Campi Liberi

lunedì 17 Agosto, 2026

In Trentino prima uscita pubblica di Sigfrido Ranucci dopo l’arresto di Lavitola: «Ci attaccano ma sono indulgenti con chi “sdraia” la Rai»

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Oggi l'evento a Fiera di Primiero. I dubbi del giornalista: «Ci sarà gente dopo quello che è successo»

«Ci sarà gente? È la prima uscita che faccio proprio da tanto tempo…». Basterebbe questa sua genuina preoccupazione, arrivata a chiacchierata quasi conclusa, per inquadrare il momento particolare che sta vivendo. E la risposta, ovviamente, non può che essere una: di gente ce ne sarà senz’altro. Se gli appuntamenti di Sigfrido Ranucci registrano da sempre il tutto esaurito, figuriamoci adesso.
Oggi, il celebre giornalista e conduttore di Report presenterà il suo libro «Il ritorno della casta» (Bompiani) al Centro Congressi di Lavarone Gionghi alle 17.15, mentre domani sarà all’Auditorium di Fiera di Primiero per presentare il suo spettacolo teatrale «Diario di un trapezista». Un evento che cade in un momento a dir poco turbolento: nel pieno della controversa vicenda giudiziaria e mediatica che in queste settimane si è stretta attorno al giornalista e a Report, dopo i nuovi sviluppi dell’inchiesta sull’attentato subito nell’ottobre scorso. Una tempesta mediatica di cui non ha paura di parlare.
In questa intervista, ci ha raccontato il prezzo delle sue inchieste, le paure, i retroscena del suo mestiere e il coraggio di chi sceglie, ogni giorno, di camminare su quel filo sospeso. Proprio come un trapezista.

«Diario di un trapezista» suggerisce equilibrio e rischio. Su quale filo sente di aver camminato più spesso?
«Il trapezista è quello sul filo dell’emotività. Quindi la necessità di essere un trapezista sta proprio nel fatto che, quando diventi l’obiettivo di qualcuno, come mi ha insegnato il mio vecchio direttore, passi al trapezio successivo. Magari per un’inchiesta più forte, oppure rilanci, perché è più facile che tu sfugga dall’essere un obiettivo, perché è più difficile colpirti. Quindi è proprio una filosofia di vita. Dopodiché è ovvio che il trapezista, quando passa da un trapezio all’altro, sa che corre un rischio: ecco, questo fa parte della vita. Soprattutto della professione, quando intendi farla in una certa maniera: con libertà e indipendenza, sganciato da qualsiasi partito politico o potere».

Nel suo spettacolo dice che a definire il destino di una persona non sono tanto le qualità, quanto le scelte. Qual è stata la scelta che le è costata di più?
«Dal punto di vista giornalistico è stata la scelta di difendere anche dei prodotti o delle inchieste con le quali magari non ero molto d’accordo… Però la scelta più difficile in assoluto è fuori dal contesto lavorativo: quando scoprirono a mio padre un tumore all’intestino. Il chirurgo mi disse che andava operato subito, altrimenti sarebbe morto di lì a poco per il dolore. Il problema era che mio padre non aveva autorizzato l’operazione, e serviva qualcuno che lo convincesse. Fu lì che feci la scelta più complicata della mia vita: mentirgli, dicendogli che sarebbe andato tutto bene, quando non era così. È morto immediatamente dopo l’operazione. E non ha mai potuto vedere una puntata di Report condotta da me. Questo è stato il più grande rammarico».

Portare a teatro vicende che hanno comportato rischi, pressioni, pedinamenti e conseguenze personali significa anche tornare emotivamente dentro quei momenti. Qual è stata la più difficile da raccontare?
«Noi per esempio abbiamo parlato dell’utilizzo, per la prima volta, delle armi al fosforo bianco, che sono delle armi non convenzionali e praticamente armi chimiche, e abbiamo sollevato all’epoca un dibattito mondiale, era stata chiesta pure la moratoria. E oggi ho scoperto con grande amarezza che sono state utilizzate sia a Gaza che in Libano, nuovamente, e hanno un effetto tremendo sul corpo. E questo mi ha fatto male perché, insomma, è un po’ un fallimento della missione giornalistica, no?».

Un’inchiesta nasce dai documenti, ma spesso prende una direzione grazie a un incontro. Quanto conta ancora, nel giornalismo di oggi, saper riconoscere una persona che ha qualcosa di importante da raccontare?
«È fondamentale, perché ti aiuta a sfuggire all’omologazione dei giornali e delle piattaforme social, che anzi sono un elemento un po’ tossico dell’informazione. Se non hai la forza di andare sul posto, verificare, vedere e distinguere i fatti, è difficile fare vero giornalismo: postare sui social è più una cassa di risonanza. Ho visto come funziona l’algoritmo: premia la cliccabilità, non la verità della notizia. Si cerca di dominare la visibilità, non la verità, e questo ci sta portando a un punto di non ritorno. Un dato del Reuters Institute di Oxford dice che nel mondo ci si informa ormai più sui social che sulle televisioni tradizionali. Pensi che una notizia sia quella principale, poi scopri che non è vera. Cosa deve fare allora il giornalista? Avere il proprio giudizio critico: andare sul posto e verificare, esattamente il contrario di quello che si vuole fare oggi con l’intelligenza artificiale. Guardate Jeff Bezos: colonizzatore per eccellenza con Amazon, lo spazio e non solo; come editore è una frana. Ha licenziato 350 giornalisti e ha sostituito con l’intelligenza artificiale i corrispondenti e gli inviati che avrebbe dovuto mandare in zona di guerra. Se questo è il futuro dell’informazione, mi terrorizza».

Quando il potere intimidisce un giornalista, è più pericoloso avere paura o abituarsi ad averne?
«Sa, il potere non ti deve uccidere per manifestare la sua potenza, diciamo così. Basta che ti possa dare l’impressione di volerlo fare in un qualsiasi momento. È già un atto limitante, intimidatorio».

Lei ha detto che alcune persone le hanno insegnato molto, «alcune anche a non essere come loro». Che cosa ha capito di non voler diventare?
«Sicuramente non ipocrita… e quello che ho visto in questi due mesi è qualcosa veramente di mostruoso. Ho visto, conoscendo alcuni retroscena, che alcuni articoli erano fatti per vendette personali, trasversali, o perché avevo toccato un amico, un’amica, o perché c’è un mandato politico. Io ho difeso il finanziamento ai giornali, ma se i giornali devono essere usati così, per carità di Dio».

Se oggi potesse tornare all’inizio di questo “diario”, sapendo già il peso di alcune delle sue scelte, salirebbe ancora sullo stesso trapezio?
«Ma sì, anche perché non saprei fare altrimenti nella vita. Se poi nessuno mi vorrà più… Boh, vedremo, cambierò professione».

C’è qualcosa che, in questo momento, sente il bisogno di dire?
«Mah, solamente se qualcuno si è mai chiesto la quantità di male che stanno facendo a me, a un pezzo di storia del giornalismo, e a tutte le persone che hanno lavorato alla trasmissione».

Questo attacco è solo personale o a un’informazione seria?
«Eh beh, stanno attaccando Report, che è la trasmissione più credibile della storia del giornalismo televisivo italiano… cioè, di che cosa stiamo parlando? È chiaro, no? Stanno attaccando Report da 360 gradi, e sono talmente indulgenti con chi ha invece materialmente, con singole trasmissioni, sdraiato la Rai, affossato la Rai… chiediamoci il perché».

E perché non c’è una levata di scudi?
«Perché sembra che non sia un tema che appassioni. Anche in periodo elettorale, non troverai nessun politico importante che metta tra i punti dell’agenda la libertà di stampa».

Insomma, fa ancora paura la libertà di stampa…
«Forse perché il politico pensa sempre di poterla controllare quando comanderà. Bisognerebbe chiedersi questo».

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