l'editoriale
martedì 3 Novembre, 2026
Yeman Crippa corre con la sua storia
di Lorenzo Fabiano
Ad aprile di quest’anno torna a Parigi, e questa volta la Ville Lumière gli sorride: Crippa vince la maratona in 2h05’18’’ record personale, primo italiano di sempre a riuscirci e primo europeo a vincerla dopo ventiquattro anni. Stavolta, sotto la Torre Eiffel, sforna parole che sanno di promessa: «La mia carriera da maratoneta inizia oggi». Non sono buttate lì al vento della circostanza, ma sono la rivendicazione di uno che sa quello che dice e che ha scommesso su se stesso
«Non c’è nulla che tu non possa fare. Buonanotte New York, buongiorno Italia». Così, l’altra notte a Manhattan, a corredare una sua foto con bella mostra della medaglia d’argento conquistata alla maratona nella Grande Mela, Yeman Crippa ha salutato i suoi tifosi in un post su Facebook. In quelle parole c’è tutta la tenacia, c’è tutta l’abnegazione di un ragazzo, che è sì bravo e simpatico, ma anche tosto. Uno che ha sofferto, e per questo sa soffrire; uno che ci ha sempre creduto e lottato per questo, sfidando gli scettici. Perché, diciamo la verità, quando nel 2023 Crippa ha svoltato sulla maratona, erano in parecchi ad alzare il sopracciglio.
Si sa, vanno così ‘ste cose, il cambiamento un po’ finisce sempre per spiazzare. Tre anni dopo, la miglior risposta Yeman l’ha data domenica a New York quando ha chiuso la sua immane fatica al secondo posto a tredici secondi dallo svedese Andreas Almgren. Una corsa estenuante, dove alla fine più delle gambe poteva il cuore. Detto che il suo secondo posto è il miglior risultato di un atleta italiano a New York degli ultimi trent’anni, c’è di più, molto di più. E per comprenderlo bisogna tornare a Dessiè, in Etiopia, al 15 ottobre 1996. Yemaneberhan, nome che significa «il braccio destro di Dio», è un bambino rimasto orfano, la guerra civile lo ha strappato insieme al fratello Neka alla sua famiglia portandolo in un orfanotrofio di Addis Abeba.
Nel 2003 viene adottato con i fratelli da una coppia milanese, Roberto e Luisa Crippa. La nuova famiglia si stabilisce in Trentino, a Montagne. Avviato alla corsa nell’Atletica Valchiese, è proprio tra le nostre montagne che per il ragazzo la corsa diventa una maestra di vita. La pista del mezzofondo gli darà molto. Il bronzo europeo nel 2018, poi nel 2019 il record italiano dei 10.000, strappato a Totò Antibo dopo oltre trent’anni. Agli Europei di Monaco 2022 vince l’oro nei 10.000 e l’argento nei 5.000. A Napoli, sempre nel 2022, è il primo italiano a scendere sotto l’ora nella mezza maratona. Inanella primati su primati, la sua è una carriera che decolla a suon di successi.
Ma lo sport è fatto anche di sconfitte, ti dà gioie ma anche dolori, sennò a che servirebbe. Sennò come farebbe a farti crescere. Yeman mastica dei bocconi amari e per molti è già arrivato dove poteva arrivare. E qui comincia la parte più bella della storia, il capitolo della tenacia. Nel 2023 Crippa svolta sulla maratona: debutta a Milano, firma il record italiano nel 2024 a Siviglia, e stacca il biglietto per i Giochi di Parigi: sotto la Torre Eiffel è solo venticinquesimo, un altro al suo posto ci avrebbe ripensato e detto anche basta. Non lui. Incassa la botta, e si rimette ad allenarsi, a macinare chilometri su chilometri, tappandosi le orecchie mentre attorno c’è chi sussurra, tanto per cambiare, che forse sarebbe meglio fermarsi lì. Yeman tira dritto per la sua strada. Ad aprile di quest’anno torna a Parigi, e questa volta la Ville Lumière gli sorride: Crippa vince la maratona in 2h05’18’’ record personale, primo italiano di sempre a riuscirci e primo europeo a vincerla dopo ventiquattro anni. Tiè.
Stavolta, sotto la Torre Eiffel, sforna parole che sanno di promessa: «La mia carriera da maratoneta inizia oggi». Non sono buttate lì al vento della circostanza, ma sono la rivendicazione di uno che sa quello che dice e che ha scommesso su se stesso. E così, arriviamo a New York, che delle maratone è la regina e la più crudele al mondo. Cinquantesima edizione, le strade dei cinque quartieri, il ponte di Queensboro, la Quinta Avenue, infine Central Park che non finisce mai. Crippa corre da protagonista, senza paura, davanti a tutti, fino a quando non cede, per soli tredici secondi, a un rivale che sta vivendo il suo giorno di grazia. Almgren, campione europeo dei 10.000, vince al debutto, chapeau. Ma l’immagine più bella per noi è quella di Yeman che taglia il traguardo con il respiro spezzato e gli occhi di chi ha dato tutto. Ecco quel che resta del giorno: un secondo posto, dietro al quale c’è una vita intera. Yeman ci credeva, sapeva in cuor suo che un giorno così sarebbe arrivato. Conosceva i suoi mezzi, sapeva di essersi ben preparato e, soprattutto, sa chi è, sa da dove viene, sa quale e quanta strada ha fatto: domenica a New York Yeman ci ha detto che nella vita si può nascere in un orfanotrofio di Addis Abeba e correre fino al cuore di Manhattan, a testa alta, e avvolgersi in una bandiera che ti ha scelto e che tu hai scelto. Un italiano d’Etiopia, come tanti oggi in un Paese che cambia: un’infanzia bruciata nell’odio della guerra, e una vita salvata dall’amore. Ecco perché a New York non ha vinto solo lui. Yeman Crippa non corre da solo, corre insieme alla sua storia, e insieme ce l’hanno fatta, ancora una volta. Non sarà l’ultima, c’è da giurarci. Perché? Perché ce lo dice lui stesso: non c’è nulla che non si possa fare. Se ci credi, puoi.
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