l'editoriale

giovedì 22 Ottobre, 2026

Con i saluti delle periferie

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Tutto ciò non riguarda solo l’Europa: nell’autunno del 2025 la Generazione Z è scesa in piazza dal Nepal al Madagascar, dal Marocco al Perù. E Milano, che il sociologo Maurizio Ambrosini definisce la città più diseguale d’Italia, offre ai ragazzi di periferia un centro a venti minuti da casa, che però non li accoglie

«Rabbia? Perché secondo lei non dovremmo averne? Eccola qua la vostra bella Milano. Con i saluti delle periferie». Lo ha detto sabato un manifestante a un cronista, mentre piazza Duomo si riempiva di lacrimogeni. Il corteo contro il carovita si è trasformato in poche ore in guerriglia: vetrine sfondate, un’auto dei carabinieri distrutta, decine di fermati, quasi la metà minorenni. Scene simili a Torino, Bologna e Bergamo. Lo stesso giorno, in Francia, oltre mezzo milione di persone sfilava contro il costo della vita e il degrado della scuola pubblica. La giornata si è chiusa con un manifestante morto, centinaia di agenti feriti e quasi duemila fermati.
La tentazione è liquidare tutto come teppismo, e buona parte della politica lo ha fatto, a Roma come a Parigi. Ma chi studia le folle sa che la violenza raramente è il messaggio: più spesso è il sintomo. Nel 1967 Martin Luther King, che pure la condannava, definì la rivolta «il linguaggio di chi non viene ascoltato».

Lo storico E. P. Thompson mostrò che le sommosse per il pane nell’Inghilterra del Settecento seguivano una «economia morale»: la folla non colpiva a caso, ma difendeva un’idea di giustizia tradita. Dopo le rivolte delle banlieue del 2005, il sociologo Gérard Mauger parlò di «rivolta protopolitica»: politica nelle cause, non ancora nel linguaggio. E quando, nel 2011, la London School of Economics e il Guardian intervistarono più di duecento protagonisti dei disordini inglesi, trovarono al centro di tutto un senso diffuso di ingiustizia e una profonda sfiducia verso la polizia.

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Eppure qualcosa di nuovo c’è. Nel Maggio francese gli slogan parlavano di possibilità infinite: «L’immaginazione al potere». Oggi i liceali francesi scrivono «Pas d’avenir, pas de calme», niente futuro, niente calma. Come ha osservato Jon Henley sul Guardian, i ragazzi del ‘68 volevano spalancare le porte di una società rigida; questi lottano perché quelle porte non si chiudano del tutto. Secondo un sondaggio Ipsos di inizio ottobre, l’84 per cento dei giovani francesi tra i 18 e i 29 anni pensa che troverà lavoro con più fatica delle generazioni precedenti. Quasi l’80 per cento è convinto che la classe politica sta preparando un futuro negativo.
Tutto ciò non riguarda solo l’Europa: nell’autunno del 2025 la Generazione Z è scesa in piazza dal Nepal al Madagascar, dal Marocco al Perù. E Milano, che il sociologo Maurizio Ambrosini definisce la città più diseguale d’Italia, offre ai ragazzi di periferia un centro a venti minuti da casa, che però non li accoglie.

 

Da antropologo, però, mi colpisce soprattutto un dettaglio. Non sono state prese d’assalto le boutique del lusso, ma Nike, Foot Locker e Decathlon. E molti ragazzi, in piazza per la prima volta e sconosciuti tra loro, si filmavano davanti alle fiamme per TikTok, sulle note dei trapper che ascoltano ogni giorno. «Conta più esserci che manifestare», ha scritto il Corriere. Arnold van Gennep descriveva i riti di passaggio in tre tempi: la separazione, la soglia, il ritorno nella comunità con un nuovo status. Victor Turner chiamò quella zona di mezzo «liminalità». In quello che è accaduto sabato vedo qualcosa di simile a un’iniziazione rovesciata: la prova di coraggio c’è, il gruppo dei pari anche, il video certifica l’impresa. Manca il ritorno, perché dall’altra parte della soglia non c’è nessuno ad aspettarli. Né un lavoro stabile, né una casa accessibile e, per molti figli di immigrati, nemmeno una cittadinanza piena.

Nelle comunas di Medellín, dove ho lavorato a lungo, ho imparato che i ragazzi che entravano nei combos raramente cercavano solo denaro. Cercavano di essere visti, di contare per qualcuno, di appartenere a un gruppo che desse un nome alla loro rabbia. Ho imparato anche che rispondere a ogni ondata di violenza soltanto con più polizia finisce per aumentare la sfiducia verso lo Stato, invece di ridurla. Il sociologo Federico Pilati dice qualcosa di simile delle seconde generazioni italiane: creano il caos perché sentono di non avere nulla da perdere.

Niente di tutto questo giustifica una pietra contro un agente, spesso figlio di periferia anche lui, come ricordava Pasolini in un suo famoso poema. «Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a pugni coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri».
Hannah Arendt ci ha insegnato che la violenza compare dove viene meno il potere, cioè la capacità di agire insieme. Se l’unica risposta saranno le cariche o una garanzia finanziaria per chi organizza i cortei, come propone la Lega, cureremo il sintomo e lasceremo intatta la malattia. Serve ricostruire la soglia: adulti, luoghi e istituzioni capaci di accompagnare questi ragazzi dall’altra parte e di dire loro che al ritorno c’è un posto. Altrimenti continueranno a cercare la propria iniziazione dove la trovano, davanti a una vetrina in frantumi, con lo smartphone in mano.

*Antropologo e docente alla Columbia University

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