l'intervista

giovedì 5 Novembre, 2026

Ignazi e il voto del 2027: «Oggi abbiamo un Governo di decretini. Vannacci? Un flop. E Conte rischia grosso alle primarie»

L'analisi del politologo: «Forza Italia? Se continua così gli tocca restare con il santino di Berlusconi in mano. Renzi alla fine entrerà nel Campo Largo»

Più che un’ipotesi. La linea formalmente dichiarata dal governo rimane quella di voler arrivare alla fine naturale della legislatura nell’autunno del 2027, ma lo scioglimento anticipato delle Camere è in questi giorni al centro di retroscena politici che vedrebbero la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni valutare insieme agli alleati di maggioranza la possibilità di salire al Quirinale a marzo 2027 per rassegnare le proprie dimissioni. Lo scioglimento delle Camere arriverebbe subito dopo il Consiglio europeo straordinario di Roma, previsto per marzo 2027 e volto a celebrare i 70 anni dei Trattati di Roma, e ci porterebbe alle une a fine maggio o giugno. Alla luce della nuova legge elettorale, il Melonellum, con che scenari? Lo abbiamo chiesto al politologo Piero Ignazi, Professore Alma Mater all’Università di Bologna e Chercheur Associé, alla Cevipof-Sciences Po di Parigi.
Professore, qualora nessuna delle due coalizioni raggiunga il 42% dei voti col quale scatta il contestato premio di maggioranza, il calcolo del voto sarebbe proporzionale: ci troveremmo a quel punto davanti a una maionese impazzita?
«È probabile. Non lo possiamo predire, ma io non credo che nessuna della due coalizioni non arriverà al 42%. Certamente, un proporzionale puro come quello che poi viene a determinarsi si traduce nella presenza di molti partiti in parlamento: questo renderà più complicata la creazione di una coalizione di governo, perché ci saranno alcuni partiti che avranno un potenziale di ricatto molto forte nei confronti dei partiti maggiori».
Un ritorno alle dinamiche della Prima Repubblica?
«In effetti, col proporzionale, la formula è quella».
Pochi giorni fa, lei in un suo editoriale ha definito il governo attuale «un governo di decretini»…
«Ne fanno collezione».
Per Giorgia Meloni, il premierato è la madre di tutte le riforme. Di fatto, ci stiamo arrivando attraverso un abbondante ricorso ai decreti-legge?
«Certamente. C’è una preminenza del capo del governo, come non vedevamo da molto tempo, dai tempi berlusconiani».
Facciamo i raggi x alle due coalizioni: partiamo dal centrodestra.
«Incominciamo col dire che la Lega ha risolto i suoi problemi interni. Al congresso, come era ovvio, Salvini è stato riconfermato con una maggioranza molto ampia, oltre il 75%; da quel punto di vista abbiamo un partito che è nelle solide mani del suo segretario. La sua riconferma vuol dire anche che il segretario punterà però i piedi su qualche cosa. E una già l’ha detta: no armi e no soldi a Kiev. E qui apro una parentesi…».
Prego.
«Non si fa altro che chiedere al centrosinistra di mettersi d’accordo sull’Ucraina, ma nessuno fiata quando sullo stesso tema chi è al governo non è d’accordo. C’è distinzione tra chi governa e chi non governa, eppure chi governa non è d’accordo su una cosa per quale si chiede a chi non governa di mettersi d’accordo».
Diceva di Salvini…
«Lo vedo più assertivo, perché non vuole un ruolo minore; quindi, cercherà in qualche modo di caratterizzarsi molto di più di quanto non abbia fatto fin qui, perché è in una posizione oggettivamente debole».
Forza Italia?
«Se continua così, diventa residuale e gli tocca restare con il santino di Berlusconi in mano: ha dominato e ha egemonizzato la politica italiana per più di vent’anni, è scomparso in un attimo ed è stato totalmente dimenticato. Per Forza Italia il rischio di essere così residuale non piace a tutti all’interno del partito e non piace neppure a chi detiene i cordoni della borsa, vale a dire la famiglia Berlusconi, che ha un approccio più centrista rispetto alla leadership di Forza Italia, sebbene Tajani si possa definire tutto tranne che un leader. E poi ci sono altri personaggi che emergono, come il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, una persona di alto profilo intellettuale e con capacità politiche, e persona gradita a Marina e Piersilvio Berlusconi. Per questo, dico che Forza Italia potrebbe creare qualche turbamento al centrodestra, perché è in una fase di ridefinizione per evitare un’emarginazione totale».
La variabile Vannacci?
«È molto enfatizzato dalla stampa, del resto ci si butta a capofitto su un personaggio così. Non ti fa faticare, i titoli te li dà già lui. Il suo risultato sarà un flop, gli elettori di destra si ricompatteranno su Giorgia Meloni»
Faranno un accordo?
«Probabilmente, ma Meloni potrebbe anche non fare l’alleanza e giocare una partita a poker molto azzardata: nella speranza che nessuna delle due coalizioni raggiunga il 42% potrebbe imbarcare Vannacci dopo, al proporzionale. Una mossa molto rischiosa, perché se il centrosinistra lo raggiunge il 42%, lei perde tutto».
Passiamo al centrosinistra: primarie sì primarie no.
«Ho sempre detto che le primarie sono da non fare. Non sono lo strumento adatto per scegliere i leader di un partito e di una coalizione. Detto questo, si faranno, ormai la strada è quella. Conte, dopo averle chieste, sembra voglia ora tirarsi indietro nel timore di perderle. L’esito, del resto, è scontato per lui: sarà una sconfitta netta. Teme di essere ridimensionato e spinge per un terzo nome. Elly Schlein lo ha capito, ha rovesciato il tavolo, e va ora dritta e decisa alle primarie proprio per ridimensionare Conte».
Il Campo Largo non ha ancora un programma condiviso.
«E questo ovviamente è il grande problema del centrosinistra, che non è un’alleanza politica ideologica, ma un’alleanza di convenienza, un cartello elettorale per evitare che la destra vada al governo ed elegga Ignazio La Russa alla presidenza della Repubblica. Che ovviamente è un obiettivo molto degno, molto importante, però non fa del Campo Largo un’alleanza politica. Troppo lontani, troppo lontana la storia dei Cinque Stelle, troppo lontano il suo elettorato da tutte queste cose».
Il nodo Kiev c’è anche a sinistra.
«Come dicevo prima, il nodo Kiev è sopravvalutato; il nodo Kiev ce l’ha il governo. E comunque non mi sembra sia un nodo tale per non fare un governo, non fare un’alleanza. Il vero nodo è semmai un altro…»
Dica.
«L’elettorato dei Cinque Stelle non digerisce facilmente un’alleanza con il Pd. Questa è la grande difficoltà di Conte, non poter trascinare con sé l’elettorato ed essere quindi ridimensionato. Ed è un problema per il Pd, perché difficilmente gli elettori Cinque Stelle andranno alle urne a votare una colazione guidata dal Pd».
I cespugli del centro?
«Per quanto annaffiati dalla stampa, non crescono mai».
Matteo Renzi entra nel Campo Largo?
«Fanno giusto un po’ di ammuina, ma alla fine entrerà. È parte del gruppo»
Calenda, invece, balla da solo.
«Pensa di poter giocare un ruolo di ago della bilancia, ma anche lui rischia grosso. Si mette alla finestra per vedere un po’ come vanno le cose, ma rischia di rimanere fuori dalla porta. Anche perché bisogna vedere se supera lo sbarramento del 3%, un forte rischio con questa polarizzazione».
Professore, al referendum sulla giustizia c’è stata una forte mobilitazione che si è poi tradotta in un’alta partecipazione al voto. Convincere di andare a votare chi le urne le diserta, sembra essere la partita che deve giocare il centrosinistra: con che argomenti?
«Evitare che facciano altri 52 decreti in quattro anni, che facciano quindi un altro governo dei 52 decreti che limitano la libertà. Siamo ormai con una legislazione quasi peggiore degli anni del terrorismo, che erano anni ben diversi rispetto a quattro ragazzi che vanno ora in giro. Abbiamo mobilitato i parà della Folgore e piazzato i blindati in strada per due ragazzotti. Siamo veramente alla follia».

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