Ciclismo

domenica 13 Novembre, 2022

Claudio Michelotto, le spallate con Gimondi e quella storica maglia rosa

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A Roverè della Luna in mostra la carriera del terzo corridore trentino leader in un Giro d’Italia, storico quello del 1971

La notizia, in sé, è piccola. Ma la storia che l’accompagna, è grande. Sabato 12 novembre a Roverè della Luna, alla Galleria Kunst Grenzen – Arte di frontiera (via Villotta 7/a) si apre la mostra dedicata a Claudio Michelotto, ciclista. «Cinquant’anni fa… una carriera in bici» è frutto della certosina passione di Franco Sandri. Anch’egli di Roverè della Luna, come il ciclista, indimenticato protagonista a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, oggi ottantenne (pochi giorni fa il compleanno). Operaio per una vita, oggi pensionato, Franco Sandri è da sempre tifoso del Michelotto ciclista. Quando era bambino abitavano a pochi metri di distanza e lo scrutava ammirato. E così, da anni, Sandri alimenta una pagina facebook dedicata propria a Michelotto. Vi deposita ritagli di giornale, fotografie d’epoca, ricordi, curiosità. Non solo: colleziona tutto quel che riguarda il ciclista, dalle maglie indossate all’epoca (molte ora per la prima volta esposte) al fotoromanzo di un giornalino per ragazzi nel quale Michelotto compariva assieme ai suoi compagni di squadra. Molto di quel materiale da sabato è in mostra, fino a domenica 20 novembre (orari: 10-12 e 15-18, per visite fuori orario telefonare al 338 4612335).
«E’ il mio omaggio – dice Sandri – al campione che ha segnato la mia giovinezza, il grazie di un “roveraidero” ad un suo compaesano, anche se da decenni Michelotto abita sulla collina di Trento. A cinquant’anni dai giorni che lo videro in maglia rosa, penso sia giusto che il “suo” paese lo ricordi. Ed è bello che proprio Michelotto mi abbia prestato alcune delle maglie che tiene a casa sua». Si parla di un ottimo e combattivo ciclista (lo apprezzava un cantore eccelso del pedale qual era Gianni Mura, lo avrebbe voluto al suo fianco come gregario Eddy Merckx) in carriera, e ancora più dopo, estremamente riservato. E’ tuttora formidabile macinatore di chilometri in bici. Disdegna invece interviste, cerimonie e tutti quegli incontri che talvolta rimettono insieme i campioni di un tempo. Vederlo in visita alla mostra di Roverè della Luna sarebbe il massimo, per l’infaticabile Franco Sandri. «Me l’ha promesso, ovvio che sarebbe il massimo». Riavvolgiamo il nastro della memoria. 8 giugno 1971, Giro d’Italia. Siamo in Austria, a Lienz. Il giorno prima c’è stata la tappa del terribile Grossglockner. Tempo da lupi, polemiche, spinte. Claudio Michelotto è in maglia rosa da dieci giorni. Ma in terra d’Austria tra chi lo attacca – in un modo che suscita polemiche – c’è Felice Gimondi che non può più puntare alla vittoria finale ma che, così facendo, facilita lo svedese Gosta Petterson, uno dei quattro fratelli di una famiglia tutta ciclistica. Michelotto resiste anche se lo penalizzano di un minuto per spinte. La sua squadra, la Scic, furibonda, minaccia di ritirarsi. Torriani, il patron del Giro, li convince a restare. C’è La Lienz – Falcade di 195 chilometri con il Passo Tre Croci, il Falzarego, il Pordoi e il Passo Valles da scalare. Michelotto parte in rosa con 1 minuto e 22 secondi di vantaggio sul “vecio” Aldo Moser (che in quel Giro indossò per un giorno la maglia) e due minuti su Gosta Petterson. Gimondi è furioso per le accuse di aver voluto attaccare Michelotto sul Grossglockner. C’è un particolare di cui tenere conto. Michelotto corre per la Scic, Gimondi per la Salvarani, Petterson per la Ferretti. Tutti marchi di cucine componibili. La tappa, per Michelotto – a quattro giorni dal termine del Giro, la vittoria è a portata di mano – è un calvario. A fine gara è balbettante per lo choc, sanguinante per una caduta nella discesa dal Valles. Dirà all’arrivo: «E’ la vita. Non ho dormito, stavo male fin da stamane, una foratura ha provocato il capitombolo. Volevo fare bene, queste sono le strade di casa mia. Mi si è afflosciato il tubolare posteriore, la bicicletta ha sbandat, sono volato sull’asfalto, sono rotolato giù per una ventina di metri. Sanguinavo parecchio, mi sono annodato un fazzoletto alla meglio, ho proseguito come in “trance”. Ma il telaio era storto, i freni non funzionavano, in ogni curva ero costretto a strisciare i piedi per terra. Ho cambiato bicicletta, negli ultimi chilometri sentivo soltanto il sangue che mi scorreva sul volto. Poi mi sono mancate le forze, non ho più capito nulla…». Non aggiungerà altro. Si toccherà il capo e quella maglia rosa che aveva tenuto per dieci giornate e che si è visto portare via sulle strade di casa. E non aggiungerà altro per davvero, mai più. Quella tappa, la vince Gimondi. Che si dirà dispiaciuto per il trentino ma che consegna il Giro allo svedese. Un quotidiano nazionale, il 9 giugno 1971, racconta: «Michelotto non ha resistito a Gimondi, ed oggi si parla di lui come di una vittima della guerra tra le cucine componibili». Un passo indietro, allora. Fondista di notevoli possibilità ed eccellente regolarista: così le enciclopedie del ciclismo definiscono Michelotto, che nasce a Trento il 31 ottobre del 1942 e cresce a Roverè della Luna. Nel 1964 disputa il Tour dell’Avenir e vince il Giro d’Ungheria. Spera di essere convocato nella Nazionale per le Olimpiadi di Tokyo: invece viene escluso, prima cocente delusione. A 23 anni passa professionista. Su di lui punta la Sanson ma il 1966 è da dimenticare: bruttissima caduta a Zurigo con un trauma cranico che spaventa. Si riprenderà, ma la stagione è finita. Rientra nel 1967 in maglia Max Meyer. Il 9 giugno 1967, nella tappa del Giro che arriva a Trento, attacca ma a pochi chilometri dall’arrivo sbaglia strada e finisce contro una balla di fieno. Arriva secondo, beffato da Adorni. Fra il 1968 e il 69 si ritaglia un posto di primo piano vincendo la Tirreno- Adriatico, il Trofeo Cougnet, la Coppa Bernocchi. Nel 1969, in un mese, fa suoi Trofeo Laigueglia, Giro di Sardegna e Milano-Torino. E’ secondo, dietro Felice Gimondi, al Giro d’Italia dove si impone nel Gran Premio della montagna e dove si aggiudica, in fuga, il tappone dolomitico di Cavalese. Nel 1970 una doppia frattura alla clavicola (una rimediata al Tour) lo blocca. Nel 1971 dieci giorni in rosa testimoniano una prestazione di assoluto rilievo. Vince poi il Giro di Campania. Eppure la Scic non gli rinnova il contratto. Così nei due anni successivi è con la Gbc, conquista la maglia azzurra per i Mondiali di Gap dove vincerà Marino Basso e dove lui è riserva. Le ultime perle di una carriera «incompiuta» sono il successo in una tappa al Giro della Svizzera ed il Trofeo Cougnet. Nel 1973, il ritiro. Per decenni lavorerà in una concessionaria automobilistica di Trento. Poi, per il «ciclista lunare» arriva la pensione. Oggi illuminata dal generoso omaggio del suo tifoso.