l'editoriale

lunedì 2 Novembre, 2026

La fase critica del leghismo

di

La partita prevalente è quella della sopravvivenza e della ripartenza perché il ciclo della Lega nazionalizzata, estremista (a destra) e dedita al Ponte sullo Stretto è sfumata via. I governatori del nord propongono una Lega di governo, edulcorata nei suoi eccessi, più Democrazia cristiana che movimento di estrema destra, e attenta a dialogare e interpretare il territorio

In apparenza il congresso della Lega cucinato una settimana fa si è risolto come da programma del suo (rinnovato) leader, Matteo Salvini. Essendo figlio di un blitz e con una platea di delegati già definita e orientata, ogni ribaltone è apparso fin da subito impraticabile. Nessuna figura di peso della contestazione interna si è così esposta anche se la candidatura di bandiera di Massimo Garavaglia ha ottenuto un quarto delle preferenze, espressione di un’insofferenza. Salvini mantiene lo scettro di un partito in profonda crisi – svuotato a destra da FdI e dal cavallo di Troia Vannacci e ormai ricordo sbiadito delle battaglie federaliste – e con esso la potestà di regolamentare le candidature alle prossime elezioni politiche.

Prerogativa e boomerang nello stesso tempo: se il centrodestra si riaffermerà e la Lega terrà il punto avrà qualche anno per ricostruire; se così non sarà o se l’esito delle urne fosse sotto il 5% la vita del movimento sarebbe a rischio. E la sua leadership archiviata. Un ritorno al punto di partenza dopo gli scandali che avevano travolto il Carroccio, Umberto Bossi e il suo familismo amorale.
I toni monocorde con cui è stata commentata la vittoria di Salvini rispetto alla dissidenza interna andrebbero quantomeno attenuati. I governatori del Nord che hanno evocato il ritorno alle radici federaliste e trasformative dello Stato attendono lungo il fiume elettorale. Sanno che la partita prevalente è quella della sopravvivenza e della ripartenza perché il ciclo della Lega nazionalizzata, estremista (a destra) e dedita al Ponte sullo Stretto è sfumata via. Costruire una terza pelle dopo quella bossiana e salviniana non è un’operazione di routine. I governatori del nord propongono una Lega di governo, edulcorata nei suoi eccessi, più Democrazia cristiana che movimento di estrema destra, e attenta a dialogare e interpretare il territorio.

È l’idea che ha espresso sul palco Maurizio Fugatti che il ciclo leghista lo ha portato al governo del Trentino nel 2018 dopo la rottura dell’alleanza tra centrosinistra e Patt. Ci sono praterie di consenso, ha detto. Sottinteso, se ci allontaniamo dal vicolo cieco già presidiato dell’afascismo e torniamo ad un discorso meno irregimentato e più in ascolto delle forme sociali. Che stanno cambiando. Nel suo discorso senza filtri Fugatti è stato il più esplicito a esprimere il suo disagio. Prima definendo il congresso «a sorpresa» (stoccata al vicepremier), poi tenendo alta la polemica con Fratelli d’Italia. «Meloni rivendica i nostri successi» ha sottolineato, confermando la sua incompatibilità con gli eredi del Movimento sociale italiano. Forse è il punto che il governatore trentino soffre di più culturalmente, essere accostato alle galassie della destra. Si è definito più volte antifascista in questi anni per rimarcare anche una radice leghista, alternativa a quella attuale e, a suo dire, maggioritaria. Ha delegato l’assessora Zanotelli alla manifestazione di Pietramurata – organizzata da sindacati, opposizione e società civile – contro l’happening neonazista per smarcarsi dalle ambiguità del discorso fratelliditaliesco. E per dimostrare che sui valori costituzionali e repubblicani lui non negozia.

Ma la rottura con Salvini non è solo sull’identità politica. È anche sulla questione del terzo mandato, e Fugatti lo ha esplicitato tra le righe. La legge elettorale che era stata approvata in Consiglio provinciale è stata impugnata dal governo Meloni. Fuoco amico. Ma in quella occasione Salvini non ha esercitato alcun potere di interdizione. Il resto lo ha decretato la Corte costituzionale anche se le interpretazioni giuridiche non sono univoche. Quella partita, che riguardava Fugatti e gli altri presidenti del nord (da Zaia a Fedriga), ha segnato il calare del buio negli ingranaggi del movimento. Perché Salvini, che è molto più acuto e abile da segretario politico che da ministro, senza compromettersi ha lasciato che FdI si intestasse l’uscita di scena di una classe dirigente che, in fondo, faceva comodo anche a lui ridurre nel suo peso specifico. A riprova Fugatti ha concluso la sua lettura dello stato dell’arte leghista con un «Viva la Lega, viva Umberto Bossi». Cioè con uno sguardo alla memoria e non al presente, quasi a voler storicizzare l’esperienza del Carroccio.

Certo, il primo presidente leghista della storia dell’Autonomia è ora indebolito. Lo stesso congresso ha reso evidente che la trama del tessuto trentino si sta disfacendo. Alcuni suoi storici compagni di viaggio (Paccher e Cattoi) hanno sostenuto la mozione salviniana. Il segretario Binelli è saldamente con il Capitano, l’assessore Failoni è l’uomo a cui sarà affidato il controcanto. Fugatti è più debole perché la bocciatura del terzo mandato lo ha privato di una prospettiva politica, quella a lui più congeniale, e il disallineamento con Salvini lo tiene lontano da Roma. Conserva un consenso popolare che ormai coltiva anche a scapito della vita istituzionale.
Le elezioni politiche saranno un grande spartiacque. Definiranno la griglia per le elezioni provinciali, la collocazione del Partito autonomista, preciseranno l’unità o meno della coalizione, scremeranno la lista dei candidati presidente. Decideranno, soprattutto, se il progetto a vocazione territoriale e autonomista di Fugatti ha ancora spazi di azione – ovviamente con altri interpreti – o se la battaglia sarà solo sulla forza del consenso personale. Insomma, il congresso della Lega più che soffocare la polemica sulla linea politica ne ha acuito le differenze, rimandando ai passaggi elettorali il compito di definire vincitori e vinti.

Commenti: