Opera
mercoledì 18 Marzo, 2026
Cherstich mette in scena David Lang: «L’opera mette ordine nel caos dei ricordi»
di Annely Zeni
Fabio Cherstich ha firmato, per la fondazione Haydn e in prima europea, la regia del monodramma «Note to a friend»
Se ne sono occupate le principali riviste nazionali, come «Musica», «L’Ape musicale», il «Giornale della musica»: in effetti un evento come la prima esecuzione europea del monodramma «Note to a friend» di David Lang, non era certo trascurabile. La fama internazionale del compositore americano, premio Pulitzer proprio per un lavoro di teatro musicale e questa nuova creazione commissionata dall’Opera di Tokyo nel 2023, allestita a più riprese negli Usa, era sicuramente una occasione succulenta per portare alla ribalta la produzione del teatro trentino-atesino. Ne ha opportunamente approfittato la Fondazione Haydn programmando «Note to a friend» nella stagione d’opera 2025-2026 in due serate al teatro (sala studio) di Bolzano e al teatro Sanbapolis di Trento in un nuovo allestimento firmato per la regia, scene e costumi da Fabio Cherstich, artista in residenza della fondazione Haydn che si avvaleva del lighting design di Veronica Varesi Monti e del video design di Francesco Sileo. La partitura, che limita l’organico alla voce accompagnata dal quartetto d’archi, era affidata alle cure di Theo Blechmann, cantante di consumata esperienza nei territori colti, del jazz o del pop-rock e del Quartetto Prometeo, ensemble italiano specializzato nell’esecuzione della musica contemporanea. Abbiamo fatto qualche domanda a Fabio Cherstich sul ruolo della componente scenica nell’opera e sul comportamento scelto nel caso di quest’opera contemporanea.
Qual è la sua idea in generale del rapporto tra palcoscenico e buca, cioè tra quanto nell’opera si vede e l’aspetto musicale?
«Per me la musica è sempre il primo motore della scena. Non penso mai alla regia come a qualcosa che “illustra” la musica, ma come a uno spazio che la rende visibile. La partitura è già piena di ritmo, tensione, silenzi, sospensioni: il lavoro del regista consiste nel tradurre queste energie in immagini, corpi e movimento. In questo senso il rapporto tra palcoscenico e buca non è gerarchico ma dialogico. La scena non deve spiegare la musica, deve amplificarne l’esperienza emotiva».
Regia tradizionale, moderna, attualizzata, simbolica. Quale è la sua scuola?
«Non mi riconosco molto in queste categorie. Credo che ogni opera richieda il proprio linguaggio. Mi interessa una regia che parta dal testo e dalla musica ma che dialoghi anche con l’immaginario visivo contemporaneo: arte, cinema, fotografia, performance. Non si tratta di “attualizzare” un’opera, ma di trovare una forma scenica che permetta al pubblico di oggi di entrarci dentro con naturalezza».
Nel caso di «Note to a friend», la scena dell’opera è descritta come un «archivio disordinato». Qual è il significato di questa scelta scenografica?
«L’opera di David Lang nasce da un gesto molto semplice e molto umano: dopo il suicidio di una persona, i suoi amici raccolgono tutto ciò che trovano — messaggi, fotografie, appunti, email — nel tentativo di capire cosa sia successo. L’idea dell’archivio nasce da lì. In scena vediamo una sorta di archivio emotivo, fatto di frammenti di vita. Non è un archivio ordinato, ma un luogo di accumulo e di ricerca. I personaggi si muovono dentro questi materiali come se stessero ricostruendo una storia possibile. In fondo l’opera parla proprio di questo: del tentativo impossibile di mettere ordine nel caos dei ricordi».
L’opera affronta temi universali come la famiglia, il ricordo e la morte. Come ha tradotto queste emozioni in immagini e movimenti scenici?
«Ho cercato di lavorare molto sulla fragilità delle immagini. Nella scena nulla è stabile: gli oggetti si spostano, i documenti emergono e scompaiono, le proiezioni trasformano continuamente lo spazio. I performer non interpretano dei personaggi nel senso tradizionale, ma diventano quasi dei testimoni che attraversano questa memoria frammentata. L’idea era creare una dimensione sospesa, dove il pubblico possa sentirsi dentro un processo di ricostruzione emotiva più che dentro una narrazione lineare».
Com’è stato lavorare con Theo Bleckmann e il Quartetto Prometeo? In che modo hanno arricchito la sua visione dell’opera?
«È stato un incontro molto felice. Theo Bleckmann è un artista straordinario: la sua voce ha una libertà e una qualità timbrica che permettono di attraversare territori molto diversi, dalla musica contemporanea al jazz fino alla sperimentazione vocale. Il Quartetto Prometeo, dal canto suo, ha una precisione e una sensibilità incredibili nel lavorare sulla musica contemporanea. In prova si è creato un dialogo molto fertile tra la dimensione musicale e quella scenica, e questo ha reso possibile un lavoro molto organico».
Qual è stato il ruolo del lighting design e del video design nella costruzione dell’atmosfera dell’opera?
«Sono stati fondamentali. La luce disegna continuamente nuovi spazi dentro l’archivio scenico, isolando alcuni frammenti e lasciandone altri nell’ombra. Il video introduce invece un livello ulteriore di memoria: immagini, documenti, tracce visive che emergono come se fossero ricordi che riaffiorano. Insieme, luce e video costruiscono una dimensione quasi mentale dello spazio».
L’opera promette di immergere il pubblico in un’indagine visiva e sensoriale. Come ha progettato questa esperienza per mantenere gli spettatori «sospesi»?
«La sospensione nasce soprattutto dal ritmo. La musica di David Lang ha una qualità ipnotica, fatta di ripetizioni, variazioni minime, silenzi. Ho cercato di costruire una scena che seguisse questo respiro: niente effetti spettacolari, ma un lento processo di rivelazione. Lo spettatore diventa quasi un investigatore insieme ai personaggi».
Quale riflessione spera di suscitare nel pubblico con «Note to a friend»?
«Credo che l’opera parli di qualcosa che tutti abbiamo vissuto: il bisogno di trovare un senso negli eventi più incomprensibili della vita. Non offre una risposta, ma mette in scena il tentativo di cercarla. In questo senso è un’opera molto umana, che parla di amicizia, di perdita e della fragilità dei legami».
Quali sono i suoi prossimi obiettivi artistici? Ha già in mente nuove opere o collaborazioni?
«Sarò a Trento a fine mese per “Italiana in Algeri” di Rossini. In questo momento sto lavorando su diversi progetti tra teatro, opera e arti visive. Tra questi c’è “Visual Diary”, una lecture-performance dedicata agli artisti della scena newyorkese degli anni Ottanta, che sto portando in tournée internazionale. Continuo inoltre a sviluppare nuovi lavori musicali e collaborazioni con artisti visivi e compositori contemporanei. Mi interessa sempre di più costruire progetti che attraversino discipline diverse, tra teatro, musica e arte contemporanea».