Campi liberi

venerdì 10 Aprile, 2026

Antonella Viola e le infiammazioni silenziose: «Alimentazione scorretta, poche ore di sonno e troppo stress, così lo stile di vita aumenta il rischio di malattie»

di

La professoressa: «Lavoro, guerre, e problemi economici mettono in allerta il corpo»

Fino a non molto tempo fa, l’infiammazione era associata solo a qualcosa di acuto e visibile: un rossore, un dolore, una reazione evidente del corpo. Oggi, invece, sappiamo che può assumere forme molto più sottili e persistenti, legate non a un evento improvviso ma alle nostre abitudini quotidiane. È su questo terreno che si muove la ricerca negli ultimi decenni. Lo stile di vita non è più considerato soltanto una questione comportamentale, ma un vero e proprio fattore biologico. Alimentazione sbilanciata, ritmi frenetici, stress e sedentarietà incidono sull’equilibrio del sistema immunitario, favorendo una condizione di infiammazione cronica di basso grado, silenziosa ma profondamente rilevante. Ne parliamo con Antonella Viola, professoressa di Patologia generale all’Università di Padova, che stasera alle 21 sarà protagonista dell’incontro «Lo stile di vita che infiamma. Quando le scelte quotidiane diventano biologia». L’evento si svolge nell’ambito di Co.Scienza, il festival della scienza in programma a Trento dal 9 al 19 aprile, organizzato da studenti e giovani ricercatori dell’Università di Trento, con il supporto delle associazioni studentesche Unitin Aps e Open Wet Lab Aps.

Professoressa Viola, oggi si parla sempre più spesso di un’infiammazione cronica, silenziosa, priva di sintomi evidenti. Quando abbiamo capito che poteva esistere questa forma nascosta e perché è così importante?

«È da circa trent’anni che i ricercatori hanno iniziato a descrivere questa forma nascosta di infiammazione, ma è solo una ventina d’anni fa che il concetto ha raggiunto il grande pubblico. Nel 2004 una copertina di Time la definì “the silent killer”, portando l’attenzione su una condizione fino ad allora poco considerata al di fuori dall’ambito scientifico. Numerosi studi hanno dimostrato che l’infiammazione cronica è alla base di molte malattie: dalle patologie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson, ai disturbi psichiatrici come depressione, schizofrenia e autismo; fino alle malattie metaboliche — diabete, obesità — ai tumori, alle malattie autoimmuni e alle allergie».

Qual è la differenza rispetto all’infiammazione «classica»?

«È una differenza fondamentale, perché mentre l’infiammazione acuta si attiva in risposta a un danno evidente, come un’infezione o un trauma fisico, questa forma cronica di basso grado è spesso alimentata dal nostro stile di vita. Alimentazione, stress, sedentarietà, qualità del sonno: fattori quotidiani che, nel tempo, possono mantenere il corpo in uno stato di allerta costante, anche senza sintomi evidenti. Ed è proprio questa invisibilità a renderla così importante — e insidiosa».

Lei afferma che lo stile di vita sia un fattore biologico a tutti gli effetti. In che modo le nostre abitudini quotidiane entrano concretamente nei meccanismi del sistema immunitario?

«Lo regolano in modo completo e complesso. Il sistema immunitario è progettato per attivarsi quando si altera l’equilibrio dell’organismo, l’omeostasi, cioè la capacità di mantenere stabile il proprio equilibrio interno. Quando questo equilibrio si perde, entra in uno stato di allerta perché “qualcosa non va” e bisogna intervenire. Il punto è che oggi questo stato può essere attivato non solo da infezioni o traumi, ma anche dai nostri stili di vita».

Parlando di stili di vita, quali sono gli aspetti maggiormente coinvolti?

«Lo stress cronico, per esempio — la preoccupazione continua per il lavoro, per le guerre, per i problemi economici — mantiene attiva la risposta allo stress e porta a una deregolazione del sistema immunitario. Lo stesso vale per la perdita di sonno, ma attenzione, non parliamo di una notte insonne o di un periodo limitato, ma di una condizione cronica, di ritmi irregolari che mettono il corpo in uno stato di stress costante. Un altro tema centrale è l’alimentazione. Anche qui, non si tratta dell’eccezione, di una cena tra amici o di un uovo di cioccolato, ma di abitudini protratte nel tempo. Mangiare in modo scorretto in maniera cronica agisce direttamente sul sistema immunitario, favorendo squilibri metabolici, obesità e alterazioni del microbiota intestinale».

Oggi si parla a più livelli anche della necessità di fare movimento.

«La sedentarietà è un fattore cruciale. Il nostro corpo non si è evoluto per il livello di inattività tipico della vita contemporanea. Il muscolo, che è un tessuto fondamentale, se non viene utilizzato soffre, e con lui soffre l’intero organismo. Un altro aspetto a cui tengo molto è l’isolamento sociale, esistono infatti evidenze sempre più chiare del suo ruolo nel generare infiammazione. È un fenomeno spesso sottovalutato, ma profondamente rilevante».

Si può diagnosticare l’infiammazione cronica silenziosa?

«È una domanda delicata, perché si rischia facilmente di scivolare verso un’eccessiva medicalizzazione. Oggi non esiste una diagnosi semplice e univoca di infiammazione cronica di basso grado, come avviene per altre condizioni. Ci sono però segnali che possono farci capire se il nostro organismo è in una condizione di squilibrio: difficoltà a dormire, aumento di peso — in particolare del grasso viscerale —, alterazioni nelle analisi del sangue come un peggioramento del profilo lipidico (colesterolo “cattivo”), glicemia elevata, pressione alta. Sono tutti indicatori che, nel loro insieme, possono suggerire uno stato infiammatorio. Alcuni propongono test specifici, ma al momento non sono ancora validati in modo solido per un uso clinico diffuso. La ricerca sta lavorando per identificare marcatori affidabili che permettano una valutazione più precisa».

E nel frattempo?

«Nel frattempo, il messaggio più importante riguarda la prevenzione, e sappiamo già molto su come intervenire. Non servono cambiamenti drastici, ma piccoli aggiustamenti costanti — un’alimentazione equilibrata, il movimento, il sonno regolare — che, nel tempo, possono fare una grande differenza».

Alimentazione, movimento, sonno: se dovesse indicare la leva più sottovalutata tra queste, quale sceglierebbe e perché?

«Probabilmente il sonno. Viviamo in una società che ha fatto un lavoro straordinario in termini di efficienza e benessere, ma che tende a comprimere proprio il tempo del riposo. Eppure, per un adulto, almeno sette ore sono necessarie per stare bene, dormire poco è associato a un aumento del rischio di molte patologie, incluse quelle oncologiche. È un tema delicato, soprattutto per chi lavora su turni e ha un’alterazione dei ritmi circadiani. Il sonno non serve solo a “riposarsi”, è il momento in cui il corpo si autoregola, crescono i muscoli, si riparano i tessuti, il cervello si libera delle scorie accumulate durante il giorno. Se non dormiamo, siamo più infiammati ma anche meno protetti nei confronti delle malattie infettive. È quindi un fattore determinante della nostra salute, eppure ancora molto sottovalutato».

Fino a pochi decenni fa erano soprattutto le persone anziane ad avere difficoltà di dormire. Oggi cosa sta succedendo?

«I ragazzi e le ragazze dormono sempre meno. L’uso eccessivo di schermi luminosi interferisce con la produzione di melatonina, che è regolata dal buio: quando il sole tramonta, i nostri occhi inviano al cervello il segnale per produrla, ma la luce blu degli schermi inganna questo sistema. A questo si aggiungono l’ansia, la stimolazione continua e i social, che rendono più difficile spegnere la mente. Inoltre il sonno è uno di quegli ambiti in cui l’eccesso di controllo non funziona. Ci si addormenta magari sul divano, ma a letto no, perché ci si concentra troppo sul fatto di dover dormire».

E la dieta mediterranea in tutto questo?

«La dieta mediterranea è, a oggi, il modello alimentare più antinfiammatorio che conosciamo. Tutti gli studi concordano nel definirla tra le più protettive, non solo nei confronti delle malattie metaboliche e cardiovascolari, ma anche in termini di longevità. Si basa su cereali integrali, un’ampia presenza di vegetali, legumi, frutta, olio extravergine di oliva come principale fonte di grassi e un consumo limitato di proteine animali. Uno dei suoi effetti più importanti riguarda il microbiota intestinale: favorisce lo sviluppo di batteri “amici”, che producono molecole antinfiammatorie, e contribuisce a mantenere sotto controllo quelli che possono favorire malattie. È inoltre una dieta sostenibile anche dal punto di vista ambientale. Siamo parte di un sistema più ampio, e anche l’inquinamento e il degrado dell’ambiente in cui viviamo contribuiscono ai processi infiammatori. In qualche modo, l’infiammazione non riguarda solo il nostro corpo, ma anche il pianeta».