«Non mi rompete i cabbasisi». «Occhio bambina, perché questo non è un film!». Montalbano ha Catarella, Coliandro ha le sue rovinose cadute dalle scale, ma nessuno dei due è mai arrivato dove è arrivato Giovanni Malagò. Ricostruiamo la trama, che nemmeno Camilleri e Lucarelli sarebbero arrivati a tanto. Il 22 giugno Malagò diventa presidente della Figc, con un plebiscito o quasi. Il neopresidente sale in plancia, da Roma chiama Milano per affidare alla coppia Maldini-Leonardo la ricostruzione della malconcia Nazionale italiana, ma dura niente perché la svolta meneghina affonda nell’insalata russa Pirlo.
Maldini e Leonardo se ne vanno indignati sbattendo la porta, e la commedia, per niente sexy, di mezza estate è tutta da riscrivere. La soluzione, però, Malagò ce l’ha in tasca, nell’amena romanità del Circolo Aniene: il ritorno del figliol prodigo Roberto Mancini. È fatta, e pazienza se il Mancio d’Arabia avesse abbandonato la nave mentre affondava per andare a ricoprirsi di petrodollari sauditi. L’Italia è il Paese dell’amichettismo e dei tarallucci e vino. C’è perdono per tutti qua. Tutto bene, quindi. No, perché spunta fuori un azzeccagarbugli a sollevare un dettaglio: al momento dell’elezione Malagò non era tesserato, requisito che la procura generale dello Sport considera essenziale per candidarsi. Il pasticciaccio si fa brutto. Incredibile che nel Paese delle tessere a mancare sia proprio una tessera.
Così, ora la scena si trasferisce al Bar Lume, nella cittadina immaginaria di Pineta che idealmente si trova sulla costa toscana tra Marina di Pisa e Tirrenia: lì Ampelio, Aldo, Gino e Pilade avrebbero risolto tutto in tre battute e un caffè: «Ma la tessera ce l’avevi?» «No.» «E allora?» «E allora niente.» E invece no. Servono quasi tre mesi di scontri istituzionali, inchieste e pareri legali, giunte convocate, ipotesi di commissariamento, baruffe chiozzotte a mezzo stampa e minacce di ricorso e controricorso (scommettiamo che saremmo arrivati all’onnipresente Tar, la panacea di tutti i mali italici?), con Malagò che non accusa nessuno esplicitamente ma lascia intendere che dietro ci sia una regia, perché in Italia le regie occulte, dette anche «manine», non mancano mai.
Ed eccoci al colpo di scena, quello che a Montalbano riesce solo all’ultima scena dopo essersi schiarito le idee nella pasta ‘ncasciata. Martedì la giunta del Coni delibera: la Federcalcio sarà commissariata. E chi sarà il commissario? Malagò, il presidente appena decaduto, e chi sennò? Scelto all’unanimità, alla sede di Via Allegri esce dalla porta principale e rientra da quella di servizio, con il passepartout in tasca. Il Consiglio nazionale, per non farsi mancare nulla, ratifica a sua volta all’unanimità: quando c’è da firmare una cosa così, nel Palazzo si ritrova un’armonia che nemmeno il coro degli alpini. Nel frattempo, è saltata Diana Bianchedi, la capodelegazione, fedelissima di Malagò, per le bacchettate che le ha tirato il ministro dello Sport Abodi. Eh già, perché nemmeno la politica che entra a gamba tesa non poteva mancare in questa commedia all’italiana. E non ne esce bene, anzi. Nemmeno questa è una novità. Il presidente del Coni, Buonfiglio spiega con serafica logica che Malagò sarebbe vittima di una svista, un vizio di forma, e quindi perché mai dovrebbe pagare lui? E tac, in un baleno si salvano lo stesso Buonfiglio, che a sua volta rischiava di saltare per far posto a un commissario al Coni, e Malagò, il quale deve ora solo rifarsi il biglietto da visita: da presidente Malagò a commissario Malagò. Tutto qua, tanto rumore per nulla. E il bello è il lieto fine, perché qui il copione lo prevede in agrodolce, come in un film con Alberto Sordi: a dicembre si torna al voto, con l’attuale presidente tesserato e candidabile.
Nel frattempo, il commissario Malagò si autocontrolla, si autosorveglia, si autorizza e, se necessario, si autoassolve. Ci manca solo faccia anche autogol, ma è troppo sveglio per cascarci. Un conflitto d’interessi così pacchiano, altrove, sarebbe un caso da studiare; da noi, nel Paese di Machiavelli e Berlusconi, è prassi. Ci abbiamo fatto il callo, e va tutto bene. In Francia e in Spagna la gente scende in piazza incacchiata per come è ridotta la scuola pubblica e per l’esoso costo di un bilocale in affitto, mentre noi qui, dove certo le cose non vanno meglio, preferiamo occuparci delle imprese del commissario Malagò. Siccome l’indignato, e amen se di facciata, ci deve pur essere, ecco che spunta chi leva gli scudi e parla ora di farsa all’italiana. E dai, almeno la farsa presuppone che qualcuno si sorprenda, mentre qui non si sorprende proprio nessuno. Intanto il calcio italiano, reduce dalla terza mancata qualificazione ai Mondiali, riprende fiato: la Nazionale ha un cittì e ha ripreso a vincere e a giocare decentemente, la Federazione ha un commissario, il commissario avrà una tessera e sarà incoronato presidente da candidato unico. Roba che neanche Lukashenko in Bielorussia.
Coliandro, davanti a tanta lucidità investigativa, liquiderebbe il tutto con la sua frase di rito: «Occhio bambina, perché questo non è un film!». Noi preferiamo starcene seduti al tavolino del Bar Lume ad aspettare le elezioni farlocche e a farci due risate in compagnia di Ampelio, Aldo, Gino e Pilade. Un caffè, grazie. Ma quanto è bello il mare.
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