L'intervista

martedì 23 Giugno, 2026

Da Lavis all’Arena di Verona, lo scenografo Andrea Coppi si racconta: «La passione? Nata vedendo Butterfly da adolescente. Lavorare nella cultura significa rimboccarsi le maniche»

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Il professionista: «Tra tv e teatro preferisco il secondo, per il contatto con il pubblico reale»

Dietro le quinte di spettacoli teatrali, produzioni televisive e grandi eventi c’è spesso il lavoro silenzioso di professionisti capaci di trasformare un’idea in uno spazio capace di emozionare. Tra questi c’è Andrea Coppi, scenografo di Lavis, che da anni mette la propria creatività e competenza al servizio del mondo dello spettacolo. Formatosi tra Trento, Verona e Milano, Coppi ha costruito un percorso itinerante che lo ha portato a lavorare nel teatro, nel cinema e nella televisione, collaborando con compagnie locali e nazionali e anche insieme a importanti realtà come la fondazione Arena di Verona.

Quali sono state le esperienze che hanno maggiormente segnato il suo percorso artistico e professionale?
«Sin da piccolo avevo il pallino del teatro, l’episodio che mi ha più segnato in adolescenza è stato quando mia zia mi aveva portato all’Arena di Verona a vedere una “Butterfly”. Principalmente io mi occupo di teatro per ragazzi, e un artista da cui ho sempre preso spunto è Emanuele Luzzati, genovese, che aveva fatto lavori sia per l’opera che per la prosa, che si è caratterizzato per un’estetica molto colorata e vivace, in cui le forme in scena cambiavano lungo lo spettacolo: ho riportato il suo modo di lavorare nei miei lavori».

Lei ha lavorato in diversi ambiti, dal teatro al cinema fino alla televisione: quali sono le principali differenze?
«La scenografia per il video non mi entusiasma molto perché mi manca il pubblico reale: la realizzazione dello scenografo è di sentire la reazione del pubblico in diretta, questo manca nella parte cinema e televisione. Inoltre ormai tv e cinema, anche per una questione di risparmio, scelgono location più standardizzate, mentre nella parte teatrale c’è più creatività e più carta bianca».

E invece l’esperienza alla Scala di Milano?
«Finita l’accademia ho collaborato con l’accademia del teatro la Scala grazie ad uno dei loro corsi di formazione. Lì mi sono specializzato sull’utilizzo dei materiali e degli effetti di contorno; più una questione tecnica e meno creativa. La Scala rimane uno dei centri teatrali più grossi e rinomati anche all’estero: è stata un’esperienza unica».

Ha già in mente dei progetti futuri?
«Andro in Grecia a settembre per curare un progetto assieme al Teatro delle quisquilie di Trento, faremo uno studio sul mito greco e in particolare delle donne all’interno della mitologia: un momento di studio e di tuffo nella storia. Sarà un’opera musicale e artistica, che curerò personalmente e da cui si ricaveranno degli spunti notevoli».

Dal 2019 lavora per il Festival lirico della Fondazione Arena di Verona: cosa significa operare dietro le quinte di una delle più importanti manifestazioni liriche al mondo?
«Faccio tutte le stagioni degli spettacoli estivi: proprio in questi giorni sto seguendo la nuova produzione di Traviata, per la regia di Paul Carran. La parte visiva si ispira al mondo parigino di inizio secolo: è stata una bella sfida perché questo maxi allestimento quest’estate sarà più grande degli altri anni. Questa stagione proseguirà nelle prossime settimane con un altro grande classico, ossia l’Aida di Verdi».

Il teatro per lei ora è solo lavoro o anche passione?
«Ho più un ruolo tecnico, ma la passione rimane, soprattutto nelle produzioni più piccole, che gestisco io come unico scenografo, come Circo Paradiso, a Prato, che ha debuttato lo scorso autunno, e adesso sto preparando un nuovo lavoro per il teatro Franco Parenti di Milano, sono ai bozzetti. Produco circa un lavoro all’anno: opere abbastanza piccole ma molto curate e che negli anni hanno raggiunto anche piazze importanti».

Lei dedica molto tempo anche alla formazione dei giovani: quali consigli darebbe a chi sogna di intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo?
«Di non abbattersi, in generale il mondo della cultura oggi non sta benissimo in Europa, e in Italia ancora peggio, ma noi non scegliamo di fare questo mestiere per il guadagno. Serve una formazione solida e rimboccarsi le maniche: mi capita di sentire tanti ragazzi che magari sentono agenzie che promettono percorsi brevi e magari si illudono».