L'intervista

giovedì 30 Luglio, 2026

Lloyd cambia veste e diventa detective. Simone Tempia porta in Trentino il «Gran galà con delitto»: «Il giallo è un gioco con il lettore»

di

Lo scrittore presenta il libro a Levico, Luserna e Lavis: «Volevo rendere omaggio ai grandi classici, raccontando soprattutto l'animo umano»

Ci sono serate che promettono eleganza e conversazioni brillanti. Poi basta un delitto per trasformare ogni ospite in un sospettato. Da questa premessa prende avvio «Gran galà con delitto» (Garzanti), il nuovo romanzo di Simone Tempia. Per la prima volta l’autore si misura con il giallo, senza rinunciare allo sguardo rivolto alle persone e alle loro contraddizioni che i lettori hanno imparato a conoscere attraverso Lloyd. Sarà proprio «Gran galà con delitto» al centro del tour che porterà Simone Tempia in Trentino nei prossimi giorni. Dal 29 aprile, data di uscita del romanzo, alla fine di novembre l’autore avrà tenuto 73 presentazioni in tutta Italia. Le tappe trentine inizieranno domani , 31 luglio, alle 18 alla Sequoia del Parco di Levico, nell’ambito di «Levico incontra». Il primo agosto, sempre alle 18, sarà all’Istituto Cimbro di Luserna, mentre il 2 agosto alle 18.30 concluderà il ciclo di incontri a Lavis, in Piazzetta degli Alpini, per «Lavistaperta incontra l’autore». Giornalista e scrittore, Simone Tempia è il creatore di Lloyd, il maggiordomo immaginario protagonista di una fortunata serie di libri iniziata con «Vita con Lloyd» e proseguita con diversi altri volumi. Tra le sue opere anche «Storie per genitori appena nati» e «Il Piero o La ricerca di una felicità».
Simone Tempia, dopo tanti libri, perché ha capito che era arrivato il momento di scrivere un giallo?
«Per due motivi. Mi piace raccontare storie che sappiano intrattenere e credo che il giallo classico sia uno dei generi che meglio riesce a farlo. «Conservo uno sguardo un po’ bambino, mi piace giocare con i lettori e il giallo è un genere che ho sempre amato. Inoltre, mi è sembrato l’approdo naturale del mio percorso narrativo, fatto di riflessioni psicologiche e introspezione. In fondo, il giallo parla soprattutto di questo, ancora prima che di indizi e moventi».
Perché ha scelto di ambientare la storia nel 1964? Che cosa le permetteva di raccontare quell’Italia?
«È un periodo storico che amo profondamente. Sono figlio degli anni Ottanta ma torno spesso agli anni Sessanta, alla loro musica, ai film, agli sceneggiati televisivi. Era un’Italia attraversata da una fiducia “non ingenua” nel futuro, sembrava che tutto ciò che serviva per essere felici fosse già nel Paese. Ma era anche un’epoca di forti tensioni politiche e sociali. Proprio questo equilibrio tra ottimismo e inquietudine la rende narrativamente molto interessante, oltre che perfetta per costruire un giallo ambientato in una comunità chiusa».
Ha scelto la forma del giallo classico: una villa isolata, una cena, pochi invitati e molti segreti. Che cosa l’attira di questo tipo di racconto?
«Mi affascinava la sfida di costruire un meccanismo narrativo che funzionasse alla perfezione. Ho voluto rendere omaggio ai grandi classici, da Agatha Christie a Maigret, ma anche a Padre Brown e a “La signora in giallo”. L’idea era creare un ambiente con tutti gli elementi del giallo classico, senza limitarmi però a riproporli. Mi interessava modificarne i meccanismi per trovare una voce personale, restando fedele allo spirito del genere».
La contessa Mazzucco è una donna che esercita un grande potere sugli altri. Appare come un personaggio capace di tenere insieme, e forse di condizionare, il destino di tutti gli altri.
«Sì, perché appartiene alla grande tradizione del giallo classico, ed è quel personaggio che tutti, per ragioni diverse, finiscono per odiare. Rappresenta anche l’ambiguità di un’Italia perbenista che non sempre era davvero “perbene”. La contessa Mazzucco conosce i segreti di tutti e li giudica secondo una legge morale che è soltanto la sua, e questo la rende la vittima ideale. Come nei grandi classici, la sua morte porta quasi sollievo, tutti hanno un buon motivo per desiderarla morta e il lettore vuole scoprire chi, tra tutti, sia stato davvero».
In «Gran galà con delitto» tutti sembrano avere qualcosa da nascondere. È il segreto a far nascere la storia o sono soprattutto i rapporti tra i personaggi?
«Tutti i personaggi hanno un segreto, ma soprattutto convivono con una miseria e una colpa. La miseria è ciò che ciascuno cerca di nascondere, la colpa è qualcosa di più profondo, spesso impossibile da confessare anche a sé stessi. È la colpa il vero motore della narrazione. Il delitto mette tutti sotto pressione e, tra reticenze, ammissioni e tentativi di autoassolversi, fa emergere ciò che ognuno voleva tenere nascosto».
Nel libro nessuno è davvero come appare. Cosa intendeva mettere in luce?
«Il rapporto tra apparenza e verità è il vero tema del libro. Le apparenze, a volte, finiscono persino per negare la realtà, e credo che questo abbia un’eco fortissima anche nella società contemporanea. Siamo tutti, in qualche misura, vittime dell’immagine che costruiamo, il tentativo di salvare le apparenze può renderci persino più colpevoli di quanto siamo davvero e spingerci a compiere azioni terribili. È un tema che mi sta molto a cuore e che accompagna tutta la vicenda, fino a quando, poco alla volta, emerge la verità sull’animo dei personaggi».
Nei suoi libri ironia e malinconia convivono spesso. È una scelta narrativa?
«Per me ironia e malinconia sono come l’alba e il tramonto, quando il sole è alla stessa altezza sull’orizzonte. Che cosa ci dice se è l’una o l’altro? Semplicemente il fatto che dopo arriverà il giorno oppure la notte. Ironia e malinconia sono un po’ la stessa cosa: un sentimento difficile da descrivere, un sole sospeso sull’orizzonte. Se prende la strada dell’ironia, sfocia in una risata; se prende quella della malinconia, in un momento di silenzio. È quel sentimento di confine che ci rende straordinari equilibristi dell’animo umano, e a me piace camminare proprio su quel filo».
Dopo anni in cui Lloyd è stato il luogo delle domande sulla vita, lo ritroviamo anche in questo romanzo. Com’è entrato in una storia di delitti?
«È stato molto naturale. Mi piaceva l’idea di dargli un nuovo spazio in cui esprimersi. La sua natura di interprete dell’animo umano lo rende perfetto all’interno di una coppia investigativa, nella tradizione dei grandi gialli. Lloyd porta la riflessione filosofica, mentre gli altri si occupano dell’azione».
Nei grandi gialli il lettore prova continuamente a battere l’autore. Mentre scriveva, sperava che qualcuno riuscisse a indovinare il colpevole oppure voleva sorprenderlo fino all’ultima pagina?
«È la parte più bella del gioco. Lo scrittore deve mettere tutti gli elementi davanti al lettore, ma allo stesso tempo saperli disporre in modo da portarlo, senza ingannarlo, verso altre ipotesi. Se qualcuno riuscirà a scoprire il colpevole prima della fine ne sarò felice, soprattutto se continuerà comunque a leggere fino all’ultima pagina. Per me, infatti, questo è prima di tutto un romanzo di narrazione, non soltanto un romanzo d’indagine».
Quando ha capito chi era l’assassino? Lo sapeva fin dall’inizio o la storia, a un certo punto, ha preso una direzione che non aveva previsto?
«L’assassino è il maggiordomo… ma quale dei tanti?»

Commenti:

Advertisement