Cultura

lunedì 25 Maggio, 2026

Concita De Gregorio si racconta dopo la malattia: «È stato come un faro che ha illuminato la scena, mi ha fatto scoprire che tutti siamo fragili»

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La giornalista presenterà il suo libro «La cura» al collegio arcivescovile giovedì alle 18: «Ho capito quanto è prezioso il tempo»

«Siccome il dolore arriva da solo e comunque arriva sempre, non ne serve altro. Al contrario. Serve bellezza, per affrontare tutto questo dolore. Servono leggerezza, un poco di allegria. Il carburante per viaggiare nel buio». Corre sul piano della grazia, dell’ascolto – delicatissimo – del respiro del mondo, e anche di una soffice ironia il nuovo libro di Concita De Gregorio «La cura», edito da Einaudi, attraverso il quale l’autrice racconta come prendersi cura degli altri sia l’unico modo per prendersi cura di sé. Perché anche nella fragilità della malattia, nelle fratture della vita, sono le relazioni che ci permettono di riconoscerci e di continuare a risvegliarci. La scrittrice e giornalista presenterà il volume giovedì prossimo alle 18 nell’aula magna del collegio Arcivescovile di Trento. L’evento è organizzato dalla libreria Ubik e dalla fondazione Hospice Trentino, della quale De Gregorio sarà ospite anche in mattinata, presenziando alla premiazione delle tesi e degli elaborati sulle cure palliative, che si terrà al liceo Prati alle 9.15.

De Gregorio, partiamo dal titolo del libro: perché ha scelto la parola «cura» e cosa rappresenta per lei questo che si potrebbe definire un termine-mondo?
«Cura è una delle parole più belle che ci siano. Tra l’altro una delle interpretazioni più attendibili è che la radice della parola cura provenga da una radice indoeuropea che è la stessa della parola ascolto. Quindi la cura è l’ascolto, cura è ascoltare, soprattutto in un tempo in cui tutti parlano, nessuno fa silenzio e nessuno ascolta. Ascoltare è anche essere ascoltati, essere visti, essere compresi nella propria fragilità, che è una condizione universale, perché tutti siamo fragili. Per qualche motivo siamo educati a nasconderlo, ma lo siamo. Ecco, l’ascolto è di importanza capitale: educarsi all’ascolto, mettersi in ascolto, cercare di capire i bisogni degli altri ancor prima che li manifestino, porgere un bicchier d’acqua prima che qualcuno ti dica che ha sete… Questo è la cura, e la cura di sé passa attraverso la cura degli altri. Se io faccio qualcosa che rende felice qualcun altro, in quel momento sono felice».

In estrema sintesi, tutto il suo libro ruota attorno al valore delle relazioni. Affermando che «la relazione cura», evidenzia l’importanza della dimensione affettiva, ma anche di quella collettiva, di quel «noi» privato del quale nessuno si salva. Tantomeno nella malattia.
«La cura di una società sana e sicura è la relazione, lo stare insieme, manifestando per la stessa causa, discutendo di un argomento, progettando… Ciò accade anche nella malattia, perché la cura è quello che serve a uno e a tutti, poiché la cura di uno non può mai essere individuale, nessuna felicità può essere di uno solo, non si può provare giovamento in solitudine – la solitudine è essa stessa una malattia – Quindi la relazione con l’altro e la fiducia negli altri sono una sorta di “cortisone esistenziale”. Tendere la mano, guardarsi negli occhi, provare a capirsi: questo cura la dimensione individuale, ma anche quella collettiva. È un libro molto politico, questo, senza esserlo, che contiene due parole chiave: parte dalla fragilità e finisce nella fiducia. Siamo tutti fragili, cerchiamo di aiutarci l’uno con l’altro».

Lei scrive: «La malattia è un faro. Si accende e illumina la scena». Quali ombre illumina? Quali verità porta alla luce?
«La malattia illumina davvero tutta la scena, le zone d’ombra, quello che già sapevi e non avevi voluto vedere o non avevi visto. Tutte le volte che mi chiedono “cosa ti ha insegnato la malattia?”, io rispondo che non mi ha insegnato niente, ha soltanto acceso la luce su cose che già sapevo e che però non avevo voluto tenere in considerazione. Capisci chi e cosa è importante, per chi sei importante tu. Il tempo diventa molto prezioso, quindi non c’è tempo per perderlo in discussioni inutili con persone dannose, persone che non ti fanno diventare migliore. Tutte queste cose c’erano già prima, no? Però è solo inciampando e rialzandosi che si capisce qual è il valore dell’equilibrio».

«Un attimo prima era il tempo di prima, un attimo dopo il tempo di dopo. Il tempo di dopo diventa più corto ma più largo». Qual è il suo rapporto con il tempo ora?
«Con il tempo adesso faccio molta attenzione. E scelgo con più cura, appunto, a cosa e a chi destinare il tempo. Nessuno pensa di essere immortale o presume che il tempo sia infinito. Tutti sappiamo che il tempo è finito, però non ci pensiamo. Poi a un certo punto, quando lo pensi, questo limite lo vedi. Allora ti ricordi quanto è importante impiegare il tempo lì dove ha senso, lì dove ha valore. Adesso ne capisco l’importanza molto di più, e scelgo: scelgo con chi stare ad esempio, di stare con persone che ti fanno stare bene, anche quando stanno male, perché le persone che ti fanno sentire bene sono soprattutto persone che hanno bisogno di te».

C’è anche un corpo del prima e un corpo del dopo, un sapere del corpo e una sua memoria…
«Il corpo sa tutto. Noi non lo stiamo tanto a sentire, non stiamo ad ascoltare la sua lingua. Ma il corpo è un tempio pieno di intelligenze: c’è l’intelligenza della mente ma poi c’è l’intelligenza delle mani, penso a quando ti riesce di fare una cosa anche se non te la ricordi. Ad esempio io suono il piano e le mie mani sanno cose che la mia testa non sa: io so suonare brani che non mi ricordo ma che le mie mani ricordano, perché hanno la loro memoria e intelligenza. Esiste la memoria del corpo ed esiste il sapere del corpo. Il corpo custodisce tutto quello che gli è successo: quando la dimensione psichica o emotiva del corpo subisce colpi su colpi, il corpo fisico lo sa, risponde, reagisce in qualche modo. Il corpo tiene tutto».

Nel parlare della malattia, lei al concetto di nemico contrappone quello di ospite, al linguaggio bellico di una battaglia che si vince o perde quello della cura. Quanto è importante sradicare dalla narrazione della malattia la retorica eroica, considerandola invece come esperienza stessa della vita?
«È un lungo processo quello che ci ha portati a cominciare a parlare della malattia come della normalità della vita. Poi c’è chi ne fa una questione politica, qualcun altro no. Però tutti sappiamo che la malattia, la frattura, sono qualcosa che ci accomuna tutti quanti. Nessuno è perfettamente integro, felice, sano, invincibile. La vita non è una gara, è piuttosto un cammino. E se qualcosa ti accompagna in questo cammino, lo devi affrontare per quello che è».

Quanto infine la scrittura è stata – ed è – cura per lei?
«Tantissimo. Ci sono alcune cose che mi hanno proprio salvato la vita, come la musica, che per me è fiato e vita, e il teatro, che è il luogo della relazione reale con le persone fisiche. E la parola, sì, l’uso della parola. Sì, direi proprio la cura delle parole, le parole che curano».