L'incontro
martedì 14 Aprile, 2026
Esiste davvero un profilo genetico italiano? Il biologo risponde: «Siamo il prodotto di migliaia di anni di migrazioni e mescolanze»
di Mattia Caneppele
Giacomo Moro Mauretto a Trento smentisce i miti sull'identità della nostra penisola, ricostruendo 45mila anni di incroci, dalle culture preistoriche alle grandi popolazioni indoeuropee
Noi italiani ci raccontiamo di appartenere a un territorio ben definito, a una cultura coesa, a una storia lineare fatta di antenati che hanno vissuto per millenni nella nostra penisola. Ma è proprio così? Questa storia non sempre trova spazio nei libri, ma è incisa, in modo indelebile, nel corredo genetico di ognuno di noi. Il nostro Dna non è che il risultato di una lunga stratificazione biologica, costruita nel tempo attraverso migrazioni, incontri e progressive trasformazioni. A parlarne è stato Giacomo Moro Mauretto, dottore in Biologia Evoluzionistica e divulgatore noto come Entropy for Life, intervenuto ieri sera all’auditorium di Palazzo Prod nell’incontro «La storia genetica degli italiani».
Mauretto ha ricostruito una storia che affonda le radici fino a 45mila anni fa, incrociando dati genetici antichi e moderni. «Le prime tracce genetiche di Homo sapiens in Italia risalgono a circa 33mila anni fa», ha spiegato, ma «sappiamo che gruppi umani erano presenti già prima, ma non ne conserviamo campioni di Dna». I primi abitanti geneticamente identificabili del Bel Paese appartenevano alla cultura gravettiana. «Erano cacciatori-raccoglitori appartenenti alla specie degli Homo sapiens, a livello cognitivo identici a noi: erano gruppi culturalmente e tecnologicamente complessi. Tuttavia non rappresentano i nostri più lontani antenati poiché la loro linea genetica si è estinta». Un momento di svolta nella nostra storia genetica, arriva «intorno a 20mila anni fa, quando si verifica l’ultima glaciazione», osserva Entropy for Life, «e molte popolazioni europee scompaiono. Questo lascia un vuoto che circa 18mila anni fa viene riempito dai nostri antenati giunti da est e appartenenti a quello che i genetisti chiamano cluster Villabruna e che storicamente sono chiamati epigravettiani». A questa componente genetica, «durante il neolitico – continua il relatore – tra gli 8mila e i 9mila anni fa giunge l’agricoltura dal Medio Oriente, e questo cambia profondamente la composizione genetica della penisola. Si assiste ad un incontro, a volte conflittuale, tra i cacciatori-raccoglitori già stanziati in Italia e gli agricoltori di recente arrivo».
Ma non basta nemmeno questo per avere un quadro complessivo sulla nostra origine. Serve unire una terza componente, relativa all’età del Bronzo, quella che porta alla nascita delle popolazioni indoeuropee. «5mila anni fa, le popolazioni delle steppe, gli Yamnaya, si espandono facilmente in Europa, probabilmente a causa di un’epidemia che aveva colpito duramente il continente, portando con sé elementi culturali e genetici destinati a segnarci nel profondo». Nei periodi successivi, l’impatto genetico è stato molto più limitato, modificando solo in minima parte un patrimonio genetico già formato. Il risultato è netto: «Geneticamente siamo tutti all’interno di un continuum europeo». Non esistono confini biologici rigidi né **identità pure», ha aggiunto Mauretto. In definitiva, non è mai esistita una stirpe genetica italiana. Ciò che ci permette di identificarci come italiani ha radici molto recenti. Geneticamente non siamo che il prodotto di migliaia di anni di migrazioni e mescolanze.
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