La cerimonia

venerdì 21 Agosto, 2026

A Roncone l’addio a Riccardo Campana. La figlia: «Un papà dal cuore d’oro, lo amerò per sempre»

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Chiesa gremita per il funerale del 49enne morto martedì dopo un incidente in moto

Ci vuole un grande coraggio a salire sul pulpito di fronte a una chiesa gremita per ricordare con voce ferma il proprio papà che non c’è più, portato via ancora giovane da un malore mentre era alla guida, a poca distanza da casa. Ce ne vuole ancora di più se si è una bambina di pochi anni, chiamata ad affrontare una perdita così grande. Lo ha fatto, ieri pomeriggio nella chiesa parrocchiale di Roncone, la figlia più piccola di Riccardo Campana, spiegando con la chiarezza che i bambini sanno avere cosa rappresentasse e rappresenti per lei e per i suoi fratelli il loro adorato papà.
«Grazie a tutti per essere venuti – ha detto la bambina leggendo il ricordo a nome suo, dei fratelli Samuele e Raffaele e della cuginetta Maria – per noi è stato veramente un colpo al cuore. È stato sconvolgente, come qualcuno ci avesse pestato il cuore. Le lacrime non smettevano di scendere perché il nostro amato papi non c’è più. Era un uomo splendido, era molto bello e buono. Quando qualcuno ne aveva bisogno, lui c’era sempre, per tutti. Era gentile, un uomo dal cuore d’oro e noi ci ricordiamo del bene che ha fatto anche se gli faceva male la gamba. Ce lo ricorderemo sempre nei nostri cuori. Io amo e amerò sempre il mio papi».
Una testimonianza, portata al termine del funerale, cui le persone presenti nella chiesa di Roncone, tante e provenienti dalle Giudicarie e oltre, hanno risposto con un lungo e sentito applauso.
Nel corso della funzione il ricordo di Riccardo Campana lo ha fatto don Celestino Riz, che nella sua omelia ha cercato di dare conforto alla famiglia del quarantanovenne di Roncone.

«Quando muore una persona all’improvviso rimaniamo tutti sgomenti e frastornati – ha esordito il parroco – Riccardo ci ha lasciato. Lascia tre figli che ha amato e che dovranno essere forti per affrontare la vita. Potremmo dire che va così, è un caso, capita. Metterla in questo modo sarebbe puro cinismo. È freddo. C’è troppo dolore. Tutti cerchiamo delle parole un po’ di consolazione, cerchiamo un perché. Quante volte lo abbiamo cercato, e sappiamo quante volte questa comunità di Sella Giudicarie è stata segnata profondamente dal dolore. Non c’è forse un perché che soddisfi fino in fondo il nostro desiderio di capire. Però c’è anche un’altra strada. Attraversare il dolore. In questo tunnel intravedere delle luci che ci possano guidare. Penso – ha aggiunto – che un po’ di luce la vedrete anche voi figli perché vostro papà vi ha lasciati ed è lì, come luce. Ha lasciato degli esempi. Ogni persona lascia una luce, anzi, forse proprio perché è nella luce, possiamo guardare ancora a quella persona e sentirla profondamente viva e accanto a noi. Questa luce permette di attraversare il tunnel della morte e del dolore».

Don Celestino ha proseguito facendo riferimento al passo del Vangelo scelto per la funzione: «La parabola di oggi fa pensare a cosa c’è dopo la morte – ha sottolineato il curato – Dio ci invita a un banchetto di festa, di gioia, un banchetto di nozze. Noi questa sera siamo nella tristezza, nel dolore. E ci domandiamo come il progetto del Signore possa essere così doloroso. Vediamo allora una luce in fondo al tunnel. Lì siamo diretti. Lì si è diretto Riccardo. È nella pace e nella gioia del Signore, in quel banchetto che è frutto di un progetto che inizia già qui, su questa terra. Ci domandiamo chi è che possa parteciparvi. È interessante che, nella parabola, alla fine vengano invitati non gli uomini importanti e indaffarati ma coloro che si trovano nelle strade. I mendicanti. I poveri. Se noi in questo momento ci sentiamo poveri, ci facciamo mendicanti davanti al Signore e gli chiediamo la luce, lui ci verrà incontro. Torneremo a vivere. Anche voi figli, se mendicate dal Signore vita per andare avanti, lui ve la darà, perché a quel banchetto partecipa già vostro papà e anche noi, come convitati, siamo capaci di mendicare da Dio».

L’omelia si è conclusa con un messaggio di speranza: «Ci troviamo lungo questa strada che è la vita, come sulla strada purtroppo ha perso la vita Riccardo – ha scandito Don Celestino – possiamo camminare verso la luce. È proprio questa la forza di noi cristiani, soprattutto nel momento in cui non cerchiamo un perché ma non intendiamo neanche arrenderci perché è così e basta. Come Gesù, affrontiamo la morte, il dolore e il distacco. La morte non è la fine di tutto ma è l’inizio di una vita nuova, piena. È la resurrezione. Come direbbe San Paolo, consumiamoci certi di questa speranza che non è illusione ma che è forza per camminare quando siamo provati come comunità e come singoli».

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