L'intervista
domenica 31 Maggio, 2026
Abrar Jarrar e l’ombra dei suicidi in carcere, il prof Savoia: «Lei è la terza donna che muore a Trento dal 2021. Un fallimento per la comunità»
di Lucia Ori
Il docente riflette sulle criticità del sistema. «Con le attività di recupero sociale la recidiva crolla dal 70 al 20% dei detenuti»
La tragedia della morte di Abrar Jarrar, la ragazza di 21 anni deceduta la scorsa settimana dopo un tentato suicidio nel carcere di Spini di Gardolo, riporta al centro del dibattito il tema della funzione rieducativa della pena, sancita dalla Costituzione, e delle modalità concrete con cui viene perseguita negli istituti penitenziari. La vicenda solleva inoltre interrogativi sul sovraffollamento carcerario e sulle condizioni di vita delle persone detenute. Il professor Amedeo Savoia, che dal 2005 al 2018 ha svolto attività educative nel carcere di Trento e oggi opera con l’associazione «Dalla Viva Voce», riflette sul caso e sulle criticità del sistema.
Professore, il caso di Abrar fa calare un velo scuro sul carcere di Trento.
«Vorrei sottolineare un dato: dal 2021 ci sono stati altri due casi di donne giovani detenute che sono morte nel carcere di Trento. Nel caso di Abrar non conosciamo tutti gli elementi, ma quello che possiamo dire è che questa perdita rappresenta un fallimento per tutta la comunità. Quando lo Stato priva una persona della libertà si assume anche la responsabilità del tempo che quella persona trascorre in carcere. La Costituzione stabilisce che la pena non debba essere disumana e debba tendere al recupero della persona. Per questo credo che tutti dobbiamo sentirci coinvolti da quanto accaduto».
Lei ha svolto per anni attività in carcere. Qual è l’approccio adottato con le persone che sono detenute?
«Bisogna lavorare sulle loro storie e non soltanto sui reati commessi. Spesso le persone vengono cristallizzate attorno al reato e questo rende difficile immaginare un percorso di cambiamento. È lo stesso approccio che adottiamo con l’associazione “Dalla Viva Voce” e che ci accomuna all’esperienza di “Ristretti Orizzonti” del carcere di Padova: l’idea che la persona non coincida con il suo reato. Partendo da qui è possibile sviluppare consapevolezza rispetto a ciò che si è commesso e riprogettare il proprio futuro. Anche per questo portiamo testimonianze nelle scuole e nei territori; solo quest’anno abbiamo incontrato oltre 2.000 studenti».
Quali sono oggi i principali limiti del sistema carcerario?
«Il carcere andrebbe ripensato alla luce dell’articolo 27 della Costituzione. La pena deve tendere alla rieducazione e questa si realizza concretamente attraverso scuola, lavoro, attività trattamentali e relazioni significative. E misure alternative. I numeri sono molto chiari: circa il 70% delle persone detenute a fine pena torna a delinquere se non riceve un adeguato supporto durante la detenzione. Quando invece esistono opportunità di studio, lavoro e percorsi di reinserimento, la recidiva scende intorno al 20%. Questo indica con chiarezza quale sia la strada da seguire».
Abrar è stata trasferita quattro volte dal 2022. Quanto può incidere su un percorso rieducativo?
«Si tratta di un numero sorprendente di spostamenti. Se il trasferimento è richiesto dalla persona il discorso cambia, ma spesso questi spostamenti interrompono percorsi costruiti con fatica. In carcere si sviluppano relazioni con educatori, personale, insegnanti, volontari e operatori. Si costruisce una rete che può diventare fondamentale per consolidare una stabilità emotiva e favorire il reinserimento sociale. Trasferimenti frequenti rischiano di spezzare questi legami e di interrompere percorsi già avviati. Nel caso di Abrar il numero dei trasferimenti colpisce particolarmente, pur senza voler formulare giudizi prima di conoscere tutti gli elementi della vicenda. Vorrei inoltre ribadire un aspetto preoccupante: Abrar è la terza donna giovane morta mentre era detenuta nel carcere di Trento dal 2021. Una di queste donne aveva due figli piccoli. Fatico a pensare che si tratti di fatalità».
Esiste una condizione particolare per le donne detenute?
«Le donne rappresentano meno del 5% della popolazione carceraria. Paradossalmente proprio per questo il carcere può essere più difficile per loro. Essendo poche, è più complicato organizzare attività, percorsi scolastici e opportunità dedicate. Ricordo che quando nel 2014 fu avviata la scuola superiore nel carcere di Trento qualcuno sosteneva che non fosse necessario coinvolgere le detenute perché erano troppo poche e disinteressate. Oggi la situazione è diversa, ma resta il problema di garantire alle donne le stesse opportunità offerte agli uomini. Più in generale, la qualità di un carcere dipende molto dalla sua capacità di interagire con il territorio. Quanto più il carcere è aperto alle associazioni, al volontariato, alla scuola e al lavoro, tanto maggiori sono le possibilità che la detenzione assolva davvero alla funzione rieducativa prevista dalla Costituzione».