territoriale”, ma lo dicevano anche prima della fine della scorsa legislatura…. In politica si può anche scegliere di cambiare alleanza, ma lo si fa da protagonisti, non da comprimari».
Il centrosinistra dovrebbe provare a riagganciare il Patt?
«È giusto provare a ragionare con il mondo autonomista in generale: se non ci sono i partiti, ci sono gli elettori. I canali di comunicazione vanno attivati, ma a una condizione: il centrosinistra deve rendersi conto che non può legare la presenza autonomista esclusivamente al Patt. Ci sono altre componenti, in particolare Casa Autonomia con Paola Demagri, che possono rappresentare appieno l’istanza autonomista».
Come si devono muovere Pd, Campobase e Avs?
«Si deve pensare a un dialogo aperto con tutto il mondo autonomista che vada oltre la parola “centrosinistra”. E non basta dire agli autonomisti “venite con noi perché così si può vincere”».
Quali dovrebbero essere i punti principali di questo dialogo?
«Il metodo, innanzitutto. Pd, Campobase, i gruppi di sinistra e Casa Autonomia dovrebbero trovarsi fin d’ora e dichiarare che staranno insieme alle prossime elezioni, indipendentemente da chi sarà il candidato presidente. Va detto in modo chiaro e trasparente, sulla base di cinque punti programmatici su cui si è già d’accordo: una nuova sanità, per esempio. Il secondo passaggio deve essere il coinvolgimento dei cittadini nella scelta della guida attraverso lo strumento delle primarie. Questo permetterebbe alle persone di esprimersi e darebbe al mondo autonomista la possibilità di mettere in campo una propria proposta».
Le primarie, quindi, come chiave per riavvicinarsi alle valli?
«Sì, le primarie sono uno strumento attivatore di territorialità, di vicinanza alle persone. Costringono tutti a uscire dalle segrete stanze dei partiti, ad andare nelle valli e stare a contatto con la gente. E solo dopo si costruiscono le liste. C’è tutto il tempo per farlo. Se invece non si sceglie questa strada, si rischia di aspettare il “leader caduto dal paradiso” che salta fuori negli ultimi quattro mesi. È una dinamica che conosco: quando l’alleanza decise di fare a meno di Ugo Rossi, non fu perché non andava bene il lavoro fatto… Non vorrei che il centrosinistra si ritrovasse ancora in una situazione di stallo, perché significherebbe perdere le elezioni e perdere matematicamente anche quel mondo autonomista che guarda al Patt. Quando feci le primarie io, per me votò tanta gente che alle elezioni nazionali sceglieva il centrodestra. Le Provinciali non si vincono con le appartenenze ideologiche, ma coinvolgendo un elettorato che va oltre gli steccati».
Uno dei nomi più forti è quello del sindaco di Trento Franco Ianeselli. Pensa sia il candidato giusto?
«Io sono stato uno dei tre o quattro che hanno costruito la candidatura di Ianeselli a sindaco di Trento. È noto che indicammo il suo nome forse per primi, proprio perché eravamo convinti che, nonostante la sua chiara appartenenza valoriale, avesse dimostrato di avere nel proprio modo di agire e nei propri obiettivi di lungo periodo il tema dell’autonomia. Su questo mi sento tutelato. Ciò non significa che non sia necessario un passaggio per verificare il consenso tra i cittadini».
Il fatto che sia il sindaco in carica di Trento non è un ostacolo?
«Sicuramente è una difficoltà in più. Ma negli altri partiti ci sono figure che possono e devono ambire alla guida, partendo però da un patto politico stipulato prima. Figure come Paola Demagri o Francesco Valduga hanno tutte le carte in regola per candidarsi alla leadership».
Con la sua posizione a favore della quotazione in Borsa di Dolomiti Energia, Ianeselli non rinsalda forse la divisione città-valli?
«Queste sono questioni importanti, con ricadute reali, ma dal punto di vista della percezione quotidiana dei cittadini sono temi lontanissimi. Qui bisogna parlare di cose che toccano da vicino la vita della gente: bisogna parlare di una nuova sanità. Il vero tema è: vogliamo dare al Trentino un’impostazione in grado di garantire il valore del territorio o vogliamo adeguarci alle logiche dei partiti nazionali? Pensiamo davvero di poter fare a meno dei lavoratori stranieri nelle nostre imprese e nelle valli? Vogliamo continuare a raccontarci questa balla? Allo stesso tempo dobbiamo chiederci come possiamo gestirne l’integrazione senza mettere a rischio la sicurezza e il nostro senso di appartenenza. E ancora: come creiamo un sistema capace di trattenere i giovani sul territorio per evitare che vadano via? Quali investimenti concreti facciamo sull’ambiente? E che tipo di rapporto vogliamo avere con l’Alto Adige?».
Nel frattempo una parte del centrodestra spera ancora in una possibile via per ricandidare Fugatti per il terzo mandato.
«Capisco che nel centrodestra ci sia preoccupazione. Mi fa un po’ sorridere quello che sento oggi da esponenti della Lega sul “modello bavarese”: non ne parlavano certo 10 anni fa quando il partito impersonava il sovranismo di Salvini. Fugatti è diventato presidente la prima volta sull’onda del “salvinismo”, sulle schede c’era il nome di Salvini. Nel 2028 Fugatti non ci sarà e non so quanti voti rimarranno in dote alla Lega. A Fugatti va riconosciuta una grande capacità di stare sul pezzo nel rapporto con le persone: la sua assenza peserà molto sugli equilibri futuri».
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