Lo studio
martedì 7 Luglio, 2026
Uno studio dell’Università di Trento promuove l’etichetta ambientale e la tassa sulla CO2: «Così calerebbero sul serio le emissioni»
di Redazione
Lo firma Michela Faccioli: «Costerebbe poco più di 30 euro a testa e diminuirebbe le diseguaglianze»
Le etichette ambientali sui prodotti alimentari possono aiutare i consumatori a fare scelte più sostenibili, soprattutto se abbinate a una carbon tax accompagnata dalla redistribuzione del gettito. È quanto emerge da uno studio coordinato dall’Università di Trento, pubblicato sul Journal of Environmental Economics and Management.
La ricerca parte da un dato significativo: circa un quarto delle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo è legato al cibo che consumiamo. Per questo, spiegano i ricercatori, rendere più trasparente l’impatto ambientale degli alimenti potrebbe contribuire a orientare i consumi verso prodotti meno inquinanti, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Lo studio su oltre 5 mila consumatori
Il team dell’Ateneo trentino ha analizzato il comportamento di oltre 5 mila persone attraverso un esperimento condotto nel 2020 in un supermercato online simulato, costruito per riprodurre fedelmente le abitudini di acquisto delle famiglie del Regno Unito.
«Abbiamo confrontato il comportamento dei consumatori in diversi scenari per capire quale intervento fosse più efficace nel ridurre l’impronta di carbonio della spesa», spiega Michela Faccioli, docente della Scuola di Studi internazionali e del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento.
I ricercatori hanno valutato due possibili strumenti: da un lato le etichette ambientali, che indicano con un sistema a colori le emissioni di CO₂ associate a ciascun prodotto, dall’altro una tassa sul carbonio applicata agli alimenti con maggiore impatto climatico, come carne bovina, formaggi e pesce.
L’importanza delle etichette
Secondo lo studio, le sole etichette ambientali consentono di ridurre del 5,6% l’impronta di carbonio del carrello della spesa, senza comportare costi aggiuntivi per i consumatori.
Una carbon tax, ipotizzata in 60 sterline per tonnellata di CO₂, permetterebbe invece una riduzione delle emissioni del 9,8%, ma avrebbe un costo medio di circa 79 sterline all’anno per persona. Inoltre, la misura risulterebbe più penalizzante per le famiglie con redditi più bassi.
Il risultato più interessante emerge però dalla combinazione delle due politiche. L’introduzione contemporanea di etichette e tassa produce infatti un effetto sinergico: è possibile ottenere la stessa riduzione delle emissioni con una tassazione molto più contenuta, pari a 27,86 sterline per tonnellata (circa 32,50 euro all’anno), riducendo così anche l’impatto economico sulle famiglie.
Secondo i ricercatori, questa soluzione garantirebbe un beneficio sociale netto di circa 13,2 sterline all’anno per persona, quasi il doppio rispetto alla sola carbon tax.
La questione disuguaglianze
Un altro elemento evidenziato dalla ricerca riguarda l’utilizzo delle entrate derivanti dalla carbon tax. Se il gettito venisse redistribuito in modo uguale a tutte le famiglie, la misura perderebbe il carattere regressivo e diventerebbe sostanzialmente equa.
«Le famiglie con redditi più bassi sono quelle maggiormente esposte alle imposte sui generi alimentari – osserva Marco Tomasi, primo autore dello studio –. Tuttavia, una redistribuzione pro capite del gettito rende il sistema proporzionale e può persino risultare leggermente progressivo».
Carnivori pronti al pentimento
Lo studio mostra inoltre che le famiglie con una dieta più ricca di carne e con un’impronta climatica maggiore sono anche quelle che reagiscono meglio alle etichette ambientali, orientandosi verso alternative meno impattanti.
«Informazioni semplici e chiare possono favorire scelte più sostenibili proprio nei gruppi che hanno i maggiori margini di miglioramento», conclude Carlo Fezzi, professore associato del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Trento.
Lo studio, intitolato “The welfare impacts of carbon taxes and labels on food demand”, è stato pubblicato online sul Journal of Environmental Economics and Management e sarà disponibile nei prossimi mesi anche nell’edizione cartacea della rivista.
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