L'editoriale
lunedì 24 Agosto, 2026
L’Autonomia asimmetrica
di Simone Casalini
L’anomalia dell’alleanza tra la destra italiana e la Südtiroler Volkspartei (Svp) sta lasciando un timbro specifico su questa legislatura
L’anomalia dell’alleanza tra la destra italiana e la Südtiroler Volkspartei (Svp) sta lasciando un timbro specifico su questa legislatura. E uno degli effetti è stato quello di diminuire la dialettica Bolzano-Trento a favore di una negoziazione che privilegia il confronto interno all’Alto Adige/Südtirol. Gli indizi sono disseminati ovunque. Gli ultimi riportano al disegno di legge che rifonda le regole elettorali. Da un lato c’è lo scambio con la blindatura del terzo collegio per la Svp e la modifica della configurazione del collegio della Bassa atesina, ora contendibile se non favorevole ad un candidato italiano (di centrodestra). Dall’altro la norma che «nazionalizza» il Trentino-Alto Adige/Südtirol – come ha raccontato Donatello Baldo – prevedendo che solo i partiti presenti a livello nazionale concorrono alla determinazione dell’esito finale, ad eccezione della Svp, e del premio di maggioranza. E questo taglia fuori le espressioni politiche territoriali (Campobase, Onda, La Civica, Lista Spinelli eccetera). Addio sperimentazioni in vista delle elezioni provinciali del 2028.
Il Trentino è rimasto spettatore. Un po’ per l’inconsapevolezza di deputati e deputate trentini che si sono distratti mancando un punto essenziale a tutela della specificità autonomistica; un po’ perché l’accentuazione della sindacalizzazione del rapporto tra Fratelli d’Italia e Svp (tra popolazione di lingua italiana e di lingua tedesca) ha fatto sì che l’emisfero sud dell’Autonomia rimanesse alla finestra. E ciò rivela anche un gap di cultura politica, di elaborazione. Nel suo editoriale di venerdì sulla Bassa Atesina Fabio Gobbato ha spiegato bene il nuovo processo che sta determinando questa fase dell’Autonomia altoatesina/sudtirolese, basato su una rigida interpretazione della relazione etnico-linguistica. Urzì (FdI) fa il suo lavoro e anche bene. In una certa misura assumendo l’impostazione di una parte della Svp. Però in questa severa interpretazione delle proporzioni tra gruppi linguistici rischia di disperdersi il patrimonio costruito da chi in questi decenni ha immaginato altre appartenenze, spesso a scavalco o che sorvolano le identità prestabilite, nel solco dell’insegnamento langeriano. Ponti e non sponde sempre più definite.
Anche l’iter di approvazione della modifica allo Statuto di Autonomia ha ospitato una negoziazione nella negoziazione per ridefinire la rappresentanza nei municipi e allargare le maglie di accoglienza della comunità di lingua italiana e l’abbassamento degli anni di residenza per votare (da quattro a due). È rimasta fuori da ogni confronto, invece, la questione dell’assetto regionale. Le presidenze di Luis Durnwalder e Lorenzo Dellai avevano immaginato la staffetta alla guida della Regione come interpretazione di un tempo storico e di uno Statuto (quello del 1972) che pongono e ponevano l’enfasi autonomistica sulle due Province. E allora la Regione poteva essere più che un terzo soggetto istituzionale, un ente di coordinamento. Giusta o sbagliata che sia questa consuetudine, non è stata recepita nei capitolati correttivi dello Statuto, e forse nemmeno discussa come evenienza. In questa legislatura è saltata per equilibri interni al centrodestra trentino con il presidente altoatesino/sudtirolese Kompatscher che guida dal principio. Rischia di essere un segnale di trascuratezza istituzionale. Se la staffetta non regge, l’alternativa è il ritorno ad un ruolo terzo della Regione, come peraltro nelle corde politiche di vari attori (non ultimo Francesco Valduga, coordinatore dell’opposizione a Trento). Ma i movimenti di lingua tedesca sono concordi?
Insomma, la sensazione è che l’eccezione – dal Dopoguerra ad oggi – di un’alleanza ossimoro (destra nazionale-partito di raccolta della popolazione sudtirolese) stia monopolizzando questa fase dell’Autonomia e si candida a confermarsi tale anche in futuro. Del resto, è lineare rispetto all’intervento con cui la presidente del Consiglio Meloni chiese la fiducia citando il ripristino degli standard di Autonomia per la Provincia di Bolzano, ma omettendo ogni riferimento a Trento. L’Autonomia rischia di diventare sempre più asimmetrica e la «questione trentina» marginalizzata. Nella new wave autonomistica che avanza ha un peso specifico anche la totale assenza dei partiti. A parte la Svp che ogni anno celebra un’assemblea-congresso per mettere in tensione la sua linea politica, non c’è più lo straccio di un dibattito pubblico. Dal partito più storico (Lega) a quelli con eredità novecentesche (Pd e Fratelli d’Italia) la linea politica è affidata – quando va bene – alla discussione tra gruppi dirigenti o eletti. E si riduce a tattiche senza respiro e reazioni contingenti. Ma senza un luogo formale di confronto e di costruzione di una linea politica la maggior parte degli argomenti che riguardano anche l’Autonomia stessa rimangono semplicemente sotto traccia o inevasi. Si obietterà che il leaderismo non contempla più le liturgie partitico-collettive e che le magnifiche sorti e progressive del nostro tempo sono più avanti di ogni costrutto concettuale e culturale. Ma la verità dei fatti sembra davvero testimoniare altro.
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