Politica
domenica 19 Aprile, 2026
La proposta del Consiglio delle autonomie: «Tagliare l’assegno unico a chi non lavora e non manda i figli a scuola»
di Irene Parietti
Alberto Scerbo chiarisce la linea dei sindaci: contributi legati all'obbligo scolastico e alla ricerca attiva di lavoro. «Non vogliamo penalizzare nessuno, ma l’aiuto pubblico deve servire all'integrazione»
«La nostra proposta non mira assolutamente a penalizzare le persone che sono impossibilitate a mandare i propri figli a scuola per motivi a loro non imputabili. Il nostro suggerimento è che ci sia un maggiore controllo: la quota dell’assegno unico verrà diminuita, non eliminata subito, solo dopo aver constatato che le famiglie che non mandano i propri figli a scuola lo fanno per motivazioni che dipendono da loro». Così Alberto Scerbo, assessore al welfare della giunta del Consiglio delle autonomie locali (Cal) e sindaco del Comune di Nogaredo, chiarisce le finalità della proposta del Cal di condizionare l’assegno unico, nei nuclei familiari con minori, all’assolvimento del regolare obbligo scolastico.
La proposta è arrivata nei giorni scorsi da una seduta del Cal in cui si è discusso della riforma della quota A dell’Assegno unico provinciale (sostegno al reddito in contrasto alla povertà), proposta dalla giunta provinciale. Per il sostegno al reddito, la Provincia stanzia ogni anno circa 21 milioni di euro a favore di quasi 9mila famiglie: i componenti delle famiglie beneficiarie della quota A sono circa 30mila.
«La scuola è il principale strumento di integrazione culturale e sociale di una comunità: il fenomeno dell’evasione dell’obbligo scolastico contrasta con questa finalità e rischia di far perdurare quella marginalità che l’aiuto cerca di evitare», spiega Scerbo. È questo il principale motivo per cui «abbiamo pensato di subordinare la ricezione del contributo alla frequentazione scolastica, perché riteniamo che la scuola sia necessaria per poter entrare nel mondo del lavoro e per potersi inserire all’interno del tessuto sociale».
È proprio questa, infatti, la finalità dei contributi della quota A secondo il Cal: «Inserire le persone all’interno della società, non lasciarle ai margini». Anche in Trentino, continua l’assessore, ci sono casi di minori che non adempiono all’obbligo scolastico. «Come sindaci, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19 abbiamo riscontrato situazioni di minori che faticano a portare avanti il percorso scolastico. In questo caso, chiaramente, spesso queste situazioni non sono imputabili alle famiglie, e non vogliamo penalizzarle. Se il mancato adempimento dell’obbligo scolastico non dipende dalle famiglie, allora il contributo non verrà diminuito». «La cosa più importante — conclude l’assessore — è fare rete, tra scuola, servizi e politica, in modo tale da intervenire quanto prima, non nell’ottica di penalizzare ma di far comprendere quanto è importante assolvere l’obbligo d’istruzione».
La proposta di ridurre l’assegno non riguarda solo l’obbligo scolastico, ma anche le persone che non hanno lavoro.
«L’assegno unico offre un aiuto alle persone con difficoltà economiche, così che possano attivarsi e integrarsi nel mondo del lavoro — prosegue Scerbo — Per quanto riguarda l’attivazione di queste persone nel mondo del lavoro, abbiamo suggerito che ci sia un controllo concreto da parte dell’Agenzia del lavoro». Anche in questo caso, «le riduzioni verranno eventualmente applicate solo a fronte di un effettivo controllo che testimoni che la persona non si è attivata per entrare nel mondo del lavoro. Esempi di attivazione possono essere: prendere contatti con il centro per l’impiego o frequentare corsi di lingua italiana nel caso degli stranieri».
Scerbo, dunque, ribadisce il ruolo del contributo: «L’assegno unico rappresenta una fase preliminare per aiutare le persone che sono in difficoltà, per poi dare loro gli strumenti per mettersi nelle condizioni di rendersi autonomi». La proposta del Cal si inserisce nel tentativo di «rafforzare l’incentivo all’ingresso e alla permanenza nel mondo del lavoro di tutti i componenti attivabili di queste famiglie». Da qui la necessità di «un maggior controllo nel momento in cui si va a verificare se la persona ha fatto tutti i percorsi proposti per entrare nel mondo del lavoro. Ma non vogliamo assolutamente penalizzare le persone che sono impossibilitate per motivi a loro non imputabili — precisa — Nel caso in cui le persone che richiedono l’assegno non siano nelle condizioni di attivarsi per cercare lavoro, l’aiuto verrà mantenuto».
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