L'esperto
giovedì 15 Gennaio, 2026
Senzatetto e accoglienza, il sociologo Barnao: «L’effetto richiamo? Non esiste, è la solita giustificazione»
di Donatello Baldo
Il professore spiega: «Non ci sono evidenze, ma nei fatti è una grave deresponsabilizzazione»
«Davvero tirano in ballo ancora la storia dell’effetto richiamo? Allora non è cambiato niente», dice il sociologo Charlie Barnao. È professore ordinario all’Università di Palermo ma risponde dalla Palestina, dove si trova per un ciclo di lezioni all’università di Betlemme: «Ho 17 studenti, nonostante tutto motivati e interessati. Un’esperienza stupenda». Barnao, per anni, è stato anche docente all’Ateneo trentino, dove si è occupato di etnografia e dove, con il metodo dell’osservazione partecipante, ha studiato il fenomeno dei senza dimora, vivendo con loro e raccontando la sua esperienza nel libro «Sopravvivere in strada. Elementi di sociologia della persona senza dimora» (Franco Angeli, 2003) e «Hotel Millestelle. Voci e luoghi di gente che vive diversamente» (Cleup, 2003) in collaborazione con Antonio Scaglia.
Professore, possiamo dire che i senza dimora, a Trento, li ha inventati lei.
«In un certo senso sì. Quando mi avvicinai al fenomeno decisi di basarmi anzitutto sui numeri. E assieme ai Volontari di Strada di allora decidemmo di fare il conteggio di chi viveva in strada. Erano i primi anni Duemila, e ne contammo 232. Il giorno in cui i giornali pubblicarono la notizia l’amministrazione comunale convocò una conferenza stampa per dire che non erano queste le cifre, che in città ce n’erano solo una trentina di senza dimora».
Chi aveva ragione?
«Noi, perché poi, quando vennero aperti i dormitori, si riempirono subito, e c’erano liste di attesa chilometriche».
Allora le amministrazioni erano di centrosinistra. Ora a livello provinciale governa il centrodestra, il quale afferma che non si può dare troppa accoglienza perché altrimenti arrivano tutti qui.
«L’effetto richiamo, una sciocchezza. Già allora circolava questa tesi, in tutt’altro schieramento. Una tesi trasversale, perché io ricordo i tempi di Lorenzo Dellai in Provincia e Alberto Pacher sindaco di Trento. Senza voler personalizzare, posso dire che la paura era questa, la stessa, che venissero tutti a Trento. Una cosa che non ha senso, perché nessuno parte dal proprio Paese per voler arrivare proprio in Trentino, che si sa essere un luogo di passaggio. E chi si ferma lo fa per i legami che crea, affettivi, familiari, lavorativi. Non certo per un letto in un dormitorio».
Perché allora questa paura?
«Si tratta di una giustificazione per non prendersi responsabilità. Per non dare risposte di politiche sociali adeguate ai bisogni reali. E poi c’è la tendenza all’invisibilizzazione: si fa di tutto per scoraggiare la permanenza di senza dimora, di migranti, perché non li si vorrebbe vedere. Si chiudono i dormitori, ma fateci caso: non ci sono nemmeno più panchine in città, perché non li si vuole vedere lì seduti. Oltre a questo, c’è il tema della colpevolizzazione».
Cioè?
«Attuare strategie di dissuasione, come la riduzione dell’accoglienza o le lungaggini burocratiche per i migranti, significa far ricadere l’effetto di un fenomeno sociale e politico, proprio delle migrazioni, in un tema individuale. Di cui deve farsi carico il migrante stesso, e non la società. C’è insomma l’idea che l’essere senza dimora, l’essere migrante, sia una scelta personale. Scelta sbagliata, secondo questa visione che potremmo definire liberista».
Professore, la solita storia, quindi.
«Proprio così. E non cambierà niente fino a quando si cercherà di affrontare un tema complesso con un approccio banale e semplicistico».
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