L'intervista
domenica 27 Settembre, 2026
Il militante Dibitonto e il «suo» partito Capibara: «Nasciamo dai meme, con noi un nuovo patto collettivo contro il realismo capitalista»
di Roberta Danesi
Domani sarà alla Libreria Due Punti di Trento: «Settimana lavorativa di 24 ore e salario minimo di 15 euro netti all'ora, noi ci crediamo»
Settimana lavorativa di 24 ore, salario minimo di 15 euro netti all’ora (1.560 euro al mese) e garanzia gratuita dei bisogni primari. Non si tratta di una lista di desideri, ma del programma del Partito Capibara, la formazione politica che punta a smantellare l’illusione della scarsità artificiale per dimostrare che viviamo già nell’epoca dell’abbondanza materiale e tecnologica. Nato dall’incontro tra il pensiero del filosofo britannico Mark Fisher e la cultura dei meme, il movimento propone di trasformare l’automazione e l’intelligenza artificiale da strumenti di precarizzazione a leve per liberare tempo di vita. Al centro c’è la transizione dal ricatto della sopravvivenza alla «società della cura»: un paradigma in cui il lavoro smette di essere un’ansia quotidiana torna a essere un’attività gratificante per la comunità. In vista dell’incontro di domani alla Libreria Due Punti di Trento, Davide Dibitonto, militante del partito, membro del Circolo Nomade Accelerazionista, racconta come questo progetto nato sul web punti oggi a conquistare lo spazio pubblico reale.
Come nasce il Partito Capibara e quando avete capito che il progetto poteva uscire dai social per diventare una proposta politica reale?
«Nato come espressione dell’accelerazionalismo gratuitista, corrente teorizzata nel Regno Unito nel 2008 da Mark Fisher, il Partito Capibara unisce pensiero accademico, militanza e cultura memetica. Tra il 2014 e il 2018 i meme si sono rivelati il principale vettore per diffondere il movimento fino in Italia. Il punto di svolta arriva nel 2022 con le “elezioni iperstizionali”: un esperimento politico-narrativo basato sull’iperstizione, ossia la capacità di un’idea di diventare realtà attraverso il consenso collettivo. Sfidando le consultazioni ufficiali con otto liste cyber-temporali, la provocazione si è trasformata in un programma di governo, culminato nel 2025 con la nascita del partito e la conquista dello spazio pubblico reale».
Perché avete scelto proprio il capibara come simbolo e cosa rappresenta per voi?
«A Nordelta, in Argentina, i capibara hanno “invaso” il quartiere dei ricchi: mentre i residenti scappavano, loro chillavano nelle piscine. Sono diventati l’incarnazione della lotta di classe: creature famose in Cina e Giappone per essere molto zen che espropriano la ricchezza per godersi la vita, simbolo perfetto del comunismo di lusso accelerazionista».
Qual è stato il momento in cui avete deciso che «immaginare non bastava più»?
«Quando abbiamo capito che la realtà è molto più assurda delle nostre proposte. Fisher è stato fondamentale per farci vedere quanto la contemporaneità sia distopica: persone che muoiono per strada o si suicidano stritolate dall’ansia. Il capitalismo ci porta a naturalizzare l’idea che tutto debba essere a pagamento, ma è solo un’invenzione. Se nell’Ottocento andare sulla Luna sembrava un’assurdità, oggi sosteniamo che è possibile garantire i bisogni primari nell’epoca di maggiore abbondanza della storia».
La vostra idea di garantire gratuitamente i sei bisogni fondamentali è molto forte. Quali sono le analisi concrete su cui vi basate?
«Affrontiamo lo scetticismo del “realismo capitalista” analizzando l’abbondanza materiale esistente. In Italia ci sono 77 milioni di immobili, di cui un quarto è abbandonato. Considerati gli edifici abitabili, ne abbiamo circa 64 milioni per 52 milioni di cittadini maggiorenni: ci sono più case che persone. Analizzando un bisogno alla volta – dall’AI allo spreco alimentare – mostriamo come risorse e tecnologia possano garantire a tutti i bisogni di base».
La settimana lavorativa di 24 ore è una proposta radicale: quali dati portate per dimostrare che è sostenibile?
«Ci basiamo su un’analisi storica: negli ultimi cinquant’anni la settimana lavorativa si è fermata, a fronte di un progresso tecnologico enorme. Nel 1920 i metallurgici lavoravano 72 ore a settimana (12 ore al giorno) prima di conquistare le 8 ore giornaliere (48 ore settimanali) durante il Biennio Rosso. Nel 1963 sono scesi a 40 ore con il sabato libero. Dagli anni ’70 a oggi il monte ore non si è più ridotto: uno scandalo rispetto all’evoluzione della produttività».
Il salario minimo di 1.560 euro: come si integra con la riduzione dell’orario e con il mercato del lavoro attuale?
«La settimana di 24 ore viaggia insieme a un salario minimo di 15 euro netti all’ora, garantendo 1.560 euro al mese. Per renderlo sostenibile proponiamo una riforma fiscale radicale. Oggi un’ora di lavoro costa circa 30-32 euro alle aziende a causa del 50% di pressione fiscale tra Inps e imposte, mentre i grandi patrimoni e i redditi da capitale sono tassati dal 26% in giù. Azzerando le tasse sui redditi bassi e medio-bassi e spostando il carico sui grandi ricchi, ciò che le aziende versano in imposte diventa stipendio netto, senza costi aggiuntivi per le imprese».
L’automazione è centrale nel vostro programma: quali settori potrebbero essere automatizzati senza creare nuove disuguaglianze?
«Oggi l’AI e l’automazione sono usate dal capitalismo per licenziare e precarizzare. In realtà abbiamo già il livello tecnologico necessario per stare bene: basta reinventarlo in chiave politica per il bene comune. Se le macchine producono abbondanza, il lavoro smette di essere un ricatto per la sopravvivenza e torna a essere un’esperienza gratificante e di cura per la comunità».
Qual è la critica più utile che avete ricevuto finora?
«Siamo un ecosistema decentralizzato che include realtà anarchiche e sottopone ogni proposta al filtro dell’intersezionalità, chiedendoci se una misura sia davvero rivoluzionaria o se nasconda nuove forme di dominio. La critica costante ci serve a perfezionare il nostro obiettivo: fondare un patto sociale basato sulla cura incondizionata e sviluppare, per dirla con Mark Fisher, un Acid Comunismo che trasformi il senso comune attraverso l’iperstizione».
Quali obiettivi avete per il futuro?
«Il nostro obiettivo è fondare una società della cura: un nuovo patto collettivo che usi l’abbondanza materiale e tecnologica di oggi per sottrarci finalmente al ricatto della sopravvivenza. Vogliamo superare la costrizione di lavorare solo per pagare l’affitto e le spese quotidiane, trasformando il lavoro da fonte d’ansia a vera forma di cura per sé stessi, per la comunità e per gli altri, lasciando a ciascuno la libertà di coltivare le proprie passioni e i propri sogni. Il Partito Capibara è lo strumento per abbattere l’illusione della scarsità artificiale e dimostrare che un mondo più umano non è solo desiderabile, ma già a portata di mano».
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