l'intervista

venerdì 6 Novembre, 2026

Cristiano De André a Rovereto: «Serve un risveglio sociale nel solco di papà. Non era un piccolo Cristo come qualcuno vuole far credere»

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Il cantautore racconta il papà: «La sua figura è talmente alta che non è facile conviverci. La sua eredità? Qualcuno ha perso la trebisonda»

Cristiano De André sospira, lo sguardo profondo e inquieto. Riflette: «Di mio padre ce n’è sempre più bisogno per come vanno le cose. È nel cuore della gente, ma non è più sufficiente sposare le sue canzoni e le sue poesie, bisogna metterle in pratica se vogliamo un mondo migliore. Servirebbe un risveglio sociale». Il 4 dicembre Cristiano, 63 anni, cantautore e polistrumentista, si esibirà sotto la cupola del Mart di Rovereto, data del «De André canta De André – Best of tour 2026» (biglietti su Ticketone), un concerto di quasi tre ore che scava in una parte dell’immenso repertorio di Fabrizio De Andrè, scomparso nel 1999. Con Cristiano, Osvaldo Di Dio (chitarra), Davide Pezzin (basso), Luciano Luisi (tastiere) e Ivano Zanotti (batteria).

Proponente 24 pezzi, che lei ha riarrangiato…
«Ho cercato di dare a mio padre un vestito nuovo e di tradurlo musicalmente a modo mio. Era un suo desiderio che mi espresse nell’ultimo tour in vita. Proponiamo così uno spettacolo dove non c’è un suono univoco, ma mescoliamo canzoni sinfoniche, pop, rock, world ed etniche. È stato un lavoro accurato, certosino, per non andare a sovrastare i testi, che attraverso la musica anzi vogliamo enfatizzare e far esplodere in tutto il loro significato. Credo che mio padre ne sarebbe contento. Voglio portare la sua poetica a più gente possibile».
È la prima cosa che mi ha detto: «Di mio padre ce n’è sempre più bisogno per come vanno le cose». Come vanno le cose?
«Viviamo in una società che da oltre quarant’anni è addormentata. Oggi è c’è pure una grande ignoranza: si legge poco, la musica è spazzatura, escono libri inutili. E ci sono forme di dittatura agghiaccianti, vedi il potere dei social, che ci rincoglionisce. Siamo in un periodo storico molto basso, culturalmente e socialmente. Non lo dico da artista – non mi metto sopra gli altri – ma da cittadino e spettatore. Quindi, sì, c’è bisogno di seguire il solco che ha lasciato mio padre per un risveglio sociale».
Chi è stato Fabrizio De Andrè?
«Un Roger Waters italiano, un grande umanista, che ha sempre pensato agli altri, si è sempre schierato contro le ingiustizie e a favore degli ultimi».
Ci sono artisti che sostengono che non ci si debba schierare…
«Mio padre si è sempre schierato e si schiererebbe ancora oggi, ma sarebbe anche un po’ depresso, perché si renderebbe conto che dopo sessant’anni di musica a favore degli ultimi e contro le guerre non è cambiato niente. Già trent’anni fa mi disse: “Non è servito a un cazzo quello che ho fatto”. Ma poi il problema è anche il popolo…».
Cioè?
«Il popolo avrebbe un grande potere, ma non fa nulla per cambiare. Tantissimi ascoltano papà, Leonard Cohen, Bob Dylan, Rogers Waters, l’unico artista che oggi si occupa delle ingiustizie del mondo, eppure non cambia nulla».
Quindi l’arte da sola non basta, non è sufficientemente potente?
«L’arte è potente per lasciare dei solchi, delle indicazioni, ma poi se non le traduci in azioni pratiche rimane tutto com’è. Avere empatia, solidarietà, umanità costa, mentre noto che non si vuole fare nessuno sforzo».
Parlava prima di musica spazzatura che attraversa quest’epoca. C’è qualcosa da salvare?
«Ci sono degli spiragli, soprattutto nel rap, che contiene forme di contestazione sociale. Il pop attuale invece non mi interessa proprio, non ha significato e lascia il tempo che trova. Anche il periodo storico attuale non aiuta la creatività…».
Si spieghi.
«Negli anni 70 la società era più aperta e libera e ti permetteva di essere innovativo, di toccare certi temi. Oggi viviamo un secondo medioevo. Poi non ci sono soldi per la musica, se non per prodotti da successo mirato, confezionati a tavolino con l’intelligenza artificiale e gli algoritmi. Bisognerà aspettare almeno 15-20 anni per riprendersi e riavere una società che si rimetta a leggere, studiare e acquisire cultura per cambiare le cose».
Sua figlia Alice, al Corriere della Sera, ha criticato Dori Ghezzi per la santificazione in corso di De André…
«Mio padre era un uomo complesso, tormentato. Un genio, uno dei grandi poeti del ‘900, ma non era un santo. Era umano, umanissimo. Di certo non era un piccolo Cristo come qualcuno vorrebbe far credere. Penso che una parte di chi si occupa dell’eredità di mio padre abbia perso un po’ la trebisonda…».
Lei più volte ha detto di essersi sentito schiacciato dal cognome che porta…
«Il paragone era inevitabile, me ne rendo conto, ma è stato doloroso, ne ho sofferto. Avevo sempre la sensazione di essere criticato, anche da papà, anche se non era così. Lui voleva facessi altro, ma se lo avessi ascoltato avrei vissuto una vita che non mi apparteneva. Sa…».
Dica.
«La sua figura è talmente alta che non è facile conviverci. Essere figli di un genio è la cosa più difficile che ci sia, non lo auguro a nessuno: certo, da un lato è bello perché sei vicino a uno sta inventando cose che rimarranno nel tempo, ma dall’altra ti schiaccia».
Si è sentito imprigionato?
«Ho fatto otto dischi miei, molto dignitosi, qualcuno di successo, altri meno, ma il confronto con lui mi ha reso difficile scrivere. Credo che se avessi avuto un altro nome avrei scritto di più e meglio. Eppure…».
Eppure?
«Sento l’esigenza anche personale di continuare ad occuparmi di mio padre. Senza cancellare però il bisogno di riprendere altri progetti miei. Ho in cantiere nuove canzoni e ho in mente un tour per riscoprire la mia discografia. Sono in lizza per Sanremo con un pezzo scritto assieme a Massimo Bubola (storico co-autore di Fabrizio De André, ndr), che è un inno alla vita. Mi auguro sia selezionato».

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