La storia
lunedì 15 Giugno, 2026
Le lezioni di Storia del Cristianesimo si fanno con i meme. Il professor Curzel: «All’esame chiedo agli studenti di fare una classifica»
di Adele Oriana Orlando
Il docente: «Un ottimo modo per incuriosire gli studenti. Aiuta a memorizzare»
Da qualche anno i meme sono entrati anche nell’Università di Trento, come supporto ovviamente, non come sostitutivo dei libri di testo e del materiale didattico. A portare questo strumento nelle lezioni è il professore Emanuele Curzel che insegna a Trento dal 2008, prima come docente di Storia medievale e dal 2019 di Storia del cristianesimo e delle chiese. Molto noti a chi naviga sui social network, i meme sono immagini spesso iconiche o che raffigurano espressioni di personaggi diventati virali con l’aggiunta di frasi rafforzate da quello che vi è riprodotto. Dall’inizio della loro comparsa, questi contenuti sono strumenti utilizzati per veicolare un concetto nella forma più immediata e leggera, oltre che con ironia. Nel 2024 è stata anche realizzata una mostra in collaborazione con l’Arcidiocesi di Trento dove sono stati esposti i lavori fatti da alcuni studenti e alcune studentesse dei corsi di Curzel.
Quando ha deciso di utilizzare i meme?
«Durante il periodo pandemico, con la Dad, ma il tutto è nato guardando alle riflessioni di Francesco Filippi su come i social abbiano avuto e abbiano tuttora un ruolo di primaria importanza nel rafforzare o modificare le convinzioni di un gran numero di persone, con ovvie conseguenze sul piano delle conoscenze diffuse e su quelli sociale e politico. Durante il lockdown della primavera 2020 tenevo due corsi. In entrambi i casi decisi che avrei fatto didattica a distanza in asincrono: io registravo e caricavo audio e slide, gli studenti ascoltavano quando preferivano. In quel contesto iniziai a usare i meme. Inventarsi un meme serviva (nelle mie intenzioni) a far capire qualche passaggio e a far memorizzare in modo semiserio i nuclei delle mie argomentazioni sul tema del corso, aggiungendo al tutto un po’ di ironia. Per farli ho cercato di alternare “sfondi classici” da meme e immagini più pertinenti al corso stesso»,
Sono anche oggetto d’esame?
«Sì, ho reso i miei meme una parte integrante dell’esame: vale a dire che tutti gli studenti, prima di presentarsi, dovevano comunicarmi la classifica dei cinque migliori e dei cinque peggiori tra i 30 che avevo loro proposto; all’esame, una delle domande consisteva proprio nel chiedere loro perché avessero posto in classifica questo o quel meme. Vorrei sottolineare che il meme è un’unità di base della trasmissione della memoria e per sua natura è virale, semplice e immediato. La sua efficacia, però, si realizza solo a determinate condizioni: per far sorridere un meme non deve mirare a un pubblico generico, ma a un contesto specifico e ristretto, che condivide un’esperienza e una narrazione comune. E nel nostro caso, questo elemento comune erano i temi delle lezioni. In poche parole il meme si diffonde grazie al nostro narcisismo e alla ricerca di like, per questo andrebbe sempre ribadito che i memi vanno “maneggiati con cura”».
Trova che questo sia un buon modo per mantenere alta l’attenzione in aula?
«Sì. Tutti noi docenti siamo chiamati a incuriosire gli studenti che ancora vengono a lezione, finché dura, a cercare modalità di relazione e comunicazione didattica accattivante. Dall’altro lato, siamo anche chiamati a servirci degli strumenti. Ognuno usa gli strumenti della propria epoca e quindi anche questo ha che fare con l’utilizzo dei meme. Non credo di avere “merito”, di averne fatto anche motivo di riflessione specifica, ma non di certo non sono l’unico a provare».
E per quanto riguarda i riscontri da parte di studenti e studentesse? Ha aiutato l’apprendimento?
«Tutti gli anni, anche per quello in corso, chiedo preventivamente qual è il loro giudizio circa questo modo di usare questi strumenti, anche coinvolgendoli nella produzione dei meme. Tutte le volte la grande maggioranza mi dice “Sì, facciamolo”. Dall’altro, non so esattamente se questo sia fondamentale per il loro apprendimento. Diciamo che negli ultimi anni sono abbastanza contento di quello che viene fuori all’esame, ma non penso sia merito tanto dei meme, quanto del fatto che si cerca, in generale, di avere un approccio attento a quello che effettivamente gli studenti capiscono. Non siamo più nell’epoca in cui il docente pontifica durante la lezione».
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