La storia
lunedì 27 Aprile, 2026
Il viaggio di Ivano Defrancesco dalla val di Fiemme al monte Ararat: «Quanta umanità si può vedere su due ruote»
di Samanta Deflorianc
I Balcani, la Turchia e l’Armenia: tanti incontri, qualche contrattempo «La bicicletta ti apre tante porte»
Una bicicletta, una tenda, pannelli solari e un fornelletto da campeggio: è tutto ciò che serve a Ivano Defrancesco per mettersi in viaggio. Lo ha fatto spesso negli anni, e lo ha fatto ancora a maggio 2025, quando è partito dalla Val di Fiemme alla volta del monte Ararat, nella Turchia orientale, sul confine con l’Armenia e l’Iran. Un viaggio in solitaria, tranne la partenza: ad accompagnarlo nei primi chilometri è stata la moglie Paola, ciclista come lui, compagna di tanti viaggi, ma non questa volta: raggiunto Passo Rolle si sono salutati e l’avventura è iniziata: 5000 chilometri in bicicletta nei Balcani, fino a raggiungere la meta che si era prefissato, il monte Ararat.
Ivano è originario di Ziano ma abita a Masi di Cavalese da quando si è sposato. La sua vita l’ha trascorsa nel bosco: boscaiolo prima, e custode forestale poi. Ma in lui c’è sempre stata la passione del viaggio, ereditata dal papà e che a sua volta ha trasmesso ai suoi figli. «Il tempo per viaggiare mentre si lavorava era sempre limitato alle ferie», racconta. «Ora che sono pensionato posso dedicarmi alla mia seconda passione (la prima resta sempre il bosco) senza limiti di tempo».
Il suo primo viaggio in solitaria è stato nel 2024: da Masi di Cavalese alla Norvegia, 5000 km in un mese e mezzo. E gli è piaciuto. Tanto da ripartire l’anno dopo. «Il viaggio in bicicletta è lento e intimo, ma ti permette di conoscere tantissime persone; la bicicletta apre tutte le porte», racconta Ivano, «sei visto come una persona semplice, sostanzialmente povera». Salutata la moglie, il primo giorno raggiunge già la Slovenia. «Facevo in media 100 km al giorno, 80 quando sono iniziati i passi di montagna». E poi avanti in Croazia, Bosnia, Montenegro, Kosovo, Serbia, Macedonia, Bulgaria in un susseguirsi di paesaggi e incontri. «Di giorno pedalavo e mi fermavo a pranzo da qualche parte, la sera montavo la tenda vicino alle chiese o alle moschee, che si trovano appena fuori dai paesi e hanno sempre acqua corrente a disposizione. Le moschee di solito offrono anche l’uso di una cucina, basta chiedere al custode. Oppure anche nel bosco, che non mi ha mai fatto paura. Quando cala il buio, diventi invisibile. C’è più da aver paura a star vicino alle persone che agli animali».
La traversata dei Balcani è stata molto intensa. «Da buon viaggiatore ho cercato di crearmi un itinerario fuori dalle mete turistiche e mi sono spinto all’interno. Ho visto paesaggi bellissimi, tanta montagna e tanti passi faticosi simili a quelli del Lagorai, ma anche territori lacerati da tensioni interne e vecchi rancori, in cui la guerra ha lasciato segni ancora molto tangibili. Una sera, mi trovavo in Serbia, mi sono accampato accanto a quella che mi sembrava una costruzione abbandonata. Il giorno dopo, al suono della campanella, si è riempita di bambini! Era una scuola semidiroccata che non riceveva sovvenzioni dallo Stato in quanto di etnia albanese, me lo hanno spiegato gli insegnanti che mi hanno accolto con cordialità, mentre i bambini entravano e uscivano stupiti dalla mia tenda».
Ivano programma l’itinerario da casa e in viaggio utilizza le tradizionali cartine. Google maps è sempre una risorsa, ma sempre con un occhio alla batteria. Viaggia con un bagaglio essenziale, e tra i pochi cambi aveva anche una maglietta con la scritta «Val di Fiemme» che gli ha riservato non poche sorprese. «Mi trovavo nella cittá di Mostar in Bosnia Erzegovina, sullo “Stari Most”, il ponte vecchio che unisce la parte musulmana e quella cristiana della città, quando una coppia mi ha avvicinato: erano due persone di Predazzo!». Il viaggio é proseguito verso la Turchia, immensa e bellissima: «Solo per attraversare Instanbul ci son voluti due giorni, per attraversarla tutta tre settimane. È un territorio di altipiani, passi di montagna, e immense campagne. Qui iniziavano anche ad alzarsi le temperature e le forature erano più frequenti. Ne conseguivano delle soste lunghissime: impossibile non accettare il caffè, i regali, gli inviti delle persone che si prodigavano di aiutarmi e che avevano proprio voglia di chiacchierare con uno straniero. L’Italia, il calcio e la politica sono temi sempre molto gettonati», sorride Ivano, che, spiega, utilizza google translator per farsi capire.
Arrivato sul confine con l’Armenia, (e dopo le immancabili lunghe chiacchierate con i due militari a presidio), l’amara sorpresa: «Il posto di frontiera che mi era stato indicato era chiuso, e mi é costato una deviazione di 300 km. In viaggi come questi è essenziale essere sempre positivi, anche di fronte agli inconvenienti, e vederli come possibilità». Anche quella volta é stato cosi. Dalla Turchia é stato costretto a passare in Georgia per poi entrare in Armenia. «Lí, all’uscita di un supermercato, sempre con la mia maglietta “Val di Fiemme” indosso, un uomo mi ha detto: “ciao Val di Fiemme”. Era Mikayel Mikayelyan, un fondista armeno non nuovo alle piste di Fiemme. Sono stato ospitato a casa sua e, manco a dirlo, abbiamo chiacchierato a lungo». Era arrivato al monte Ararat: «Ci ho messo un giorno per fargli il giro in bici e godermelo da ogni punto di vista».
Il ritorno alla sua famiglia l’ha fatto in aereo da Tiblisi in Georgia, e non pensate che in questo momento sia a casa, a leggere la sua storia sul giornale. Sta giá pedalado verso una nuova avventura che lo condurrá in Marocco.
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