L'editoriale
mercoledì 29 Aprile, 2026
Wendy Duffy e la comunità debole
di Fabio Cembrani
Una vicenda di fronte a cui non possiamo restare immobili in quel limbo di (disumano e) apatico torpore in cui ci rintaniamo per restare lontani dal mondo
La vicenda di Wendy Duffy, morta in questi giorni in una clinica di Basilea (Svizzera) con il suicidio assistito, non può lasciarci immobili in quell’anestetico spazio neutrale nel quale spesso ci rintaniamo per restare lontani dai tanti rumori del mondo. Ma ci invita a riflettere con grande serietà dopo aver finalmente messo da parte quelle tante pregiudiziali ideologiche che si incontrano ogni qual volta si affronta il tema del fine della vita. In prospettiva amplia una visione che, di necessità, chiama in causa l’idea, il valore e il significato stesso che vogliamo dare alla nostra comunità.
Chi era Wendy Duffy? Per ciò che sappiamo, Wendy era una donna inglese di 56 anni, fisicamente sana ma lacerata da una profonda sofferenza causata dalla morte del figlio Marcus di 23 anni. Una morte avvenuta qualche anno prima, nella loro abitazione, a causa dell’asfissia meccanica provocata dal passaggio accidentale nelle primissime vie respiratorie di un pezzo di pomodoro che il figlio stava mangiando. Marcus era tornato a casa dopo una serata passata con gli amici al pub dove (forse) aveva bevuto troppo e la sua morte non fu istantanea: venne, infatti, soccorso dalla madre che lo trovò asfittico sul divano e che provò a rianimarlo prima di attivare i soccorsi con il suo trasporto in un ospedale dove venne accertata la sua morte cerebrale con spegnimento, dopo 5 giorni, dei dispositivi che lo mantenevano in vita.
Quel tragico evento ha drammaticamente cambiato la vita della donna che, da allora, ammetteva di non essere più in grado di vivere pur sopravvivendo e di non provare più alcuna gioia, come ebbe a dichiarare al Daily Mail spiegando di non aver mai superato quel terribile e devastante lutto, di non provare più alcuna gioia e di avere un solo desiderio, quello di poter morire con il sorriso sulle labbra. Dopo l’infruttuoso tentativo di togliersi la vita con l’ingestione di una overdose di farmaci ed un (non sappiamo quanto lungo ed appropriato) trattamento farmacologico antidepressivo, Wendy decise così di morire con il suicidio assistito ma, non potendo accedere a questa procedura nel suo Paese d’origine, fu costretta a contattare la clinica svizzera «Pegasus» di Basilea. Ricevuto l’assenso, anche all’esito del pagamento di 10mila sterline, la donna ha così aspettato che i suoi due cani morissero di vecchiaia prima di scrivere una lettera di addio indirizzata a tutti i suoi familiari e ai suoi amici più affezionati, di scegliere gli abiti da indossare nel momento terminale della sua esistenza e l’ultima canzone da ascoltare prima dell’auto-somministrazione del farmaco letale.
La storia personale di Wendy Duffy è sicuramente tragica ed è la storia di una sofferenza reale e straziante, di una lacerante ferita dell’anima ampiamente comprensibile. Nessuno di noi può giudicare la sua scelta anche se essa rimette al centro della discussione pubblica la responsabilità della comunità nell’accompagnare il dolore del lutto e nell’offrire quel sostegno – non solo professionale – di cui abbisognano le persone più fragili. È così che la storia di Wendy riguarda non solo lei ma soprattutto tutti noi dovendoci chiedere: che tipo di comunità siamo stati per lei dopo la morte del figlio Marcus? Cosa e chi ha incontrato, nel suo percorso di tragica sofferenza, oltre a chi si è (ci auguriamo) impegnato nel tentativo di dare una risposta medicalizzata alle sue laceranti ferite? Quali reti di prossimità, quali forme di accompagnamento umano e spirituale, quale presenza concreta le sono state realmente offerte? E perché esse non hanno prodotto l’effetto auspicato?
Non lo sappiamo anche se, a ben riflettere, la tragica realtà che traspare da questa vicenda è che la sconfitta non è quella di Wendy ma di noi tutti e di una comunità che non è stata in grado di accogliere la sua sofferenza e di sostenerla in quel difficile cammino che deve percorrere l’elaborazione del lutto. Perché la sofferenza umana non può essere consegnata al solo (limitato) potere della medicina ed agli effetti terapeutici degli analgesici o degli antidepressivi e soprattutto perché il dolore quasi sempre sfugge a quel calcolo disciplinare imposto da quell’anestesia permanente in cui sembra essere precipitata la nostra società. Il dolore non è mai un male insensato da affrontare armati con i soli analgesici, ha scritto Byung-Chul Han in quel suo libro che si interroga sul perché lo abbiamo rimosso dalle nostre vite, denunciando che è proprio l’algofobia ciò che ci ha resi ipersensibili al dolore e alla sofferenza umana. Perché ciò che è vero è che il dolore e la sofferenza aprono sempre ad un’altra visibilità che non è certo quella provocata dall’ordine digitale ma dal volto dell’altro; da quel volto, meglio da quei tantissimi volti, che si ricolgono quasi sempre in silenzio a noi con la richiesta di aiuto sperando nel nostro sussulto di umanità, volti reso spesso invisibili da quei tanti dispositivi collettivi che hanno consegnato la sofferenza e il dolore al singolo individuo e al mercato dei servizi terapeutici.
Il risultato è che oggi una madre che ha visto morire il figlio tra le sue braccia può ritrovarsi, quattro anni dopo, completamente sola davanti alla sua drammatica scelta finale che non possiamo trasferire in quel tristissimo dimenticatoio che abbiamo artefattamente costruito al solo scopo di rimuovere la dimensione sociale della sofferenza e del dolore. Al cui contrasto non bastano le sole cure palliative, le terapie analgesiche e i farmaci antidepressivi i quali, pur potendo in qualche modo contenerli, hanno contribuito ad appiattire le nostre coscienze e a trasferirle in quel limbo del (disumano e) apatico torpore. Dal quale dobbiamo finalmente avere il coraggio di uscire se vogliamo davvero salvare il senso e il significato più autentico e profondo dell’umano.
*Medico-legale, già Direttore Uoc di Medicina legale
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