La rubrica
mercoledì 8 Luglio, 2026
«Toy Story 5» rilancia la Pixar, «He-Man» diverte, «Mandalorian» convince solo a metà: cosa vedere al cinema
di Michele Bellio
Una nuova puntata delle recensioni della settimana con i film da non perdere al cinema e da recuperare in streaming
TOY STORY 5
(USA 2026, 102 min.) Regia di Andrew Stanton
A sette anni di distanza da «Toy Story 4» la mitica saga d’animazione firmata Pixar, nata nel 1995, si arricchisce di un nuovo episodio che fa abbastanza dimenticare i limiti del predecessore, riportando il livello complessivo a quello delle migliori produzioni dell’azienda californiana. Bonnie, la bambina che ha ereditato i giocattoli di Andy, ha ormai otto anni e frequenta le scuole elementari. È in una fase della sua vita in cui le amicizie rivestono un ruolo fondamentale, ma fatica a fare nuove conoscenze e si sente esclusa. Bonnie ama ancora i suoi giocattoli, ma le sue compagne utilizzano ormai solo dispositivi elettronici e quando i suoi genitori le regalano il tablet Lilypad pensano di poterla aiutare a connettersi con le sue coetanee. Purtroppo questo mondo non è ancora adatto a Bonnie, che si ritrova vittima dei tranelli social cui un bambino può essere facilmente esposto.
Il tutto avviene sotto gli sguardi preoccupati dei suoi giocattoli, in particolare di Jessie, che ovviamente vede in Lilypad un mostro crudele da fermare ad ogni costo, prima che rubi l’infanzia a Bonnie. Le cose si complicano e Jessie chiede aiuto a Woody, ormai un giocattolo libero, che insieme a Buzz dovrà aiutare la cowgirl a risolvere questa delicata situazione. Affrontando il rapporto con le nuove tecnologie, il film aggiorna con intelligenza il format che aveva fatto del primo capitolo un capolavoro: inserire un inquietante elemento di novità e comprenderne ruolo e potenzialità senza demonizzarlo, sviluppando con sensibilità il tema del cambiamento e dell’evoluzione. La scelta di portare alla regia un pezzo da novanta come Andrew Stanton (sceneggiatore di tutti gli episodi, ma soprattutto firma dietro a titoli fondamentali come «Wall-E» e «Alla ricerca di Nemo») giova al franchise, soprattutto nella scelta efficace di trasformare Jessie nel fulcro emotivo del film, cosa che già avveniva in parte nelle scene più toccanti dello splendido secondo capitolo.
Non tutto gira alla perfezione: il film ha troppe sottotrame, con i nuovi modelli di Buzz Lightyear che lasciano un’isola deserta dopo un naufragio e l’evoluzione di Woody in personaggio secondario, ritratto con ironia costante sul suo essere invecchiato (con tanto di pancetta e pelata). Sono sequenze di per sé molto divertenti, ma finiscono per appesantire una sceneggiatura che a tratti arranca, soprattutto nella parte centrale, dando la sensazione che il film non si fidi fino in fondo della forza delle proprie immagini e senta il bisogno di ribadire più volte gli stessi concetti, come il trauma dell’abbandono vissuto da Jessie. Ne derivano almeno dieci minuti che avrebbero potuto essere asciugati. In compenso, i momenti ad alto tasso emotivo sono numerosi e molti dei fili narrativi della saga trovano uno sviluppo creativo e convincente, tra in-jokes e autocitazioni. La seconda parte trova poi nuovamente ritmo e poesia, riportando la serie su livelli qualitativi decisamente superiori a molte produzioni recenti dello studio. Siamo lontani dalle vette di «Toy Story 3 – La grande fuga», ma almeno lo spirito è quello dei momenti migliori.
MASTERS OF THE UNIVERSE
(USA 2026, 141 min.) Regia di Travis Knight, con Nicholas Galitzine, Jared Leto
Ispirato agli iconici personaggi Mattel, protagonisti di una saga animata di grande successo negli anni Ottanta e già trasposti al cinema nel 1987 nel film «I dominatori dell’universo», questo reboot racconta la nascita del personaggio di He-Man e rappresenta a tutti gli effetti un aggiornamento ironico del protagonista alla contemporaneità. Sul pianeta Eternia, il giovane principe Adam cresce sentendosi inadeguato al proprio ruolo di eroico difensore del regno. È più piccolo e debole dei suoi compagni, tende a rifiutare il confronto fisico e cerca sempre il dialogo, aspetto per cui non viene visto di buon occhio. Quando il malvagio Skeletor invade il regno e cattura i suoi genitori, Adam è spedito sulla Terra con la Spada del Potere, che però smarrisce durante il tragitto. Nei quindici anni successivi, dopo essere diventato un esilarante impiegato delle risorse umane in un’azienda, ritrova la strada di casa grazie al supporto di alcuni nerd. Non è esattamente l’eroe che tutti aspettavano, ma la sua empatia e la capacità di ascoltare e comprendere gli altri si riveleranno strumenti importanti da affiancare alla straordinaria forza che si cela dentro di lui. E gli permetteranno di affrontare Skeletor a testa alta.
Oggettivamente divertente, il film ha l’aspetto di una spensierata e giustamente consapevole avventura fantasy vecchio stile, con la manifesta volontà di mostrarsi in tutta la sua assurdità, omaggiando efficacemente un certo tipo di estetica anni Ottanta, che si amplifica notevolmente nell’uso della colonna sonora (esilarante la sequenza con «Princes of the Universe» dei Queen). Il risultato è gradevole e nonostante sia talmente scombiccherato da rasentare l’assurdo, funziona proprio perché non si prende sul serio. E, in un’operazione che ricorda il film di «Barbie» (altro grande franchise Mattel), ma con tono meno predicatorio e programmatico, ritrae un eroe i cui muscoli sono assolutamente secondari e anche oggetto di ironia, rispetto al potere derivante da caratteristiche altrove scambiate per fragilità. In un’ottica di aggiornamento del personaggio, la cosa sembra funzionare. Per gli appassionati dell’originale potrà sembrare un tratto eccessivo, ma il film si diverte a riservare ai cultori un ampio casellario di riferimenti specifici, culminanti nel cameo di Dolph Lundgreen in palestra. Formalmente elementare e, nel suo piccolo, tutto sommato efficace. Purtroppo sostanzialmente ignorato dal pubblico.
STAR WARS – THA MANDALORIAN AND GROGU
(USA 2026, 132 min.) Regia di Jon Favreau, con Pedro Pascal, Sigourney Weaver
Ispirato alla serie televisiva di Disney Plus «The Mandalorian», ideata dallo stesso Jon Favreau, il film riprende direttamente i protagonisti della stessa e cinematograficamente parlando si tratta del terzo spin-off della saga di «Guerre Stellari», situato cronologicamente tra gli episodi sei e sette, dopo la sconfitta del malvagio Impero Galattico. È agli ordini della Nuova Repubblica che si muove il cacciatore di taglie Din Djarin, accompagnato dal giovane apprendista Grogu, e nel film il suo compito è catturare uno degli ultimi signori della guerra ancora nascosti, il comandante Coin. Gli unici ad avere informazioni su di lui, però, sono i terribili Gemelli Hutt, fratelli del defunto Jabba the Hutt e nuovi leader del sindacato criminale. In cambio delle informazioni, vogliono che il mandaloriano ritrovi il figlio di Jabba, Rotta, prigioniero sul pianeta Shakari. Di malavoglia il protagonista accetta la missione, ma molte saranno le sorprese.
Rivolgendosi sostanzialmente ai fan della serie, con il rischio di escludere chi non l’ha vista (e infatti il riscontro del pubblico è stato nettamente inferiore agli altri titoli della serie), Favreau ha creato una sorta di doppio episodio in formato gigante, rispettando le caratteristiche del suo prodotto, che limita le riflessioni filosofiche in funzione di una spettacolarità più avventurosa e che guarda ad un pubblico tendenzialmente più giovane. Non che lo spettacolo non funzioni, anzi, ma si ha la sensazione di una rimasticatura non particolarmente originale di contesti già noti e il tutto sembra reggersi esclusivamente sul carisma del protagonista e soprattutto sull’innegabile fascino del piccolo Grogu, reso con una commistione di tecniche che omaggiano l’artigianalità dell’universo cinematografico lucasiano degli anni Settanta e Ottanta, efficaci perché tangibili e materiche in un mondo dominato da effetti digitali. Il risultato è probabilmente gradevole per i già iniziati, senza infamia e senza lode per tutti gli altri, che faticheranno probabilmente ad avere un effettivo coinvolgimento emotivo. Ed anche l’aver dato giustamente spazio agli Hutt come antagonisti meritava forse un tono più complesso e adulto. Un’occasione sfruttata a metà, che merita comunque la visione su grande schermo.
BORIS – IL FILM
DISPONIBILE SU RAIPLAY
(Italia 2011, 108 min.) Regia di Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, con Francesco Pannofino, Carolina Crescentini, Paolo Calabresi, Pietro Sermonti
Dopo tre stagioni televisive (oggi reperibili su Amazon Prime Video), la geniale e irriverente comicità creata dal trio di registi e sceneggiatori giunge sul grande schermo nel 2011, allo stesso modo in cui i protagonisti si trovano alla prese con l’ambizioso nuovo progetto di René Ferretti: l’adattamento cinematografico de «La casta», un coraggioso film politico che avrebbe finalmente dato gloria imperitura al regista della fiction «Gli occhi del cuore». Peccato che il sistema cinema italiano, arrogante, nepotistico e incline al compromesso, finisca col trasformare gradualmente il progetto in una terribile farsa, che si trova anche in grave difficoltà produttiva. E l’unica soluzione è richiamare la vecchia squadra per cercare di portare a casa il risultato, anche se non sarà quello che si sperava. Un film geniale, che trasporta con efficacia la critica all’universo televisivo nel mondo della settima arte, azzeccando più di un momento di esilarante cattiveria, che va ben oltre la relazione del pubblico con i personaggi della serie, trasformandosi in un prodotto per tutti, inclusi i neofiti. Un film che ha molte delle caratteristiche della nostra migliore commedia, retto da un cast in stato di grazia. E le incursioni sul set di Stanis che vuole interpretare Gianfranco Fini sono indimenticabili.