L'intervista

venerdì 20 Febbraio, 2026

La mamma di Federica Brignone: «Ha fatto un miracolo, due giorni prima del SuperG non sciava dal dolore. Le ho detto di smettere, deciderà lei»

di

Ninna Quario, ex campionessa di sci. «La mia carriera? Incompiuta. Sono orgogliosa dei miei figli»

Schietta, diretta, e una mamma felice. «Due vite. Lo slalom parallelo con mia figlia Federica Brignone»: edito da Minerva, è il titolo del libro che Maria Rosa Carla Anita Quario (all’anagrafe un nome più bello dell’altro, ma si fa un po’ lunghina. Meglio allora «Ninna») ha scritto per raccontare la sua storia con la penna dell’atleta e della giornalista, e quella di sua figlia con il cuore di mamma. Una mamma che sotto i cinque cerchi di Cortina ha vissuto qualcosa che le stessa definisce «inimmaginabile», ossia la scalata della montagna a mani nude di Federica, e l’ascesa in vetta dove al collo si è messa due medaglie d’oro che sono la vera «storia da raccontare» di questa Olimpiade. Un’impresa impossibile che rimarrà scolpita nelle rocce delle Tofane.

Ninna, lei teneva un diario dal 1974; come le è venuta l’idea di prenderne spunto per farne un libro?
«L’idea mi è venuta quando ho smesso di fare la giornalista, volevo tenermi in allenamento con la scrittura e ho quindi pensato che sarebbe stato divertente ricordare le cose del passato. Così ho iniziato a scrivere. Doveva essere qualcosa per me e i miei amici, ma Paolo De Chiesa mi ha presentato Roberto Mugavero, l’editore di Minerva, e da quel momento è nato tutto».

Ninna Quario, uno dei pilastri della Valanga Rosa, la prima vera squadra di sci femminile in Italia.
«Di più, direi la prima vera squadra di sport femminile in Italia. Antonella Ragno Novella Calligaris, Paola Pigni, Sara Simeoni; fino ad allora lo sport femminile italiano viveva di individualità. Sulla scia della Valanga Azzurra, ma noi non eravamo certo a quei livelli, fummo le prime vincere come squadra».

Poi, di Valanghe Rosa, ne sono venute parecchie altre. Fino a quella attuale. È sempre più rosa la neve in Italia?
«Sì, e lo è anche il ghiaccio stando a vedere come vanno le Olimpiadi. Siamo forti, hanno tempra le donne italiane».

La sua carriera come la riassume?
«Un’incompiuta. Non ho mai fatto quel salto di qualità che mi permettesse di essere una sciatrice completa. In certe situazioni, il ghiaccio e il ripido ad esempio, ero forte, in altre meno. Va detto che nella mia vita non mi sono concentrata solo sullo sci».

Milanese, poi la scelta di lasciare la metropoli per una vita in montagna in Valle d’Aosta.
«Quando facevo la giornalista, avrei potuto prendere una bella strada e fare carriera a Milano (per quarant’anni Ninna Quario ha raccontato lo sci per le più prestigiose riviste specializzate e per Il Giornale, ndr), ma ho fatto una scelta di vita, per la famiglia. E sono contenta di averla fatta».

Le sue Olimpiadi?
«Rimpianto. A Lake Placid nel 1980, ero stata esclusa dallo slalom. Cosa che ritenevo assai ingiusta. Fui inserita all’ultimo momento perché una mia compagnia di squadra si ammalò. Arrivai quarta a tre centesimi dal bronzo, e la vissi come una gran soddisfazione. Quattro anni dopo, a Sarajevo, quando ero veramente in forma, fui io ad ammalarmi. Mi beccai l’influenza e non potei essere al 100%».

Lo sa che lei, in questo momento, con quello che ha fatto sua figlia, è la mamma più invidiata d’Italia?
«Ma no. E poi l’invidia mica è un sentimento. Non credo che una mamma possa essere invidiata. Sono molto orgogliosa di quanto ha fatto mia figlia, questo sì».

Una gioia, preceduta da tanta sofferenza.
«Sofferenza fisica, una nuova esperienza che ci ha unito molto di fronte alle avversità. Anche se ci son avversità ben più gravi, vere e proprie tragedie, come abbiamo purtroppo recentemente visto nel mondo dello sci. Abbiamo vissuto quel periodo con serenità e positività; forse, viverlo così ha poi portato a quello che è successo a Cortina».

Nel libro racconta quella terribile giornata di aprile dello scorso anno alla clinica La Madonnina a Milano quando Federica arrivò in ambulanza: «Basta sci, Fede ha dato tanto, ha vinto tutto. Basta stress» disse allora.
«Sì, e l’ho pensato anche due giorni fa. Avrà vinto anche due medaglie d’oro, ma perché andare avanti? Però, è lei che decide, come ha sempre fatto. Nessuno l’ha spinta, nessuno l’ha obbligata. È andata oltre l’immaginabile. Ha fatto un miracolo. Due giorni prima del supergigante non è riuscita neanche a sciare dal male».

Nella sua vita, ha sofferto di più da atleta o da mamma di un’atleta?
«Non c’è paragone. Da atleta ho patito delusioni, perché quando non centri un obiettivo, ci rimani malissimo e ti dai le colpe addosso. Con mia figlia non ho mai patito delusioni, neanche quando non vinceva, neanche quando arrivava ultima. Le gioie e le emozioni che vivi da mamma sono impagabili, non paragonabili a quelle che vivi da atleta. L’atleta si gode l’attimo, ma poi si concentra subito su qualcosa d’altro. Poi, magari, il giorno dopo va male, e la vittoria manco te la ricordi più».

Un ruolo centrale in questa bellissima storia, ce l’ha Davide, il fratello di Federica. Che ragazzo è Davide?
«Un ragazzo molto intelligente, che mette capacità in tutto quello che fa. Per vari motivi, anche gli infortuni, non è riuscito come atleta, ma in tutto il resto sì. È davvero un ragazzo in gamba. Da quando si è messo a lavorare a fianco di sua sorella, e non è stato facile perché all’inizio la Fisi non vedeva bene ‘sta cosa, la carriera di Federica ha svoltato. Le ha tramesso la sua ambizione di riuscire».

E ora che succede? Va avanti Federica?
«Come dicevo, è lei che decide. Sì, proverà a fare qualche gara di Coppa del Mondo. Un giorno alla volta, un passo alla volta, perché non sai cosa possa succedere domani. La cosa più importante è che stia bene».

È passato qualche ormai giorno dall’euforia di Cortina. Ninna, cosa prova adesso?
«Ammirazione per i miei figli, Federica e Davide. Ma anche una preoccupazione…»
Quale?
«La vita va vissuta e goduta minuto per minuto. Ho 312 messaggi sul telefonino (ce lo mostra, ndr) ai quali non ho ancora trovato il tempo di rispondere. Se qualcuno legge quest’intervista, sappia che arrivo. Pian piano eh, ma arrivo!».