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venerdì 17 Maggio, 2024

Bizzotto rivela: «Ho raccontato l’Italia campione d’Europa, ma le medaglie di Cagnotto sono l’emozione più grande»

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Telecronista e scrittore bolzanino, voce inconfondibile di centinaia e centinaia di cronache Rai, non solo calcistiche. Mai sopra le righe, è conosciuto come il re dei cronisti che non urla

Si contano sulle dita di una mano i telecronisti italiani che hanno raccontato in diretta una vittoria degli Azzurri ad un Mondiale o ad un campionato europeo per nazioni. Tra loro Stefano Bizzotto, bolzanino (1961), voce inconfondibile di centinaia e centinaia di telecronache Rai, non solo calcistiche. Mai sopra le righe, conoscenza completa e mai saccente di ciò che racconta, Bizzotto non disdegna la scrittura: d’altronde prima di entrare in Rai, nel 1991, ha lavorato per «Alto Adige» e «Gazzetta dello sport». Non solo: nel 2012, insieme a Tania Cagnotto, ha scritto «Che tuffo, la vita!» e sei anni fa Il Saggiatore ha pubblicato «Giro del mondo in una Coppa». Libro accolto con favore, al punto che proprio oggi – e a poche settimane dagli Europei di Germania – Stefano Bizzotto torna in libreria. È ancora Il Saggiatore l’editore, il titolo del libro è «Storia del mondo in 12 partite di calcio» (270 pagine, 17 euro). Ovvero un’epopea collettiva di guerre, rivoluzioni, crisi economiche e trasformazioni sociali raccontata attraverso il filtro di un pallone. Con una scrittura asciutta, documentata, spesso emozionata, Bizzotto racconta 12 partite «speciali». 1. La tregua (25 dicembre 1914), il giorno in cui il calcio fermò la Prima guerra mondiale. 2. Il cavallo «bianco» che salvò Wembley (1923), la Coppa d’Inghilterra e l’Europa tra le due guerre. 3. Il gran rifiuto (1938), Sindelar, l’Anschluss e il nazismo. 4. Il gol mancato di «Veleno» Lorenzi (1949), l’Italia del dopoguerra e la tragedia del Grande Torino. 5. Un gol di lunedì (1960), la Spagna di Franco, il blocco comunista e l’Europa divisa in due. 6. La Guerra delle 100 ore (1969), gli anni sessanta e il mosaico politico dell’America Latina. 7. La partita fantasma (1973), Caszely, il Cile e il golpe di Pinochet. 8. La punizione al contrario (1974), l’Africa degli anni settanta, tra decolonizzazione, dittatori e neocolonialismo. 9. La vendetta mancata (1974), la Germania, l’Olanda e il confronto con la memoria
del nazismo. 10. Una morte sospetta (1979), la Guerra fredda, il Muro di Berlino e la Germania divisa. 11. Quel calcio alla storia (1990), la fine della Jugoslavia unita e le guerre dei Balcani. Infine, l’epilogo: la lunga notte di Parigi (2015), l’Europa e il terrorismo del nuovo millennio.
Alternando curiosità inedite e resoconti di prima mano da parte dei protagonisti, Bizzotto ci mostra come talvolta la storia avviene anche mentre qualcuno, da qualche parte, sta dando un calcio a un pallone. Lo abbiamo intervistato.
Come mai ha sentito la necessità di raccontare il calcio attraverso la lente della storia?
«Mi affascinava raccontare come il calcio possa correre parallelo alla storia, quella con la S maiuscola. Nel libro precedente avevo scelto degli episodi per raccontare la Coppa del mondo. Questa volta ho scelto 12 partite, ognuna emblematica per motivi ben precisi».
Di queste partite, ve n’è una che l’ha più coinvolto?
«Quella tra il Sachsische Infanterieregiment e i Lancanshire Fusiliers, il 25 dicembre 1914, sul Fronte occidentale, nei pressi di Ypres. La famosa “Tregua di Natale”. Come non rimanere colpiti da questi ragazzi, moltissimi di loro condannati a morire su trincee opposte, che gridano la loro voglia di vivere attraverso un pallone?»
E ve n’è una, la tredicesima, lasciata in panchina?
«No, perché l’idea era di chiudere questo libro, a metà fra calcio e storia, con le vicende che sono sfociate nella guerra dei Balcani: undici capitoli, undici partite, undici come i componenti di una squadra. Solo che da allora sono passati più di trent’anni, sono accadute tante cose. Prima e dopo la conclusione di quello che Eric Hobsbawm ha definitivo il secolo breve, la storia ha continuato a incrociare i propri destini con il pallone che rotola inseguito da ventidue ragazzi in pantaloncini. E così ecco la dodicesima partita, quella del 13 novembre 2015, allo Stade de France a Parigi, mentre a pochi chilometri di distanza il terrorismo di matrice islamica fa centinaia di morti».
Lei è considerato il re dei telecronisti che non urlano. È un ritratto nel quale si riconosce?
«Non del tutto. Alla finale degli Europei del 2021, vinti dall’Italia e che ho avuto l’onore di commentare, un po’ mi sono ovviamente lasciato andare. Poi va tenuto conto che quando commento partite tra compagini straniere è giocoforza restare “distanti”. Ma se ripenso alla mia telecronaca di hockey di ghiaccio del 2006, alle Olimpiadi, con Italia e Germania di fronte, ancora mi vergogno: ho urlato per mezzo minuto alla rete degli Azzurri».
Lei è appunto uno dei pochi telecronisti calcistici che non teme, anzi, di raccontare sport quali hockey su ghiaccio o tuffi? Come vive queste incursioni fuori dai campi d’erba?
«La prima volta che ho visto sport dal vivo è stato al fianco di mio padre, al Palazzo del ghiaccio di via Roma, a Bolzano. Città dove per decenni ho vissuto a trecento metri dalla casa di Giorgio Cagnotto. Era normale prendersi un caffè insieme, quasi ogni giorno. Raccontare questi due meravigliosi sport è stata quasi una naturale conseguenza».
Il ricordo più emozionante al microfono?
«Le medaglie olimpiche di Tania Cagnotto, una emozione pazzesca, davanti a me ho visto un sogno inseguito a lungo diventare realtà».
E la partita, non della storia, ma quella vista e raccontata da Stefano Bizzotto, ancora nel cuore e nella mente?
«Juventus – Milan di Coppa Italia, la mia prima telecronaca dopo il Covid. Con giocatori, allenatori, arbitro e guardalinee che applaudono in campo tre rappresentanti di quel mondo – medici, infermieri, operatori sanitari – che era stato in prima fila nei lunghi, drammatici mesi della pandemia. Un momento forte, indimenticabile».
Cosa significa essere costantemente aggiornato sul calcio di tutto il mondo?
«Leggere, aggiornare gli archivi, ovviamente – grande vantaggio rispetto ai miei esordi, fatti solo di giornali ritagliati e lunghe telefonate con colleghi, specie stranieri – navigare in internet. Del quale mi fido e non mi fido…»
Teme per il futuro del calcio, sempre più piegato alle regole dell’economia e del business?
«Difficile immaginare cosa succederà. C’era diffidenza anche di fronte al Var. Eppure ha più risolto problemi che non creato e oggi è insostituibile, imprescindibile. Non mi fa tanto paura la Superlega, per ora respinta. Mi spaventa di più che si giochi tantissimo, ancora di più con la nuova formula della Champions. Il rischio usura c’è. Riguarda forse più il tennis, in questo momento. Penso a Sinner…»
Il «piccolo» Alto Adige ha sfornato fior di telecronisti sportivi, assurti a livello nazionale: Frangipane, Zermiani, Bragagna, Sitton, Bizzotto, Nicolodi… Esiste una spiegazione?
«Sono tutte storie diverse, forse ci unisce il fatto di conoscere bene la lingua tedesca. Un fattore che specie decine di anni fa, in Rai, aveva il suo peso. Poi ci sono i talenti personali: penso a Zermiani che racconta i bolidi forte dei suoi studi in ingegneria. Poi… Bragagna è Bragagna, incredibile».
Infine, un gioco. La sua formazione ideale…
«Zamora, Rocca, Beckenbauer, Scirea o Baresi, Maroso, Duncan Edwards, Maradona, Pelè, Messi, Zagalo, Riva. Un 4-1-4-1 con Duncan Edwards davanti alla difesa e Zagalo a fare legna dietro attaccanti di quel livello. Non c’è Rivera, il mio idolo, ma c’è Riva, la mia infanzia. E ci sono alcuni giocatori dalla carriera breve. Chi morto giovane, chi spezzato dagli infortuni. Chissà cosa sarebbero diventati, loro, già grandissimi quali sono stati».