L'intervista

giovedì 6 Agosto, 2026

Marcello Fois e la vita come immensa distrazione: «Gli scrittori viaggiano nell’oltretomba per conoscere cose che gli altri non sanno»

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Lo scrittore presenta il suo ultimo libro, un grandioso romanzo familiare in lizza per il Premio Campiello

Si gioca la corsa al Premio Campiello 2026 – insieme a Cavazzoni, Varvello, Parrella e Pierantozzi – lo scrittore Marcello Fois, che venerdì 7 agosto sarà ospite della rassegna «Levico Incontra» organizzata dalla Piccola Libreria e dalla biblioteca comunale. L’appuntamento è alle 18 alla Sequoia del parco storico, dove l’autore dialogherà con Sara Vallefuoco proprio sul romanzo giunto nella cinquina finale del concorso letterario, «L’immensa distrazione», pubblicato da Einaudi lo scorso anno. Il giorno seguente, sabato 8 agosto, l’autore sarà a Cavareno, dove presenterà il suo libro alle 21 nella piazza del paese, in dialogo con Elettra de Salvo.

«Ettore Manfredini, nonostante fosse appena morto, la mattina del 21 febbraio 2017 ebbe la netta sensazione di svegliarsi»: inizia così questo denso romanzo familiare, che attraverso la voce e la memoria del capostipite risvegliatosi in una dimensione altra dalla vita, ripercorre la propria esistenza. È un’epopea di miseria, riscatto, inganni e potere quella dei Manfredini: dalla provincia emiliana, tra mattatoi e industrie, si dispiega la storia di una famiglia che ha fondato la propria fortuna sulla carne e sulla menzogna, abbracciando le contraddizioni di un intero secolo. «Vivere è un’immensa distrazione dal morire – scrive Fois – E perciò un sacco di tempo lo si spende a fare, pensare, agire, cose indifferenti»: questo è il concetto che attraversa tutto il romanzo e gli indica anche il titolo. E che, nella radicale riflessione dell’autore, ci dice molto sia della storia narrata che di noi, umanità.

Il narratore – Ettore Manfredini – racconta in terza persona tutto il dispiegarsi del romanzo da una dimensione molto particolare e inconoscibile ai vivi, quella dell’«appena morto», integrando in una scrittura piuttosto spietata rispetto all’eredità umana un elemento di carattere magico e surreale. Come le è venuta questa idea?

«Copiando dai classici, sostanzialmente. Dai classici in poi, chi vuol sapere qualcosa della vita deve consultare i morti. Enea, Ulisse, tutti fanno viaggi nell’oltretomba per capire che cosa gli è successo, chi sono. E un po’ gli scrittori fanno la stessa cosa: ogni scrittore quando pensa, quando scrive una storia, viaggia nell’oltretomba, perché deve sapere cose che gli altri non sanno, deve porsi problemi che gli altri non si pongono, deve conoscere i sogni altrui, deve essere femmina, maschio, bimbo, vecchio contemporaneamente, quindi ecco l’idea, sembra nuova, ma invece è vecchissima. È sempre la stessa idea. Il mio progetto era quello di scrivere un classico contemporaneo».

«Conoscere i sogni altrui»… Anche la dimensione del sogno in effetti è molto presente nel romanzo, e anch’essa pertiene a mondi altri o paralleli.

«Certo, perché la letteratura attraversa le dimensioni, non è mono-dimensionata. La meraviglia della letteratura è che può in qualche modo esplorare sfaccettature diverse della stessa storia. La letteratura è stupenda perché è davvero un mondo parallelo dove un sacco di cose si incastrano. È per questo che Ettore Manfredini deve morire, per capirci qualcosa. Perché Ettore Manfredini fa il lavoro di uno scrittore, cioè muore e si infila nelle vite altrui, e quindi acquista superpoteri per sapere cose che una persona normale non potrebbe mai sapere».

Una storia che è familiare in una tensione però universale.

«La più grande “banalità” di questo libro è che è una storia familiare. Ma la storia familiare è il perno del modo con cui abbiamo concepito la letteratura. Tutta la tragedia greca è una lista di faccende familiari in fondo. Aveva ragione Tolstoj quando diceva che ogni famiglia è infelice a modo suo, perché “infelice a modo suo” è il romanzo. E la famiglia è il territorio perfetto, perché è un microcosmo dove avvengono cose immense, grandissime, quindi ci si può concentrare lì in quel pezzettino e contemporaneamente raccontare dell’umanità intera».

Nel romanzo, storia del Novecento, memoria familiare e immaginazione si amalgamano come tre ingredienti imprescindibili: quanto conta il contesto di realtà nella sua costruzione creativa? Ha fatto delle ricerche a riguardo?

«Certo. Noi ci stiamo convincendo che per fare un romanzo basti raccontare la propria esperienza privata, ma non è affatto così, anzi, questo è il problema di certa letteratura attuale. Uno dei miei personaggi a un certo punto del romanzo dice: “Se sai scrivere, non hai bisogno di un argomento”. Elio dice questa cosa al nonno Ettore e io credo ciecamente che la scrittura non abbia bisogno di un argomento. La scrittura è in qualche modo la versione dello stesso argomento e quindi c’è una bella differenza tra un libro in cui io posso descrivere per motivi vari il ricovero di mio padre e la malasanità e “La montagna incantata” di Thomas Mann, dove un ragazzo va a visitare suo cugino in un sanatorio e poi non riesce a uscirne, ci rimane dentro per qualche motivo. E lì è la scrittura che fa tutto. Quando l’interesse verte troppo sulla trama vuol dire, semplicemente, che c’è poca scrittura».

Lei ha scritto una storia profondamente radicata nella terra padana, così come in passato ha attinto dalla sua terra di origine, la Sardegna: quanto i suoi personaggi si nutrono delle proprie radici e qual è il suo rapporto con la terra?

«Il territorio è una piattaforma dentro la quale tu costruisci la tua storia e si spera non si esaurisca in quel territorio lì. È un paradosso il territorio, perché apparentemente è molto specifico ma in definitiva non lo è. In definitiva vuole raccontare altro. A noi oggi interessa relativamente che “Delitto e castigo” sia ambientato a San Pietroburgo. È questo che fa la letteratura: finge specificità per poi farci spostare lo sguardo da un’altra parte. La letteratura ti mette a posto, ti riposiziona. È per questo che abbiamo bisogno del territorio, della piattaforma. Ecco, allora quanto più è forte la radice, tanto più è importante, esplosivo quello che succede».

In che modo l’arte influenza la sua poetica? Mi riferisco alla copertina del suo libro «Pietro e Paolo» (Einaudi, 2019) che riporta l’opera dell’artista Paolo Ventura e ad alcuni progetti culturali in cui siete stati coinvolti entrambi in passato.

«L’arte mi influenza in generale. Mi ritengo un pittore mancato che ha dovuto fare lo scrittore nella vita, ma avrebbe voluto assolutamente fare il pittore. Quindi questa è una specie di nostalgia che mi è rimasta. Tra le molte belle cose che mi succedono in Einaudi, sono un autore che ha la possibilità di proporre le proprie copertine. Quindi avevo scelto l’opera di Paolo Ventura per “Pietro e Paolo” e allo stesso modo ho scelto questa di Alessandro Tofanelli, che è un meraviglioso pittore contemporaneo, tra metafisico e Piero della Francesca. Io davvero lo adoro, quando ho visto quel quadro ho pensato: “Cavolo, questa persona ha letto il libro che io ancora non ho scritto”. Se si guarda l’immagine, nel profondo ci sono tutti gli elementi del romanzo. Ecco, io cerco di esercitare più sensi possibili, poi sono un lettore compulsivo e alla copertina tengo quanto alla storia e al titolo, che non può essere uno specchietto per le allodole».

Dopo «L’immensa distrazione» del 2025, quest’anno ha pubblicato, sempre per Einaudi, la raccolta di poesie «Ogni cosa vede noi»: qual è il suo rapporto con la poesia?

«Molto, molto più timido che con la narrativa. La poesia è una cosa davvero strepitosa, straordinaria. Esercitare la poesia è come fare dei corsi di specializzazione. Devi andare a lezione dalla poesia, perché i poeti sono un’altra faccenda, prendono la parola, la fanno bella muscolosa e così via. Quindi quando tu hai bisogno di – come dire – “sanificare” il tuo vocabolario, devi fare la poesia. Io pubblico una raccolta di poesie ogni 8 anni, questa è la terza in 24 anni, quindi sono molto, molto cauto».

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