Cronaca
martedì 26 Maggio, 2026
«World War II» con Tom Hanks, arriva la docuserie evento sulla Seconda Guerra Mondiale. La presentazione a Rovereto
di Redazione
Presentata in anteprima al Mitag la monumentale docuserie in 20 episodi: un viaggio nella Storia per comprendere le sfide e le crisi della democrazia nel presente
Una docuserie articolata in 20 intensi episodi, costruita attorno a materiali d’archivio provenienti da varie fonti, strutturata come lungo racconto con la voce di Tom Hanks, priva di ridondanze, cadenzata da quelle che furono decisioni epocali di Churchill, Roosevelt, Stalin, Hitler, Mussolini, Rommel, Tojo: è «World War II», venti puntate prodotte da Tom Hanks e Gary Goetzman che in Italia debutterà oggi alle 22 su History Channel, il cui lancio avverrà più o meno contemporaneamente in 200 Paesi, 40 lingue, raggiungendo si stima 400 milioni di utenze.
Per presentarla al pubblico italiano History Channel ha scelto il Mitag di Rovereto, il più importante Museo storico italiano specializzato sulla prima guerra mondiale, che negli anni ha saputo andare oltre se stesso. L’anteprima del primo episodio ha reso bene l’incalzare d’una narrazione stringente, retta da materiali d’archivio, filmati da teca in bianco e nero che con parsimonia sono stati qua e là colorizzati, allo scopo di creare quelle pause empatiche, d’avvicinamento temporale, che servono soprattutto per comunicare col pubblico più giovane.
Un lungo racconto in cui s’affaccia ogni tanto il volto di Hanks che, sorta di aedo della madre di tutte le tragedie moderne, concorre a delineare il complesso quadro in cui prese forma la seconda guerra mondiale. Puntate che non parlano solo di battaglie, come ha detto Giovanni Belli, digital supervisor del Canale, ma riattivano attraverso vari «punti di vista» la necessità di togliere dalla naftalina la Storia per vederne conseguenze che giungono fino a noi.
La radice della guerra più distruttiva di tutte, che ha stordito il mondo, ha disegnato il presente iniziando da quel primo settembre 1939 quando la Germania invase la Polonia e Hitler potè seriamente pensare a un Occidente di «patetici vermi» incapaci di reagire. Colpisce che oggi, come allora, i passi verso l’inferno siano quasi impercettibili nel loro progredire.
«La forza visiva del docufilm rappresenta uno strumento ideale per trasmettere impressioni e conoscenze soprattutto alle nuove generazioni – ha rilevato il direttore del Mitag Francesco Frizzera – questo è un prodotto che apre a una serie di quesiti, primo tra tutti quello del “come” comunicare la Storia oggi, come studiarla in modo nuovo. Tanto più che viviamo nel girone in cui i testimoni spariscono e diventa allora imprescindibile ricorrere all’occhio dello storico».
In collegamento dall’America è intervenuto anche Marco Maria Aterrano, professore di Storia Contemporanea all’Università Federico II di Napoli: «Il docufilm è sempre occasione per riflettere anche su come ogni generazione di storici sia costretta a ripensare le domande da porre all’oggetto storico, come ha dimostrato l’abbandono delle formule retoriche di certo racconto narrativo, metodologico e storico, del passato. Come ricordava Benedetto Croce, ogni storico si pone le domande sul passato che gli derivano dall’esperienza del presente».
Cosa significa, allora, studiare oggi la seconda guerra mondiale? Aterrano non ha dubbi: «Significa provare a capire quello che sta accadendo sotto ai nostri occhi, nelle zone martoriate del globo, vedendo nel 1945 non solo l’inizio del nostro mondo, ma anche l’inizio dei conflitti».
La riflessione porta con sé la responsabilità di trasferire l’orrore alle nuove generazioni, perché lo sguardo nuovo, aggiornato, degli storici conferma che quell’orrore non ha mai avuto fine. Compito di tutti gli operatori culturali, allora, come ha ricordato Aterrano, è mantenere viva la consapevolezza che nulla accade per caso. Oggi «si vede lo spostamento di buona parte dell’elettorato non solo europeo, ma occidentale, americano, verso posizioni che 20 o 30 anni fa sarebbero state Impensabili; si abbandono in serenità le formule della democrazia, che pare abbiano stancato». Colpa delle forze politiche democratiche in gioco, certamente, e anche del legame più debole con il passato causato dal naturale venire meno dei testimoni in vita. Allora, fatto saldo il valore economico oltre che storico della mega produzione americana, diventa essenziale il messaggio lasciato dal capitano Miller, alias Tom Hanks, in “Salvate il soldato Ryan” affinché non si dimentichi di continuare a guadagnarsi ciò per cui altre generazioni sono morte.